Proponiamo qui l’intervento di Maria Concetta Di Spigno, avvenuto il 21 agosto 2025, sessione pomeridiana.
A chi, andandosene a spasso nella strada principale della città, tutto assorto nei propri pensieri (quelli che in quel momento sembrano più urgenti: dalla lista della spesa alla pace nel mondo, a seconda del momento), non è capitato di sentirsi chiamare a gran voce da qualcuno che si è affrettato a raggiungerci e che, da quel momento, non si è più staccato da noi? Con fare disinvolto il seccatore ha cominciato a parlare, finché non è arrivato al vero scopo della sua presenza: “senti, tu che conosci il giudice, il funzionario dell’Amministrazione, il responsabile dell’Ufficio…. non potresti presentarmi, sono anch’io tuo amico, mi farebbe piacere esserlo anche di …”
Quello che, se non proprio in questi termini, può essere accaduto almeno una volta a ciascuno di noi, non è una eccezione, è un’antica consuetudine. Orazio, poeta latino vissuto tra il 65 e l’8 a.C., racconta un incontro simile in una sua Satira (I 9), presentandoci in modo bonario un seccatore della sua epoca. (“…chi mai sa scrivere più versi di me o più alla svelta? O danzare più morbidamente? O cantare da suscitare l’invidia d’Ermogene stesso?” La misura era colma davvero. “Ma che”, gli dico “non hai una madre, un parente cui prema il tuo stare in salute?” “Non ho più nessuno. Tutti sepolti” “Li invidio! Ora rimango io solo. Su, dunque: finiscimi.”)
In realtà il termine Satire, dato a un gruppo di suoi componimenti, è stato attribuito non da Orazio, che invece li definì Sermones, ma in epoca successiva, quando si precisò il genere letterario cui queste opere vennero attribuite.
Ma di che genere si tratta e cosa caratterizza la satira rispetto ad altre forme letterarie?
Augusto ci ha parlato dell’ironia di Socrate, la satira è simile all’ironia o se ne differenzia in qualche modo? Di solito, l’ironia gioca su una presentazione opposta della realtà. Io non sono bello, eppure qualcuno mi definisce un Adone! Con la satira, invece, si intendono porre in evidenza i vizi e le contraddizioni dei comportamenti umani per far riflettere, ed eventualmente provocarne il cambiamento. Cerchiamo allora di capire meglio cosa intendiamo per satira e quale sia la sua origine, e proviamo a capire come sia legata a una certa visione dell’esistenza umana.
La satira è un genere letterario, che secondo Quintiliano, (retore dell’età Flavia, vissuto tra il 35 e il 96 d.c.) è proprio dei Romani (satura tota nostra est… Istitutiones X 1,93).
Il termine deriverebbe, secondo una ipotesi formulata nel IV secolo dal grammatico Diomede, da “lanx satura”, cioè piatto pieno, a indicare la varietà degli argomenti di cui si occupa. Non è nemmeno escluso un qualche rapporto con il teatro greco (lo stesso Orazio parla di autori greci come Aristofane che colpiscono i viziosi I 4, 1-5), o con il dramma satiresco (opere teatrali di origine greca in cui i Satiri sono protagonisti).

Tradizionalmente, essendo perduti i testi degli autori più antichi cui si attribuiscono delle saturae (Ennio 239- 169? a. c. e Pacuvio, 220-130 a. c.), è considerato iniziatore del genere il poeta Lucilio (180?-103/102 a. c.). Di lui, che scrisse ben 30 libri di satire (ma non è questo il termine col quale definì i suoi componimenti, per i quali invece usa i termini di ludus ac sermones), ci restano circa 1300 versi. Lo indica come autore di satire lo stesso Orazio, che considera lo stile di Lucilio “limaccioso” (lutulentus) e attribuisce al poeta una scrittura di getto, sciatta, poco meditata. La satira di Lucilio si sarebbe rivolta, con toni forti ed aggressivi, soprattutto verso i personaggi politici del suo tempo e, in particolare, contro gli avversari del gruppo degli Scipioni, di cui faceva parte.
Si trattava di un gruppo costituito da membri di nobili famiglie, riuniti intorno a Scipione Emiliano (poi detto Africano Minore), che comprendeva anche filosofi e letterati greci (Polibio, storico, Panezio, filosofo stoico) e latini (Gaio Lelio, Rutilio Rufo, Caio Lucilio). Proprio l’incontro con la filosofia greca, in particolare lo stoicismo diffuso da Panezio a Roma, costituisce un ulteriore elemento idoneo alla definizione di quell’ideale di uomo saggio, che vive praticando la virtù, non si lascia sopraffare dalle passioni, affronta con coraggio le avversità della vita.
Ideale comune, pur nella diversità di interessi tra i vari componenti del circolo degli Scipioni, è l’humanitas, la conoscenza della natura umana che si realizza anche attraverso la cultura, elemento essenziale per la formazione dell’uomo. L’otium letterario ricercato da alcuni aderenti, in particolare da Lucilio, rischia di isolare dalla vita sociale, ma consente di affermare liberamente nell’arte la propria personalità.
Lucilio, comunque, nei pochi frammenti che ci sono rimasti, mostra una sua capacità di schierarsi incondizionatamente dalla parte dei suoi amici, appuntando i suoi strali contro gli avversari. Ad esempio, contro uno di loro, Lucio Aurelio Cotta, non esita ad affermare: “Il vecchio Lucio Cotta, il padre di questo grassone, fu un grande imbroglione in materia di denari, e non fu facile a rendere a nessuno“, dandogli dello scroccone. Mentre è ancora più velenoso nei confronti di Lucio Cornelio Lentulo Lupo, che colpisce con due soli versi: “Che aspetto, che volto ha quest’uomo?” “Il volto è come l’aspetto: morte, malattia, veleno“.
Non mancavano, però, anche vivaci descrizioni della vita quotidiana, della febbrile animazione che si poteva vedere nel Foro, dove ognuno, a qualsiasi ceto appartenesse, si dava da fare per ottenere vantaggi per sé a scapito degli altri. “Ma ora, dalla mattina alla sera, nei giorni di festa ed in quelli di lavoro sempre ed egualmente il popolo e i senatori si agitano tutti nel foro, non se ne vanno in nessun altro luogo; tutti quanti si dedicano con zelo alla stessa occupazione di ingannarsi astutamente, di lottare fra loro con la frode, di gareggiare in finzioni, di fingersi galantuomini, di tendersi insidie, come se tutti fossero nemici fra loro.” (trad. Terzaghi) Si tratta, come vediamo, di una “fotografia” che potremmo considerare valida anche oggi, adattandola alle diverse situazioni sociali e politiche attuali. La descrizione di Lucilio colpisce in questo caso non tanto una persona in particolare, cosa che il poeta spesso fa, quanto un atteggiamento diffuso nella società romana, che andava perdendo, secondo lui, il carattere più modesto delle origini.
Analogamente Lucilio rimprovera il comportamento delle matrone della sua epoca, che cercano ogni scusa per uscire da sole e non occuparsi della casa “…o a celebrare un sacrificio con le amiche in un tempio assai frequentato…o quando bisogna andare da qualche parte e trova una scusa per uscire – deve andare dall’orefice, dalla mamma, dalla cognata, dall’amica… la lana, ogni lavoro va in rovina; le tignole e la muffa distruggono tutto”. Del resto Lucilio non ha una grande opinione dell’istituto del matrimonio, come risulta da un altro frammento: “Gli uomini spontaneamente si procurano questo malanno e questa disgrazia: prendono moglie, procreano figli con i quali procurarsi questi fastidi”.
Lucilio quindi osserva, con una certa asprezza, il comportamento dei suoi contemporanei, mettendo in evidenza la degenerazione dei costumi, l’ambiguità di certi atteggiamenti, (bonum simulare virum se, cioè fingersi galantuomini), ma colpisce con i suoi strali, in modo dettato dalla sua partigianeria, solo i “nemici” o gli avversari degli Scipioni, ridicolizzandoli, denigrandoli o svelandone i vizi.
Questo è dunque il tono con cui si presenta, inizialmente, quella che poi sarà definita la satira, ma si deve a Orazio una caratterizzazione del genere.

L’ambiente in cui Orazio svolge la sua attività è profondamente diverso da quello di Lucilio: concluse le guerre civili, riportata una certa tranquillità tra i vari gruppi sociali, Ottaviano assume di fatto il potere, instaurando un periodo di “pace”, e favorendo la nascita di un nuovo ordinamento dello stato. Ottaviano Augusto, infatti, nel mantenere almeno formalmente le strutture repubblicane, innesta su queste la sostanza monarchica del nuovo regime. Si definisce princeps, vuole essere considerato primus inter pares (termine che, in epoca repubblicana, indicava il senatore che aveva diritto a presiedere le riunioni del Senato ed era eletto dai senatori per 5 anni, rinnovabili una sola volta), ma esercita di fatto un potere autoritario, facendo coincidere sulla sua persona l’autorità politica, militare e religiosa. Per promuovere il consenso e non assumere formalmente un ruolo di signore assoluto, l’attività politica del Senato continuava ad esercitarsi (anche se Ottaviano espulse dal Senato o convinse a dimettersi un gran numero di senatori) ma ridotta al ruolo di “consiglio” da lui consultato in caso di decisioni importanti e le varie cariche repubblicane, pur continuando ad esistere, vennero svuotate di gran parte del potere.
In questo nuovo assetto storico-politico la cultura contribuisce a trasformare la Roma repubblicana in capitale di un Impero (ancora non formalmente dichiarato). Ottaviano comprende che gli aristocratici della Roma repubblicana avevano svolto un certo ruolo nel diffondere gli ideali della romanitas e, da uomo colto quale lui stesso è, fa in modo che intorno a sé si riuniscano quelli che oggi definiremmo i migliori intellettuali del suo tempo.Attraverso il circolo di letterati che creò il suocollaboratore e ministro, C. Cilnio Mecenate, raffinato uomo di cultura e abile diplomatico, vennero promossi gli ideali morali, civili e patriottici propugnati da Augusto. C’è da dire che, rispetto al circolo degli Scipioni a cui ho accennato, i componenti del gruppo di amici, (perché tali erano tra loro), riunito intorno a Mecenate non erano appartenenti a famiglie dell’antica aristocrazia, ma provinciali, figli di piccoli proprietari terrieri, come Virgilio (di Andes, vicino Mantova) o, come Orazio, figlio di un liberto di Venosa, uomini cioè che non rinnegano le loro modeste origini e considerano un vanto essere riusciti ad emergere grazie alle loro qualità.
Come si pone Orazio in rapporto con la cultura e con la società del suo tempo? Pur condividendo quelle che erano le tendenze del circolo di Mecenate: rivalutazione delle antiche tradizioni italiche, celebrazione del periodo di pace instaurato da Augusto, recupero del valore della pietas tradizionale, frugalità nei costumi, riscoperta dei valori della terra, ma anche missione universale pacificatrice di Roma, non assunse mai, come del resto evitarono di fare anche gli altri componenti del circolo, l’atteggiamento di poeta di corte, di adulatore del principe, mantenne sempre la propria autonomia di giudizio e fu sempre orgoglioso della propria indipendenza intellettuale.
Del resto la storia personale di Orazio, prima dell’incontro con Mecenate, è legata alla causa dei cesaricidi, Bruto e Cassio. Infatti il giovane figlio del liberto, che aveva studiato a Roma e si trovava in Grecia per completare la sua educazione, si arruolò a vent’anni nell’esercito di coloro che si ritenevano difensori della Repubblica romana e avevano ucciso Cesare, proclamato dittatore. Dopo la loro sconfitta a Filippi (42 a.C.), Orazio tornò, amnistiato, a Roma dove ebbe un piccolo incarico statale e iniziò a scrivere versi. Fu proprio grazie a questi che venne introdotto nel circolo di Mecenate.

La sua opera letteraria comprende composizioni di vario genere: le Odi, composte, per i primi tre libri tra il 30 e il 23 a. c., mentre il quarto venne pubblicato nel 13, includono più di 100 componimenti, nei quali Orazio rivela la sua conoscenza dei poeti greci e l’influenza da questi esercitata soprattutto nella forma metrica. I temi affrontati sono: il piacere dell’amicizia, la moderazione nel bere, nei banchetti, l’amore, evocato e descritto con immagini nostalgiche e talvolta ironiche più che come passione, la costatazione del tempo che passa e l’invito, nel quale si è ritrovata traccia della filosofia epicurea, a vivere pienamente il presente (il famoso carpe diem!), inteso non come un banale “godi l’attimo”, ma come desiderio di trovare, di fronte alla precarietà dell’esistenza, un rifugio interiore, la piena consapevolezza e padronanza di sé. Orazio vive questo tentativo non con drammaticità, ma cercando un equilibrio, un dominio interiore, che spesso risolve con uno sguardo bonario o ironico, osservando i propri ed altrui comportamenti rispetto ai grandi problemi esistenziali.
In tutta l’opera di questo poeta è possibile rintracciare l’invito a essere consapevoli della fugacità della vita e dell’inutilità della ricerca spasmodica dei piaceri che, invece, la maggior parte degli uomini del suo tempo sembra perseguire. Proprio dall’osservazione della società contemporanea scaturisce l’atteggiamento di critica, ora bonaria, ora più decisa, ma mai troppo aspra, feroce, all’origine della satira di Orazio. La satira, secondo Orazio, risponde infatti a una precisa esigenza: “ridentem dicere verum”, (I 1,24) cioè rivelare la verità che si cerca di mantenere nascosta mostrandone, in modo apparentemente leggero, svagato, l’aspetto contraddittorio, biasimevole.
Il tono con cui Orazio, a differenza di Lucilio, tratta i suoi argomenti, è piacevole, quasi discorsivo, ma non per questo meno acuto nell’analisi e pertinente nella riprovazione. Il poeta, negli altri suoi componimenti, per i quali usa i termini di Epodi, più polemici, e Sermones, più discorsivi, (questi ultimi distinti successivamente dai critici in Saturae ed Epistulae) presenta, con un sorriso divertito piccoli episodi e personaggi tratti dalla vita di tutti i giorni, utilizzando anche espressioni e termini di uso quotidiano, senza risparmiare nemmeno a se stesso sgradevoli commenti.
È infatti questo uno dei caratteri della satira oraziana: far emergere l’aspetto ridicolo di certi comportamenti umani, e, quindi, criticarli, facendone comprendere l’insensatezza. Alla base di questa visione del poeta c’è l’idea della “virtù”, di una vita trascorsa secondo la “giusta misura”, cercando di rimanere fedele agli insegnamenti ricevuti dal padre, un liberto di Venosa, dove il poeta stesso è nato, ma anche della filosofia epicurea, tanto che Orazio stesso si definisce “porcus” del gregge di Epicuro. (Epist. I 4,16).
Orazio non disdegna di colpire i comportamenti dei suoi contemporanei, descrive una società nella quale si muovono persone che invidiano l’altrui condizione di vita, o che badano solo ad accumulare denaro, concludendo che nessuno è soddisfatto del proprio stato. Il soldato vorrebbe fare il commerciante, il giurista invidia la vita del contadino ma, se un caso fortuito o un dio volesse accontentarli e ciascuno potesse cambiare il proprio stato, nessuno lo vorrebbe. (Satire I 1 19). “Come mai, o Mecenate, non c’è uomo contento della vita che il cielo gli ha dato o lui stesso si è scelto ed invidia quella degli altri?”- “beati i mercanti!, esclama il soldato grave d’anni, le ossa rotte da tante fatiche. Ma il mercante all’opposto, quando l’Austro gli sbatte la nave dice: “Che bello fare la guerra! Si vada pure in battaglia ma almeno, nel giro di un’ora, rapida viene la morte o la lieta vittoria”.
Ben più saggio invece sarebbe essere soddisfatti di ciò che si ha, senza cercare di accumulare più del necessario, mantenendo un giusto equilibrio (est modus in rebus! I 1 106), così da potersi ritirare, finito il proprio tempo, sereno, come un ospite sazio (ib. 119-120). “Ne deriva che è ben raro trovare qualcuno che dica d’esser vissuto felice e che, finito il suo tempo, si ritiri, sereno, come un ospite sazio”.
È questo il senso dell’esistenza per Orazio: imparare a vivere appagato di ciò che si ha, senza lasciarsi trascinare della smania di avere, di accumulare. Orazio osserva, con il buon senso di chi conosce la vita, che “per calmare la sete basta l’acqua di una piccola brocca e non è ragionevole cercare di avere il letto di un fiume…” (ib. 54-55). Orazio guarda le persone che vivono nella città e ne descrive gli eccessi: “Maltino passeggia con la tunica sotto il tallone, quest’altro, scherzoso, se la tira su sino all’inguine e non si vergogna” (I 2 25-26), perché, spiega, “gli sciocchi, nell’evitare i difetti, precipitano in quelli contrari” (ib. 24). Uno è avaro, passa la vita a inseguire i propri creditori, ma vive come un poveraccio, l’altro è prodigo, sperpera il patrimonio di famiglia per non passare da taccagno.
Chi si dedica all’adulterio teme di incorrere in rischi molto gravi, che Orazio descrive in alcune scenette: “questi si buttò a capofitto dal tetto, quest’altro fu sferzato fino alla morte, uno, fuggendo finì tra crudeli ladroni, un altro, per aver salva la vita sborsò fior di denari…” arrivando alla condizione estrema: “questi lo stuprarono i servi, a un altro, (è successo anche questo!) tagliarono i testicoli e la coda salace” (ib. 41-46). Ma anche chi non si occupa delle mogli altrui e pratica il libertinaggio, mette a rischio il proprio buon nome e il patrimonio. Qual è, perciò la conclusione? “Capire qual sia la misura che natura assegna ai piaceri, cosa può sopportare e cosa la faccia soffrire, separare l’essenziale dal vano”. Ancora una volta Orazio, mostrando l’assurdità di certi comportamenti diffusi nella società del tempo, invita a trovare il giusto equilibrio, a evitare gli estremi.
Ma vanno evitati anche gli atteggiamenti, eccessivamente rigorosi, di condanna nei confronti degli amici; va invece praticata la tolleranza, perché, come riconosce il poeta, spesso si vedono i difetti degli altri e non i propri. Ed è a questo punto che Orazio confuta gli stoici, perché “chi sostiene che in via generale ogni colpa è simile all’altra, si scontra con la realtà delle cose; è smentito da norme di vita e buon senso; è smentito da quell’utile stesso che è come la madre del giusto e dell’equo” (I 3 96-98). Orazio fa appello alla ragione, che distingue tra le varie colpe ed a ciascuna assegna una punizione proporzionata.
Non esita, quindi, a prendersi gioco anche di certi atteggiamenti che assumevano alcuni suoi contemporanei, attratti dagli eccessi dello stoicismo. In un dialogo immaginario, un certo Damasippo dichiara che “dal giorno che strozzini e banchieri hanno fatto fare naufragio a ogni mio bene, liberato dai miei, mi curo degli affari degli altri” (II 3 18-20), perché, proprio quando era sul punto di gettarsi nel fiume, era stato fermato dallo stoico Stertinio, che l’aveva invitato a guardarsi intorno: “ti affanna una falsa vergogna, temi di esser preso per matto in un mondo di matti” (ib. 38-40). Da qui inizia un elenco di “pazzie” commesse da uomini che si ritengono sani. C’è lo sciocco che teme cose che non sono da temere e c’è il temerario, che sarebbe capace di gettarsi nel fuoco o tra le onde, chi non tiene conto degli avvertimenti degli amici e parenti, e, per rafforzare quanto afferma, Orazio fa riferimento ad uno spassoso episodio accaduto in teatro, quando l’attore Fufio, ubriaco, si addormentò mentre era sul palco e non pronunciò la battuta di risposta al collega, nonostante l’intero teatro lo sollecitasse. “C’è lo sciocco che teme cose che non son da temere e che urla che fuoco o rocce o fiumi fanno ostacolo nella pianura, e c’è l’altro, ben diverso ma non più assennato, che si getta in mezzo alle fiamme e alle onde: e se pure l’amica o la dolce sua madre, oppur la sorella o la moglie, e il padre e i parenti tutti gli gridassero insieme: sta’ attento che lì c’è un burrone, che lì c’è uno scoglio tremendo! Lui non sentirebbe più di quanto sentisse, quel giorno, Fufio, quando, ubriaco, si dormì da cima a fondo la parte di Iliona senza udire i milleduecento Catieni strillanti: Madre, te invoco!”
L’insensatezza degli uomini è provata fin dall’antichità, non ne sfuggono neanche gli eroi omerici: non è da considerarsi pazzo Agamennone, che sacrificò sua figlia Ifigenia per favorire il viaggio verso Troia, e, in nome di un falso ossequio al volere degli dei, sacrificò il suo stesso sangue? Gli esempi di pazzia si susseguono: “l’amante si tormenta, incerto se tornare là dove, non chiamato, finirà per tornare, chiedendosi: che faccio, ci vado? Ma no, è meglio finirla. Mi caccia e poi mi richiama: che faccio, ci vado? Ma nemmeno se mi prega in ginocchio…” (ib. 264-266) Gli uomini sono come bambini capricciosi che rifiutano l’offerta di buone mele. Se dici loro “e allora fa senza” le vogliono.
Persino chi prega gli dei è insensato. Una madre che veglia sul figlio malato promette, in caso di guarigione, di digiunare nel giorno prescritto e di immergerlo nelle acque del Tevere. Così, commenta Orazio, “se il caso o il dottore strappassero il malatino alla morte, sarà la folle sua madre, tenendolo fermo sulla gelida sponda a farlo perire. Quale male le ha sconvolto la mente? Il timor degli dei” (ib. 292-295). Del resto il poeta riconosce di non essere esente lui stesso da una qualche forma di pazzia, come gli rinfaccia Damasippo: vuoi ingrandire la casetta in Sabina che ti ha donato Mecenate, scrivi versi, sei irascibile, hai un tenore di vita superiore a quanto guadagni, hai un debole per i ragazzi e per le ragazze… Difetto, quest’ultimo che Orazio considera il minore.
In un altro componimento (II 7) (durante i Saturnalia) è lo schiavo Dama, che dice di seguire lo stoicismo, ad accusare il poeta di non credere davvero a ciò che “predica” nelle sue opere. Infatti Orazio dice di desiderare che i suoi contemporanei tornino ai semplici costumi dei tempi passati, ma se ciò avvenisse, non ci si troverebbe bene. “A Roma è la campagna che invochi; in campagna, incostante come sei, non fai che sognare la città che non c’è” (ib. 28-29). Ed ancora, chiede lo schiavo: credi forse di essere libero? Che la tua condizione sia differente dalla mia? “Non vedi, tu che mi comandi, che sei schiavo infelice di un altro e che dai fili tirati da un altro ti muovi come un pagliaccio?” (ib. 80-82) Chi è libero dunque? “il sapiente, che sa comandare a se stesso, guardare senza paura la morte, la povertà e le catene, saldo nel tener testa alle basse passioni, spregiare gli onori, tutto in se stesso e così levigato e rotondo che nulla d’esterno potrà mai trattenersi sulla sua superficie e contro il quale sempre avverrà che si infrangano i colpi della fortuna” (Ib. 83-89) La descrizione del saggio sarà pure corretta, ma risulta troppo alta e non corrisponde al modo di agire del poeta né dei suoi contemporanei, a quanto si evince dalla satira.
Nella Roma di Orazio, a quanto pare, una delle principali occupazioni (essendo praticamente inibita l’azione politica, affidata a fedelissimi del principe) era l’arte del ricevere e della cucina. Orazio ci descrive le preoccupazioni dei padroni di casa per osservare i “precetti” di un pranzo elegante e la ricerca affannosa, fin dall’alba, di prelibatezze (quanto più costose tanto più ricercate) da offrire ai commensali. È una Roma in cui, nonostante la pax augustea, si cominciano ad avvertire i primi segnali di decadenza, in cui diventano esempi di tutto rispetto i buongustai, in cui all’interesse pubblico si va sostituendo il prestigio del privato. Ecco allora un certo Cazio (II 4) che, tutto assorto nei suoi pensieri, all’amico che lo incontra, riversa, come fonte inesauribile di sapere, i “precetti” che ha appreso da quello che oggi chiameremmo un raffinato chef (e del resto non sono cose confinate alla Roma del principato…oggi, invece!)“ che furia, mio Cazio!” “Sì, davvero: ho proprio gran fretta. Mi preme fissarmi nel capo quei nuovi precetti che eclisseranno gli antichi dell’imputato di Anito, di Pitagora e del dotto Platone”o il parvenu Nasidieno (II 8), che volendo stupire i suoi commensali, sbaglia l’ordine delle portate, che comunque esalta senza fine, spiegando il procedimento di cottura, la preparazione, il prezzo dei diversi ingredienti, fino al tragicomico finale del baldacchino che crolla sulla mensa e che determina il riso degli ospiti…
Ma c’è un altro aspetto che Orazio, pur riconoscendo la sua condizione di uomo con tutti i suoi difetti, rivendica: la sua libertà di poeta satirico (I 4). A chi gli rimprovera di fare satira, il poeta risponde di non voler essere polemico e verboso come Lucilio, ma di parlare, dopo un attento labor scribendi (I 10 72-73) “cancella spesso se vuoi scrivere cose degne d’esser rilette” con spirito leale tra un gruppo di amici. Indicare con eleganza e sobrietà i comportamenti sbagliati e i vizi presenti nella società è giusto e può essere utile a molti; la sua poesia, anche se non esalta le gesta degli eroi antichi, ha un suo scopo e merita l’apprezzamento delle persone di valore (II 1). “…può darsi che una parola di troppo, per scherzo, mi possa sfuggire: è un po’ mio diritto e tu mi vorrai perdonare. Fu del resto il mio ottimo padre a darmi questa lezione, ossia col mostrarmi ogni vizio, uno per uno, ond’io li evitassi. A che io vivessi parco e frugale, contento di quanto lui stesso mi aveva fornito…”
“…non vengo mai meno a me stesso. “Questo è più giusto, mi dico…… o ancora: “la sua azione è tutt’altro che bella: attenzione! non vorrei rischiar d’imitarlo”. Ecco ciò che vado pensando dentro di me, le labbra serrate. E appena ho un poco di tempo mi diverto a metterlo in carta, ed è proprio questo uno dei miei difetti minori…”
“Non fu forse per primo Lucilio a osare comporre poesie di questo tenore? A strappare alla gente la maschera che la rendeva splendente di fuori mentre era tutta sconcia di dentro?”
È una vera e propria difesa della satira, quella che viene fatta dal poeta, che attribuisce ai suoi componimenti una funzione positiva: di fronte al dilagare di opere adulatorie nei confronti del principe, riserva a se stesso il ruolo di far riflettere, senza acrimonia, sulle contraddizioni o sull’assurdità di certi comportamenti (II 1). Il seccatore di cui ho parlato all’inizio è un tipico esponente di piccolo arrivista, che vuole ottenere il successo e la fama letteraria attraverso le “relazioni” con uomini importanti, ma in realtà si rivela solo un presuntuoso intrigante, meschino e incapace. È nei confronti di questi personaggi che Orazio, consapevole di essersi fatto strada da solo, di aver ottenuto l’amicizia dei membri del circolo di Mecenate con le sue forze, con il valore della sua opera, (I 6 19-24) rivolge i suoi versi.
Conosciamo quindi i limiti e i problemi della società romana del periodo augusteo proprio attraverso le descrizioni che Orazio ci fa di alcuni suoi rappresentanti e ci rendiamo conto di come, nonostante i tentativi di riproporre il mos maiorum della Roma repubblicana i tempi siano profondamente cambiati. Nella Roma di Orazio la ricchezza posseduta porta ad avere comportamenti eccentrici (perla sciolta nel bicchiere); alcuni dilapidano i patrimoni di famiglia, altri, adocchiato un vecchio senza eredi, lo circuiscono per essere citati nel testamento (II 5) (imperdibile la scenetta della lettura del testamento “Ahimè -griderai addolorato- è dunque il mio Dama scomparso? Dove mai trovarne un altro così prode e fedele? e, se puoi, cerca di piangere un poco, ma è bene nascondere il viso da cui sprizza la gioia” ib. 101-104). Una società quindi dove conta il denaro, in qualunque modo ottenuto, e l’ostentazione della ricchezza, dove pochi si pongono la domanda “se gli uomini siano felici grazie alla ricchezza o alla virtù, o se all’amicizia ci spinga l’interesse o il vivere onesto o quale, infine, sia la natura del bene e lo stesso bene supremo” (II 6, 74-76). Son queste le domande che invece si pone Orazio, quando, con i suoi amici, trascorre le serate nella sua casa di campagna, come era nei suoi desideri. (il confronto tra la vita di città e quella di campagna è rappresentato anche con la favola del topo cittadino e campagnolo: II 6 79-117).
Infine Orazio, dopo aver delineato la situazione in città non tralascia di offrirci uno sguardo alle condizioni che si affrontano nei viaggi. Un viaggio da Roma a Brindisi diventa l’occasione per presentarci barcaioli ubriachi e litigiosi, che ritardano la partenza e impiegano molto tempo in più del necessario per compiere il percorso (“era già giorno e vediamo che la barca non va né avanti né indietro”), dopo aver trascorso una notte insonne tra ranocchie, zanzare, canti sguaiati e russare di altri passeggeri, I 5 14-21). Un personaggio altrettanto ridicolo è il piccolo impiegato, uno scriba, che a Fondi accoglie la comitiva (impegnata in una importante missione di pace nei confronti di Antonio) rivestito delle insegne più alte: laticlavio, toga pretexta e braciere ardente, come se ricoprisse un alto incarico! (ib. 33-36).
E ancora una volta Orazio presenta un parvenu, che non si contenta della propria condizione e cerca di apparire un personaggio di grado elevato, diventando solo oggetto di risa da parte dei membri della comitiva. Ma è nella contesa tra due buffoni al seguito del gruppo, Messio (un osco servitore di un componente del gruppo) e Sarmento (un ex-schiavo), che Orazio presenta una parodia dell’epica, mostrandoci anche uno spaccato di quella comicità spontanea e un po’ volgare che costituiva il nucleo delle fabulae atellanae (ib. 51-70).
Ma i disagi del viaggio prevalgono: un oste troppo zelante, nell’arrostire due magri tordi manda a fuoco la cucina e tutti si affannano a mettere in salvo la cena, prima di spegnere l’incendio…“Difilato andammo poi a Benevento dove un oste sin troppo zelante mentre al fuoco girava dei tordi ben magri, per poco non manda in fiamme la casa ché il fuoco, scivolato Vulcano fuor del camino, su per le pareti della vecchia cucina già il tetto lambisce. Avresti allora veduto i convitati affamati e i servi tremanti portare in salvo la cena e poi tutti, giù a capofitto, buttarsi a estinguere l’incendio” (ib. 71-76), in un’altra locanda la legna umida del camino riempie di fumo il locale e una ragazza si prende gioco di lui, lasciandolo ad aspettarla nel letto fino a notte inoltrata. In un luogo si paga anche l’acqua, in un altro il pane è immangiabile, la pioggia battente ostacola il cammino e rende più duro il percorso, disagi comuni anche al giorno d’oggi, ma Orazio sottolinea anche, con poche parole, un altro aspetto che è legato alla diversa sensibilità della gente del luogo: la superstizione religiosa, un evento “miracoloso” (l’incenso che arde ma non brucia) attribuito ad un luogo di culto.
Il poeta, disincantato rispetto a questi eventi (“lo creda Apella il giudeo, non io che ho appreso come gli dei vivano sereni e incuranti e che non son loro, se un prodigio accade in natura, a mandarlo, irritati, dal sommo tetto del cielo” ib. 100-103), sottolinea che tali “miracoli” sono oggetto di riso per lui e i suoi compagni, che hanno una ben diversa concezione degli dei. La sua educazione, infatti, la cultura che si è formata nella lettura e lo studio dei testi filosofici anche epicurei, lo inducono a ritenere possibile che gli dei, se dovessero esistere, non si curino delle vicende umane e non abbiano quindi alcun effetto preghiere o suppliche rivolte loro. Con poche parole, come nel caso della madre che prega per il figlioletto, Orazio demolisce un altro aspetto della società contemporanea.
Orazio ci appare quindi come un poeta consapevole dei cambiamenti intercorsi nella società romana rispetto ai tempi della repubblica, ma non appare come un nostalgico, nonostante il compito dei letterati dell’età augustea fosse, apparentemente, quello di tornare ai costumi degli antichi. In effetti sa benissimo che le condizioni sociali e politiche di Roma sono profondamente cambiate e che una “restaurazione” sarebbe impossibile, e, forse, nemmeno sperabile. Del resto considera quegli aspetti che prende di mira della società, quei comportamenti che rimprovera (sempre senza eccessiva acrimonia) come propri di ogni uomo, di qualunque epoca, in qualunque condizione. L’avidità, la ricerca della fama, l’ipocrisia, il desiderio di potere sono sentimenti comuni, anche se in qualche momento della storia umana emergono in modo più chiaro, in altri sono più nascosti, hanno meno possibilità di emergere.
Il suo ideale di uomo, che in qualche modo è riconducibile ad una specie di sincretismo tra epicureismo e stoicismo, è quello di colui che, consapevole della propria momentanea presenza sulla terra, cerca di vivere senza eccessi, né sgomitando per farsi valere, né rinunciando a mostrare le proprie capacità. È la ricerca del giusto mezzo, di quell’equilibrio difficile da raggiungere e soprattutto da mantenere, che gli fa guardare con l’occhio benevolo di chi conosce l’animo umano, le meschinità di alcuni suoi contemporanei. Orazio si augura di poter contare sempre su un gruppo di amici con cui parlare di argomenti importanti, con cui condividere momenti di serenità o di tristezza, di mantenere una certa tranquillità economica e una casa ospitale, di continuare ad avere la possibilità di scrivere i suoi versi, senza dover celebrare i potenti, pur essendo loro riconoscente dei benefici ricevuti, che, ci tiene a ribadire, non è lui ad aver sollecitato. Non cerca di cambiare il mondo, vorrebbe solo che gli uomini riflettessero sui loro comportamenti per, eventualmente, migliorarli. “Vasto programma!” per parafrasare De Gaulle, che Orazio nemmeno rivendica per sé: rifugge infatti da toni declamatori o eccessivamente aspri, e, consapevole dei suoi stessi difetti, rivendica però di non indulgere ad essi.
Se questa è la situazione negli anni del principato, in cui sia pure a parole si cerca di mantenere una parvenza di rispetto delle tradizioni romane, cosa succede con i successori di Augusto, che instaurano l’Impero? La satira continua ad esistere o viene trascurata come genere letterario, non essendo più possibile esercitare critiche, anche solo velate nei confronti della “cultura dominante?” Tralascio l’opera di Persio (34-62 d.C.), autore di sei Satire in cui osserva con disgusto la società opulenta e incolta dei suoi tempi, astraendosene secondo l’ideale stoico, per fare un cenno (tranquilli!) a Giovenale (50/60-130/140), altro autore di Satire, 16 per l’esattezza, suddivise in 5 libri, che con amarezza attraverso le sue composizioni protesta contro l’ingiustizia della società e della sorte. Il suo atteggiamento, molto più aspro e polemico, denota un significativo peggioramento della società romana rispetto ai tempi di Orazio.

Se il poeta dei tempi d’Augusto dichiara di mettere a nudo la verità con un sorriso bonario, Giovenale afferma invece “facit indignatio versus” (I 1 79) cioè è lo sdegno a muovere i suoi versi “se non lo può l’ingegno, è lo sdegno che ti fa prorompere in versi…” – “tutto ciò che agita l’uomo – voti, timori, ira, piaceri, gioie ed affanni – tutto si mescola nel mio libretto. Più di oggi, quando mai fu prolifico il vizio? Quando, di più, aperse la cupidigia il suo seno o quando la smania del gioco bruciò tanto nei cuori?”- “E non ti vien voglia, proprio in mezzo alla strada, di riempire pagine e pagine al vedere ricco e beato il falsario che, grazie a qualche postilla e un falso sigillo, ora si fa trasportare sopra sei spalle, davanti agli occhi di tutti, in gran portantina con tutta l’aria di un Mecenate indolente?”; la costatazione che la società di Roma è ormai decaduta, e sono stati completamente persi i retti comportamenti di un tempo, lo spinge a scrivere e a mostrare il suo astio nei confronti di un potere tirannico che ha ridotto i cittadini di Roma ad adulatori opportunisti, e ha fatto dimenticare la grandezza d’animo e la nobiltà dei sentimenti degli antichi. La satira con Giovenale diventa violenta, sdegnosa, il poeta non si riconosce in una società sempre più volgare e corrotta, dedita ai piaceri più smodati, in cui una “nobiltà” viziosa e ipocrita guarda con disprezzo e fastidio i più poveri. “Come dirò quant’ira m’avvampa nell’arido fegato quando vedo un furfante che, ridotto al marciapiede il pupillo, non fa, con i suoi, che opprimer la gente o chi è stato, sì condannato, ma a vuoto? A che infatti l’infamia, se è salvo il denaro?” La ricchezza smodata, ottenuta spesso con l’inganno e la frode, è ostentata senza alcuna riserva, si gettano somme enormi per abbellire le ricche dimore, per imbandire cene sfarzose e si conduce un’esistenza vuota e inutile. “Ma è soltanto follia perdere centomila sesterzi e rifiutare una tunica allo schiavo che rabbrividisce dal freddo?”
Le donne (II 6), protagoniste di una lunga satira di 660 versi, sono descritte come lussuriose, avvelenatrici dei propri mariti, crudeli e capricciose, incuranti della propria casa e dei propri doveri. La veemenza con cui Giovenale si scaglia contro quelli che ritiene i mali della società in cui vive riprende in parte l’atteggiamento di Lucilio, di cui ho parlato all’inizio di questa chiacchierata e mostra un intento diverso rispetto a quello di Orazio.
Il poeta di Venosa, infatti, si serviva della satira per far riflettere e, eventualmente, indurre a un cambiamento, Giovenale utilizza la satira per una violenta, “tumultuosa” denuncia, sapendo di non poter modificare nulla, senza aspettarsi alcun miglioramento. Il male e il vizio sono senza rimedio e non vi è alcuna aspettativa e speranza di un mondo diverso e migliore. “Niente la sventurata miseria ha di più doloroso che di rendere ridicolo un uomo…”- “… so bene che per i virtuosi cui s’opponga una misera borsa è difficile emergere; ma per loro, qui a Roma, è ancora più dura: costa un occhio un tugurio di casa, un occhio mantenere due servi, un occhio mangiare un boccone…” Con lui si avvertono i primi segni della crisi del mondo classico, ma il genere satirico, quasi sottotraccia, continuerà a sopravvivere e ritroverà impulso e vivacità con altri poeti e in altre epoche.
Maria Concetta Di Spigno
