Azzarello: La gioia da una prospettiva culturale

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La gioia nonostante tutto recita l’invito degli organizzatori a relatori e partecipanti di questa settimana filosofica per non filosofi. Non so se la frase fosse intesa come un consiglio, un motto, un invito, un’ipotesi o tutte e quattro le cose insieme. So però che, da una prospettiva antropologica, la gioia nonostante tutto è un dato di fatto nella vita di tutti gli esseri umani sulla terra. Per fugace che sia quest’emozione (5 secondi, in media, di rush interiore), nonostante tutto motivante, è irrinunciabile (e irrinunciata) da tutti gli umani sul pianeta. La questione è comprendere come ogni cultura ne valorizza e gestisce tanto il ruolo che il potenziale prodursi in chi ne partecipa. E le differenze, credetemi, sono tante.

Permettetemi un altro aneddoto personale. E mi spiace che sia di nuovo un funerale! Ma un antropologo, anche se amatoriale come me, dovrebbe parlare innanzitutto delle proprie osservazioni e in questo incontro, al di là degli aneddoti personali, parlerò molto di quel che ho potuto, si parva licet, studiare sul campo nel corso della mia vita. Nel giugno del 2021 mio padre è venuto a mancare. Come molti di voi sanno, vivo in Germania e arrivare in tempo al funerale di mio padre (che si sarebbe svolto in Sicilia) mise me e mia moglie davanti a problemi logistici non indifferenti, in uno stato interiore, ovviamente, di grande tristezza. Ci rendemmo conto abbastanza presto che per arrivare in tempo al funerale rispettando i nostri rispettivi impegni lavorativi avevamo appena quattro giorni: dal giovedì alla domenica. Controllati i voli disponibili, capimmo che l’unica era recarci in Sicilia in macchina e ripartire immediatamente dopo il funerale. Sulla strada del ritorno, dopo circa 36 ore di viaggio ininterrotto, in piena notte e già in Svizzera, con l’umore sotto le scarpe vista anche la grande stanchezza fisica, un’emittente radio ticinese prese a raccontarci la vita di tale Florence Foster Jenkins, una miliardaria statunitense vissuta fra il 19 e il 20 sec., il cui sogno era quello di cantare. E sogno era, visto che di talento canoro la signora sembra ne avesse ben poco. Nondimeno Foster Jenkins non si diede per vinta, prese lezioni di canto e arrivò persino a esibirsi nei migliori teatri del mondo. Non so mia moglie, ma io, mentre guidavo, non è che proprio fossi così preso dalla sua vicenda. Ascoltavo distrattamente, con la mente altrove. La cosa cambiò, e di molto, quando ci fecero ascoltare una delle sue performance. Foster Jenkins cantava veramente male, talmente male che non riuscii a non sorridere, anzi risi proprio di gusto e non ho bisogno di dirvi quanto la gioia permessami da questo momento di ilarità mi aiutò a superare il resto della notte. Mi sono chiesto se quel momento di gioia, fosse, come mi sembrò sul momento, solo frutto del caso. Direi di no: la gioia è, come sapete, un’emozione basica, un momento interiore fugacissimo a funzione motivante. Come tutte le emozioni basiche è necessaria alla sopravvivenza. Nessuna cultura al mondo, di conseguenza, ha potuto fare a meno di confrontarsi con la sua necessità e tutte si sono preoccupate di non lasciarne al caso il darsi, il prodursi, sviluppando invece tecniche e istituti per stimolarla.

Ma come affrontare in modo proficuo questo rapporto fra cultura e gioia? Da un punto di vista scientifico certamente non si può pretendere di misurare quante persone provino effettivamente i 5 secondi di rush interiore, al di là di un contesto determinato e spesso neanche in quello. È più facile controllare il numero di feste e il tipo di attività (o prodotti artificiali, incluse le cosiddette droghe) e le ore dedicate ai giochi collettivi (molto diffusi in tutte le società di cosiddetti cacciatori-raccoglitori), svolte durante le stesse feste per farsi un’idea del valore che una determinata cultura dà alla gioia nonostante tutto e che idea ne abbia. 

Ovviamente, con la stessa prospettiva, è possibile studiare l’incidenza della necessità di gioia, la liceità nel provarla e la sua rilevanza o desiderabilità politico-pedagogica anche storicamente. Un esempio celebre è costituito dal lascito artistico francese del periodo cosiddetto della Reggenza. Dopo la morte del Re Sole, che aveva a lungo regnato in un’atmosfera di opprimente controllo centralista, perenne sospetto di complotto e una certa rigidezza morale (specie nell’ultima parte della vita del monarca), la società francese sente il bisogno di liberarsi interiormente ed esteriormente da tanta ansia, scoprendo e stimolando il gusto di partecipare a spensierati e frequenti balli collettivi all’aperto, feste popolari, attività teatrali. Il tutto viene puntualmente registrato in pittura, p.e. in opere come Pellegrinaggio a Citera di Antoine Watteau (1717), immagine in cui un’intera comitiva di festanti attende di imbarcarsi per l’isola dell’amore in un’atmosfera generale di leggerezza di costumi (guardate la coppia all’estrema destra) e generale, aerea inconsistenza. O in altre come il contemporaneo Pierrot (dello stesso autore) in cui (a proposito della differenza fra occasioni pubbliche di allegria ed emozione individuale e interiore della gioia) l’allegria di uno può implicare, crudelmente, come nello sport, la tristezza di un altro.

Antoine Watteau, Pellegrinaggio a Citera
Antoine Watteau, Pierrot

Del resto che il rapporto fra ciò che si ostenta pubblicamente e ciò che si sente a livello individuale non sia necessariamente omologo è esperienza che tocca ognuno di noi. Si potrebbe dire, p.e., che – quasi un secolo più tardi — dall’altra parte dei Pirenei, la corte spagnola avrebbe richiesto al proprio pittore Goya tante di quelle tele fra il festaiolo e il disimpegnato (è la sua famosa fase detta colorista) da guastarne definitivamente l’umore (come dimostrano tanto la sua corrispondenza che le sue opere, pubbliche e private, posteriori nella sua fase di libero professionista). E forse la stessa famiglia reale, virando verso gusti più popolari e di questo tipo, cercava di reagire al presentimento del disastro che di lì a poco l’avrebbe travolta con l’invasione napoleonica. Qui La gallina cieca del 1789, e a seguire Il parasole del 1777. Ma queste ultime sono ipotesi mie.

Francisco Goya, La gallina cieca
Francisco Goya, Il parasole

Tanto per restare in pittura vorrei mostrarvi la differenza di attitudine culturale verso la gioia nonostante tutto, che è possibile apprezzare in un caso particolarmente fortunato di apparente omologia. Tutti conoscete la celebre tela impressionista di Auguste Renoir Ballo al mulino della Galette (1876). Meno nota è la versione di Max Liebermann, entusiasta impressionista tedesco, Terrazza al ristorante di Nienstedten(1902), attivo in Germania e in Olanda.

Auguste Renoir, Ballo al mulino della Galette
Max Liebermann, Terrazza al ristorante di Nienstedten

Ci sono cose che le immagini esprimono meglio delle parole e basterà notare, rilevati gli effetti di luce e lo stile molto simili, il numero di persone ritratte, gli atteggiamenti delle stesse, il loro modo di star sedute, la distanza in cui spettatori e spettatrici vengono relegati dal pittore, e soprattutto l’impressione di quadratura e ordine che trasmette la tela tedesca rispetto a quella francese, per rendersi conto di come le occasioni di gioia e la gioia stessa vengano gestite diversamente dall’una e dall’altra parte del Reno. Del resto, come diceva un mio amico di Cagliari tanti anni fa, anche lui emigrato in Germania, la lettera-insegna che si vede più spesso in giro per le strade tedesche è la A di Apotheke (ovvero farmacia), in Italia è la T di Tabacchi. La gioia in Germania resta un’emozione privata, da sentire certo (preferibilmente in una passeggiata solitaria nei boschi, verde come il colore suggerito dalla tela), ma non da comunicare o condividere spiritualmente (notate il blu della tela francese?) e per quante occasioni di gioia ci si sforzi di creare (Oktoberfest, Carnevale, grandi eventi sportivi) è ben difficile trovarsi in un’ambiente come quello suggerito dalla tela di Renoir.


Ma passiamo ad un’altra cultura: quella spagnola. Fra le culture che conosco meglio, non avrei dubbi nell’indicarla come quella che più valore dà alla gioia e più occasioni pubbliche offre di viverla. Murcia, la città da cui proviene mia moglie, dedica la bellezza di 4 settimane all’anno a feste cittadine che definirei “oliste” in quanto interessano e coinvolgono l’intera città per tutto l’arco delle 24 ore di un giorno. Alle due settimane natalizie a cavallo del passaggio dell’anno (vissute più all’americana che alla tedesca, con poca solennità religiosa e più giocosità alcolica), seguono le festività pasquale, straordinariamente ricche di coreografie religiose e varie attività collaterali (come pure di irrinunciabili peculiarità gastronomiche), processioni affollatissime ogni giorno per tutta la settimana.

Una veduta della città spagnola di Murcia

Alla Pasqua succede, senza interruzione lavorativa, la settimana dedicata alla festa della primavera, in cui tutta la città partecipa a varie coreografie laiche di stampo tradizionale e umoristico. La prima settimana di settembre (N.B. alla fine dei due mesi di vacanze estive, come a volersi preparare, motivare degnamente in vista dell’anno che verrà) è invece dedicata a Moros y cristianos, celebrazione festaiola della riconquista cristiana di Murcia.

È difficile descrivere a parole il clima di assoluta rilassatezza (a cominciare da quella lavorativa) ed edonismo (gastronomico e non solo) che caratterizza tutte queste feste: abuso alcolico a parte, ricorda un po’ l’atmosfera del Ramadan nei paesi musulmani. Un particolare da considerare è che tutte queste ricorrenze sono unite tassativamente dall’avere un’anima parzialmente familiare e un’altra promiscua, dedicata cioè agli amici o al semplice star fuori, per strada, assorbendo casualmente l’atmosfera della festa e incontrando liberamente chi vi partecipa.

La prima volta che le ho viste, da impegnatissimo e stressatissimo docente universitario tedesco, ho avuto una reazione mista ma, fondamentalmente, tendente al franco rifiuto. Tutto il mio essere, pur apprezzando sinceramente l’allegro cafarnao che vedeva, desiderava profondamente cinque minuti di calma, di sospensione della rivoluzione apparente che è ogni festa (come ha osservato acutamente Franco Cardini), preludio roboante di una restaurazione che il mio intelletto sapeva imminente e addirittura desiderava. Neppure le feste mursiane si sottraggono a questo schema universale, ma quel che, al di là dei massimi sistemi, capii la prima volta che ho potuto parteciparvi è che io, io stesso, non ero culturalmente capace della gioia che avrebbero potuto darmi. Confesso che mi aiutò molto a comprenderlo il commento entusiasta di un amico spagnolo che mi faceva da cicerone nella Babele di suoni, colori e odori che è Murcia durante le feste: el que no lo pasa bien, es que no quiere. Tradotto: chi non si diverte, è perché non vuole. Aveva certamente ragione e io sicuramente avevo un freno culturale interiore verso la mia stessa capacità di gioia che, con il tempo, ho imparato a disinnescare.

Un momento della settimana della primavera a Murcia

La cultura spagnola invita a costruire la propria gioia sempre in presenza degli altri. Quella italiana, forse anche per la letterarietà del suo codice linguistico comune (e fatte salve le culture regionali, dialettofone e settoriali) tende invece alla distinzione, alla sprezzatura, al dispregio affettato dal cortigiano verso ciò che di norma la gente trova bello o piacevole. Intendiamoci bene: né tutti gli italiani sono individualisti radicali né tutti gli spagnoli aborrono la solitudine. Le loro culture, però (almeno nelle versioni socialmente considerate più alte) li attrezzano diversamente quando si tratta di gestire situazioni dell’uno o dell’altro colore. La gioia alla spagnola è evidentemente concepita come fugace e non viene mai spacciata per eterna. Per tornare all’espressione dell’amico: pasarlo bien. Io ho tradotto questa espressione con divertirsi (ci starebbe forse anche spassarsela) ma in fondo si tratta di passare bene il tempo (in spagnolo el rato, ovvero un po’ di tempo).

La mia ipotesi è che gli spagnoli, come succede a molti orientali, sappiano stravolgere il rapporto di sudditanza rispetto al tempo, presentato dal 99 per cento di chi vive in una cultura occidentale. Faccio qualche esempio. La giornata in Spagna sembra non finire mai: ci si alza il più tardi possibile (il che, paradossalmente, piò significare anche alle 5 o alle 6 del mattino per chi fa certi lavori) ma non si rinuncerebbe mai per questo a salir (cioè a uscire a far festa con gli amici) anche alle 22 o alle 23. Al lavoro si fanno, tassativamente, una pausa caffè appena arrivati, un almuerzo, cioè una pausa pre-pranzo di mezz’ora in cui si consuma qualcosa di sostanzioso (in Spagna le brioche o i cornetti si riservano per la colazione o la merenda), quindi o si fa una lunga pausa pranzo di un paio d’ore o vi si rinuncia per pranzare a casa propria fra le 15 e le 16. Se nel pomeriggio, o persino nel tardo pomeriggio, si incontrasse per caso qualcuno per strada che ci invitasse a tomar café (o algo, cioè qualcosa) andrebbero calcolate almeno due ore: prendere un espresso è non solo strutturalmente poco efficace ma soprattutto socialmente scortese.

A che serve conoscere queste differenze? Sul piano scientifico nominerei, al riguardo, almeno tre obiettivi: scrivere una storia delle emozioni, studiare i processi decisionali — inclusi quelli politici — di un popolo, e, infine elaborare un’etnopsichiatria efficace, cioè, senza andare troppo per il sottile, sviluppare e tenere in considerazione l’incidenza di sintomi e patologie molto frequenti in un gruppo culturale. Per quanto riguarda il piano pratico direi che conoscere la cultura degli altri impedisce di comportarsi come Berlusconi a un summit internazionale, agendo, in buona fede, come se il proprio sé fosse l’unica misura del mondo e perciò stesso, incapace per definizione di ferire o offendere l’altro. A livello personale, posso dire che ogni differenza percepita, ogni pratica assaporata e vissuta sul campo dell’etnografia vera e propria ha significato un’occasione di crescita e, paradossalmente, di sconfessione di pregiudizi stereotipici. Sì: i tedeschi e le tedesche sono spesso meno simpatici e simpatiche degli spagnoli e delle spagnole, ma né gli uni né le altre, dietro le apparenze di una comunicazione fredda o calda, sfuggono all’universale antropologico di fondo della gioia nonostante tutto, di quei cinque secondi in cui (per dirla con Ivano Fossati[1]) le nostalgie di ieri diventano pioggia sull’asfalto d’estate. Bisogna semplicemente intendere che è molto raro che quei cinque secondi i tedeschi e le tedesche li cerchino (con o) negli altri e comportarsi, saggiamente, di conseguenza. Alcune culture valorizzano più l’uno o l’altro estremo dell’espressione la gioia nonostante tutto, ma nessuna, proprio nessuna, può fare del tutto a meno della gioia.

Prima di passare alla discussione vera e propria vorrei invitarvi a una piccola esperienza etnografico gastronomica murciana legata alla gioia, per cui dovrete immaginarvi giovani studenti e studentesse dell’università di Murcia, che visto che 1) rende in sintesi molte mie osservazioni dirette e 2) siamo a una vacanza filosofica per non filosofi, per non essere troppo pomposi, chiamerei 

Ore 13, aperitivo a Murcia: fenomenologia della Marinera

Mangiare è un’esperienza che può dare gioia. E leggere una ricetta può essere piacevole ma non basterà mai alla nostra fame di esperienza. Mangiare è un’esperienza di costruzione del senso, che di sicuro funziona anche attraverso parametri biochimici descrivibili, ma che in fondo sono meno importanti del contesto spaziotemporale in cui le cose che mangiamo incontrano le nostre vite. Mangiare (di norma) significa dedicare una parte del proprio proprio tempo, della propria vita, della propria attenzione, all’esperienza del bene. Perché, in genere, mangiamo per farci del bene. Ed è proprio dalla nostra capacità di gestire il bene che ci tocca che dipende la qualità della nostra vita. Ma naturalmente non è solo una questione di prospettiva, o indole, personale. Ci sono anche le cose, gli eventi a fare la nostra vita. Dove, quando e con chi facciamo qualcosa, fa sempre la differenza. Preferireste mangiare una cassata a Palermo o a Colonia? Per me che vengo da Palermo e ho studiato a Colonia, la risposta a questa domanda à anche basata sull’esperienza, non solo sulla cosiddetta prospettiva. Ma sarà capitato a tutti di comprare dei dolci o del vino consumati in vacanza da qualche parte del mondo, in ottima compagnia e non riprovare le stesse sensazioni consumandole una volta a casa. Ma passiamo all’esperienza vera e propria.

Ore 13: aperitivo a Murcia

Immaginate di essere usciti dall’università, a Murcia, e incontrare qualcuno, diretto verso nord… che ha voglia di una marinera. Naturalmente si va alla Vidriera in Alfonso X perché la Plaza de las Flores, ormai non è nella giusta direzione.

Murcia, Plaza de las Flores

Siamo in autunno ma ci sono una trentina di gradi. Naturalmente non piove, ma abbiamo tutti una giacca e gli occhiali di sole. I 40 e passa dell’estate sono un ricordo non troppo lontano. Saremo in quattro o cinque. E magari verrà anche qualcun altro. Ci sediamo senza alcuna cerimonia al primo tavolo libero che vediamo. Nessuno di noi degna la carte di uno sguardo. Il personale di servizio si presenta al tavolo e la maggior parte di noi ordina: una marinera y una canya (ovvero una marinera e  una birra alla spina) ! Eccola qua:

Si tratta di una sorta di biscotto salato elongato: praticamente un grissino che si morde la coda, biscotto detto rosquilla, sul quale riposa una dose molto generosa di ensaladilla rusa (una versione più scura e salata della nostra insalata russa), decorata da un’acciuga (che in Spagna è considerata una prelibatezza senza alcun sentore plebeo).

L’aspetto è luminoso. Divertente. Colorato. Che ci fa un’acciuga nel mio piatto? Non ci sono posate. Dovrò mangiare con la mani. Per fortuna che si può prendere la marinera da una delle due parti della rosquilla, immagino, appositamente lasciata più scarica. La prendo e l’odoro, come faccio sempre. Ma non sono io il solo. Con mia grande sorpresa noto che l’acciuga non ha un odore molto forte. A dominare è invece l’odore grasso e un po’ acidulo dell’ ensaladilla (è un odore fresco, estivo). Comincio a capire che se l’acciuga non affonda nell’ensaladilla, l’ensaladilla non sprofonderà attraverso la rosquilla. Curioso e ammirato da questo equilibrio magico non sono ancora sicuro di come procedere: temo di provocare un gran terremoto al primo morso. OK, con un po’ di fortuna, la crema non mi resterà sui baffi e con l’aiuto di tutti i santi spagnoli neppure cadrà sul tavolo, nel momento in ci romperò la rosquilla con i denti inferiori. Sono giovane, ce la farò. Ma che faccia faranno gli altri, quando l’acciuga, ritirata dal suo letto naturale di ensaladilla, penderà disperata dalle mie labbra? Mi faccio coraggio invocando tutti i santi protettori dell’arcata superiore. Metto da parte lo scetticismo e apro le danze. La rosquilla si spezza facilmente. Me lo hanno detto le mie orecchie (croc). La mia lingua comincia chiaramente a farmi sentire sapore di sale. Istintivamente, per tenere a bada l’acciuga, abbasso le labbra superiori insieme ai denti di sopra. A questo punto apprezzo il contrasto fra il duro della rosquilla e la consistenza abbastanza tenera dell’acciuga. Nello stesso tempo la parte di ensaladilla già in bocca circola sui lati e verso la gola risolvendo molto bene il contrasto. Il sapore di questa laica trinità è tanto grasso e fresco come me lo aveva annunciato il naso. Mentre mastico si mescola la dolcezza appena percettibile della rosquilla con il grasso dell’ ensaladilla (piena di patate) evitandomi un nuovo (e letale) contrasto: quello fra la salinità dell’ acciuga e la dolcezza della rosquilla. La salvezza dal grasso, che non si sente mai in eccesso, è data dall’aceto in cui hanno macerato le verdure.

La birra alla spina, con il suo sapore dolceamaro, prolunga quello della rosquilla, facendo da preludio all’ ormai l’inevitabile prossimo morso. So già che quando finirà l’acciuga tutto si chiuderà con un’ultimo croc da rosquilla. E allora passerò a un altro aperitivo o prenderò qualcosa di più solido da mangiare. È passata un’ora almeno, forse ho invitato io o forse qualcun altro o, più verosimilmente, abbiamo diviso il conto. Abbiamo mangiato e riso molto, abbiamo parlato del cibo, di dove lo fanno meglio o peggio, di chi non è a tavola, delle nostre storie se ne avevamo di nuove. Non c’è mai stato un minuto di silenzio. Forse qualche nostalgia di ieri se ne è andata, come pioggia sull’asfalto d’estate.

E adesso possiamo parlare.


Bibliografia

  • Bernardo Bianchi / Andreas Lipowsky / Oliver Precht, Die ontologische Wende. Indigene Kosmologie und die Dekolonisierung des Seins (hrsg. von) (Suhrkamp: Berlin) 2026.
  • Franco Cardini, Il libro delle feste. Il cerchio sacro dell’anno (Il Cerchio: Rimini) 1998/ 2004/ 2011.
  • Fabio Dei, Antropologia culturale  (Mulino: Bologna) 2012 (2. ed.).
  • Vinciane Despret, Ces émotions qui nous fabriquent. Ethnopsychologie de l’authenticité (Points: Paris) 1999/2001/2022.
  • Jared Diamond, The World Until Yesterday. What Can we Learn From Traditional Societies? (Viking Press: New York City) 2012.
  • Thomas Dixon, The History of Emotions. A Very Short Introduction (Oxford University Press: Oxford) 2023.
  • Dylan Evans, Emotions. A Very Short Introduction (Oxford University Press: Oxford) 2019. (2. ed.).
  • Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale (Mondadori: Milano) 2010.
  • Paul GriffithS, What Emotions Really are: The Problem of Psychological Categories (Chicago University Press: Chicago) 1997.
  • David Le Breton,  Anthropologie des émotions (Payot & Rivages: Paris) 1998/2001/ 2004.
  • Philip L. Newman, “ Wild man Behaviour in a New Guinea Highlands Community“ in American Anthropologist,1964,66, p. 1-19.

[1] È l’ultimo verso di una canzone intitolata La bellezza stravagante uscita nell’Album Lampo viaggiatore (2003).

Francesco Azzarello
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Francesco Azzarello è un autore che scrive regolarmente su Dialoghi Mediterranei, il periodico bimestrale online dell'Istituto Euroarabo di  Mazara del Vallo. 
Ha pubblicato diversi saggi e contributi recenti sulla rivista, tra cui:
  • Le lezioni di estetica di Hegel, gli uccelli di Hitchcock e l'Annunciazione con Sant'Emidio di Carlo Crivelli (luglio 2026)
  • L'antropocentrismo come violenza originaria: un dialogo in corso (insieme ad Augusto Cavadi, gennaio 2026)
  • L'arte preistorica e l'«ipotesi jizz» secondo Baptiste Morizot (marzo 2026)
  • Quattro Maddalene di Georges de La Tour in “pratica” (settembre 2025)
  • Dante unforgiven. Ermeneutica del film (luglio 2025)
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  • Le lezioni di estetica di Hegel, gli uccelli di Hitchcock e l'Annunciazione con Sant'Emidio di Carlo Crivelli (luglio 2026)
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