Ceribelli: Nella “gioiosa” Sestola, le vacanze filosofiche

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Tra battaglie e nostalgie del cielo, a bordo di grandi navi che portano a spasso la luce del pensiero.
(Sì, mi sembra che, a ogni attracco sicuro in porto, sia preferibile la tempesta.)

Premetto che, in questo mio scrivere, non mi occuperò di relazionare o piuttosto “fare un ri-as-sunto” degli argomenti affrontati durante i giorni di Sestola (già molto si può trovare sul sito “vacanzefilosofiche.salvofricano.it”), ma cercherò di muovermi, a piccoli passi e necessariamente solo accennando, all’interno di una dimensione riflessiva, poetica (nella sua accezione di poieîn, ovvero fare, produrre, creare), probabilmente intima e personalmente esistenziale relativamente al mio esser-ci stato “lì”.

L’Hotel San Marco è un luogo morbido e accogliente. Echeggia di lontananze e di cristallerie. Un paradigmatico motore Ferrari V12 del 1968 fa bella mostra di sé all’ingresso, protetto da un cubo di spessi cristalli sopra i quali trovano spazio brochure e opuscoli turistici, ri-viste, quotidiani e quotidianità.
Una spaziosa sala da pranzo, un grande salone ampiamente finestrato con un vecchio biliardo, un pianoforte digitale dall’ingannevole forma di un “mezzacoda” e necessariamente poltrone, sedie, tavolini in stile “fine otto”.
Arrivato con la mia compagna Alessandra, nel primo pomeriggio di martedì 18 agosto 2026, mi resi conto che questo sarebbe stato il luogo dei nostri “incontri filosofici”.
La prima sera, mentre mi trovavo seduto su una poltroncina all’ingresso, attendendo l’orario della cena dentro le leggere solitudini tipiche di ogni inizio quando ancora tutti ti appaiono stranamente lontani, la mente mi risvegliò il ricordo di un testo poetico dal titolo “L’Hotel dei giorni immobili” (canzone di Roberto Vecchioni del 1995) e poi, in controcanto, alcuni echi di dolcissime, improbabili “montagne incantate”.

La Parola “gioia” ci aspettava, e lo faceva nelle sue moltitudini sfaccettate di significati. Quasi fosse un leviatano costituito dalle quasi infinite possibilità interpretative che l’umanità o, meglio, ogni essere umano, avverte e, in qualche modo, esprime.
Quindi, neuroscienze, teologie, voli verso l’oriente, ermeneutiche filosofiche, grandi pensatori e personali intuizioni.
Dentro di me avvertivo forte l’incantato vento delle vette ma, a volte, inevitabilmente, anche l’aria tiepidamente stanca delle ovvietà. Dimensioni, stati esistenziali, condizioni contrastanti che abitano lo stesso mondo: la Vita.

Da subito e, a me sembra per quasi l’intera settimana, in forza di un sentire comune, la domanda “Solo gli incoscienti…” è stata messa in secondo piano per dare forma, dimensione e colore alla parola “gioia” e alle sue polisemiche sfaccettature.
Quindi allegria, beatitudine, contentezza, felicità, gaudio, letizia, piacere, serenità, spensieratezza (NdA: le ho disposte in ordine alfabetico) in quanto termini proferiti senza particolare chiarezza in merito alle loro più svariate e caratterizzanti significanze. 

A me sembra (e personalmente concordo) che la parola “gioia” (e forse anche tutte le altre vicine) non possieda alcun significato, se non teoretico, quando si trova isolata, quando non si riferisce a “qualcosa”, quando non si lega a stretto nodo a un sostantivo, a un verbo o, meglio, a un s-oggetto.
Quindi la “gioia” come uno stato dell’essere, come un ritrovarsi in sé, come un’emozione (emo-azione: azione del sangue), come un sentirsi riconciliato con la realtà.
Ma ancora non è sembrato potesse bastare.
Forse la parola “gioia” è incontrovertibilmente legata alla relazione, alla pluralità, espressa in termini di empatia, di quella con-divisione che nella philìa, autentica e disinteressata, ne eleva a potenza l’intensità irridendo di misura ogni sua espressione solipsistica.
Comunque, in entrambe le caratterizzazioni, mi è sembrato apparisse chiaro un comune bisogno di meglio conoscere i significati più autentici, quelli maggiormente espliciti, chiari-e-distinti, definibili e definiti, perché questa parola possa essere com-presa, posseduta, fatta “nostra”, non soltanto perché considerata parola eccezionalmente preziosa, ma perché per tutti considerata necessaria, forse e specialmente perché intuita come imprescindibile, come la più alta finalità umana (e certamente non soltanto esclusivamente umana). Nell’ultimo incontro sono state citate le cangianti parole del monaco (starec) Zosima del romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij: “Amate gli animali: Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata […] non privateli della loro gioia…
Oltre le spiegazioni e le interpretazioni, oltre gli incontri tematici, oltre le proposte spinoziane e/o nietzschiane, è stato l’intero gruppo di “vacanzieri filosofeggianti” (filosofi o non-filosofi poco importa) a manifestarmi questa potente necessità.

Inevitabili i molti accenni al “libero arbitrio” (a mio parere un’incommensurabile illusione sulle cui tremanti fondazioni si erge tutta la tanto gigantesca quanto fragile struttura delle colpe e dei meriti, del premio e del castigo): Spinoza e Nietzsche (incontrati nella giornata guidata da Salvatore Fricano) ma potremmo partire da molto prima, da Sofocle e poi forse anche da Democrito fino ad arrivare quasi senza soluzione di continuità alle neuroscienze contemporanee che sostengono che i processi cerebrali inconsci precedono la nostra consapevolezza di aver preso una decisione.
Ovvio è stato ricordare l’Edipo Re di Sofocle, un tentativo disperato di sfuggire a una profezia divina (al fato) che finisce per compierla esattamente.
Dentro di me è risuonato quel “… io non ti guardavo con malignità/era solamente uno sguardo stupito/eri lontanissimo tre giorni fa/ti aspettavo qui per oggi a Samarcanda/ho temuto che per ascoltar la banda/non facessi in tempo ad arrivare qua.”  (Samarcanda, Roberto Vecchioni 1977).

Moltissimi altri concetti sono comparsi durante il tempo di questa settimana (che si è caratterizzato molto di più come Kairos, piuttosto che Chronos), alcuni come lampi notturni, in modo fugace, altri come fari di luce nella persistenza della loro sacralità.
Mi piacerebbe ricordarne/riportarne alcuni, ma temo la banalizzazione della sintesi.

Poi la settimana termina. Bagagli, saluti, abbracci, sorrisi, dentro una bolla di inevitabile “necessità”.
Cosa resta?
Sicuramente ri-cordi, brevi lampi e qualche luce, empatiche sintonie e qualche dissonanza…
Resta anche qualche dettaglio in più: un Baruch meno estraneo e un Friedrich meno ostico e imprendibile; un Sat-Chit-Ananda meno lontano; le sorprendenti filogenesi corticali; le assurdità delle “schiavitù volontarie” … e molte altre in-formazioni.
Forse anche una traccia di quel solito ingannevole ingrediente/espediente che ci permette di avvertire fugaci tracce di apparente gioia senza sensi di colpa: l’inconsapevolezza.

E forse, anche, una sottile, inguaribile nostalgia di tornare a quella casa (che quest’anno era Sestola e il suo Hotel San Marco) della Filosofia e del dialogo capace di proteggerci dalle intemperie dell’inconsapevolezza.
O ancora, quell’energia vitale, quella vis-viva che questa tipologia di incontri sa rigenerare.

Sento rinforzata in me la tensione e l’incontrovertibile necessità della consapevolezza; rimango ulteriormente scosso dall’evidenza di quanto l’opposto (mi si permetta il termine) della gioia non sia il dolore, ma la banalità.
Quella banalità che Hannah Arendt ha strettamente legato con gordiano nodo al male.
Ma (e) questa, a me sembra (non) sia un’altra storia.  

Ivano Ceribelli


Ivano ha proposto, nell’incontro serale del 21 agosto, una sua personalissima riflessione, proiettando un suo filmato che ci ha permesso di ‘sorvolare’, con il pensiero, dalle rovine di Gela fino alla moderna città ‘petrolchimica’. La voce narrante è quella incantevole di Alessandra!

Con la gentile autorizzazione di Ivano, condividiamo il link al video (altrimenti privato) che può interessare i nostri amici filosofanti. Anzi, sono sicuro che tutti vorranno rivedere il video e farsi cullare dagli stimoli alla meditazione.

https://youtu.be/Mo8Pv82eDZU

Ecco le parole di Ivano rivolte agli amici delle VF:

“[…] mi fa invece sinceramente piacere poterne proporre la visione a tutti coloro che, ognuno a modo proprio, possano avvertirne qualche stimolo, qualche suggestione, qualche sottile eco…
Sono quindi “felice” che il link possa essere divulgato (se vi sembra cosa buona) sui vostri siti e/o comunque comunicato a tutti coloro che ritenete possano avere interesse a visionare il video; ovviamente e in particolare modo a coloro che hanno condiviso queste splendide “Vacanze filosofiche” a Sestola.”

Ivano Ceribelli

Ivano Ceribelli
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Ivano Ceribelli è nato a Bergamo nel 1958. Figlio di un’insegnante di scuola elementare e di un pianista, si laurea, in età matura, in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bergamo. Fin da giovanissimo affascinato dal volo, è pilota di areoplani da turismo. Nel 2022 ha pubblicato Il vento e lo sguardo (Audax Edizioni). Segue da sempre uno stile di vita che lo tiene a stretto contatto con la Natura e le sue voci. Vive in Liguria da alcuni anni.

(fonte: https://santellionline.it/)

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