Proponiamo qui l’intervento di Augusto Cavadi, avvenuto il 21 agosto 2025, sessione mattutina
Socrate il prototipo
Socrate è stato il primo filosofo? La risposta dipende da cosa intendiamo per filosofia. Se essa è una dottrina che aspira a interpretare l’universo – anzi la Totalità di ciò che è esistito, esiste ed esisterà: in una parola l’Essere – è nata già con Parmenide ed Eraclito, con Anassimandro e Anassagora: per dirla con Emanuele Severino, essa “nasce grande”1.
Ma la filosofia non è solo cosmologia, ontologia, “metafisica”: un sapere ai confini delle possibilità umane che lambisce – comunque la intenda – la dimensione divina. E’ anche antropologia: domanda esistenziale, ‘pratica’, su ciò che può rendere la vita preferibile alla morte, la sopravvivenza preferibile al suicidio2.
Nella prima accezione ogni filosofo è un tipo particolare di uomo: deve avere alcune doti genetiche e soprattutto la volontà di coltivarle ogni giorno a costo di relegare, in secondo e terzo piano, dei ‘valori’ che i suoi contemporanei ritengono assolutamente prioritari.
Ma, nella seconda accezione, ogni uomo è un tipo particolare di filosofo3: perché posso vivere senza occuparmi delle grandi questioni ‘metafisiche’ (come posso vivere senza coltivare la musica o l’amore, anche se più poveramente), ma non posso evitare di dare un senso (almeno nel… senso di una direzione) alla mia esistenza (fosse pure delegando ad altri – alla famiglia, alla società, agli eventi esterni – la decisione).
Ebbene, non c’è dubbio alcuno che – intesa così – la filosofia nasce grazie alla figura di Socrate.
Scrivo “la figura di” e non direttamente “Socrate” perché – come nel caso di quasi tutti i personaggi dell’antichità (da Buddha a Gesù) – egli non ha scritto una riga e dunque lo conosciamo attraverso i racconti di alcuni contemporanei, soprattutto il ritratto appassionato che ne ha lasciato il discepolo Platone. Quanto questo ritratto corrisponde alla storia effettiva? Non lo sappiamo né mai lo sapremo. Esclusa come insostenibile la tesi estrema (Socrate non è mai esistito: è un’invenzione letteraria di Platone) dal momento che ne parlano altre fonti storiche, bisogna riconoscere che non tutte le idee che egli attribuisce nei suoi scritti a Socrate sono state davvero espresse da questi: egli non ne è stato il segretario stenografo, ma l’interprete geniale.
Quindi è probabile che Platone ne abbia riferito abbastanza fedelmente il messaggio nei suoi dialoghi giovanili e poi, man mano che è cresciuto intellettualmente, abbia messo sulle labbra del maestro le sue proprie idee (un po’ in segno di gratitudine e un po’ perché si riteneva che una teoria venisse accolta con più favore se attribuita a un personaggio autorevole).
Scrittura o sola oralità?
Già nella prima caratteristica cui ho fatto cenno – la mancanza di testi scritti a firma di Socrate – si annida una motivazione ironica: se sostengo a voce una teoria, chiunque me la può contestare ed io posso replicare. Ma se la metto per iscritto e viene attaccata, da sola non potrà difendersi: sarà in balia del primo passante… 4.
Non si tratta di una boutade: Socrate testimonia con l’astensione dalla scrittura che la filosofia è una pratica viva solo se è un dialogo orale5. Una convinzione talmente radicale da mettere in crisi Platone. In una Lettera a lui attribuita così espone la sua visione della ricerca filosofica:
“(sulle cose che ho seriamente a cuore) non c’è alcuno mio scritto, né ci sarà mai: esse infatti non si possono assolutamente esporre con i medesimi criteri che si adottano per le altre discipline scientifiche, ma da un lungo dialogare insieme intorno al problema e da una vita condotta in comune, improvvisamente, come luce che nell’istante brilla da fiamma balzante, nascono nell’anima e di se stesse si nutrono”6.
Sulla base di questa concezione, Platone è davanti a un dilemma: deve mettere per iscritto la filosofia praticata da Socrate (ma con ciò tradendone lo statuto comunicativo) o deve astenersene per fedeltà (ma condannando l’insegnamento socratico alla damnatio memoriae o comunque all’oblio della storia)?
Lo risolve con una mossa geniale: scrive, ma inventa il genere letterario del “dialogo” che è la forma di scrittura più vicina alla comunicazione verbale. I suoi dialoghi sono delle rappresentazioni teatrali in cui ogni personaggio interloquisce con gli altri e Platone è un po’ ognuno di loro senza identificarsi pienamente mai con nessuno: infatti alcuni personaggi espongono (per intero o parzialmente o allusivamente) ciò che l’autore pensa davvero o ha pensato in altre fasi della vita; altri ciò che l’autore non pensa ma che dialetticamente possono servire a chiarire meglio, per contrasto, il suo pensiero7.
L’ironia come postura soggettiva di Socrate
Ma vediamo meglio la dimensione ironica nel Socrate che conosciamo, una figura impregnata, sin nel midollo, d’ironia. Non ricordo un solo dialogo platonico in cui gli interventi del personaggio Socrate siano scevri da un’ironia esplicita o sottotraccia. Uno dei suoi critici più feroci, Nietzsche, non può fare a meno di riconoscere che egli aveva
“la più gioconda forma di serietà e quella saggezza piena di birbonate, che costituisce per l’uomo lo stato d’animo migliore”8.
Tralascio le citazioni sulla propensione all’ironia che varie fonti postume attribuiscono al grande ateniese perché sanno di aneddotica leggendaria: ad esempio quando, secondo Diogene Laerzio, fu chiesto a Socrate come facesse a sopportare la bisbetica moglie ed egli avrebbe risposto:
“I domatori di cavalli prima si esercitano con i più focosi così da gestire senza problemi i più miti; anch’io, allenandomi alla relazione con Santippe, mi preparo ad affrontare qualsiasi altro genere di persone”9;
fu riferito a Socrate che un tale parlava male di lui, avrebbe riposto con un’alzata di spalle:
“Infatti non imparò a parlar bene”10;
o quando addirittura, a chi si stupiva che avesse accettato con spirito di sopportazione di essere preso a calci, avrebbe risposto:
“E se mi avesse preso a calci un asino, lo avrei forse citato in giudizio?”11
Perfino in extremis vitae, secondo un aneddoto, “probabilmente nato nell’ambito della scuola cinica del Cinosarge”, Socrate non avrebbe rinunziato all’umorismo:
“Ad un amico che gli dice, piangendo: ‘Socrate, tu muori innocente!’ il filosofo risponde sereno: ‘Preferivi che fossi colpevole?’ ”12.
Socrate l’ostetrico
Al di là dell’umorismo piccante, mirato, quasi caratteriale di Socrate, a noi interessa la valenza filosofica che egli ha scelto consapevolmente di dargli.
Il metodo che lo ha reso celebre, anzi iconico, è formulato con una metafora insolita che suona già essa stessa ironica: sono come mia madre una levatrice. Con una piccola differenza: lei aiuta le donne a partorire bambini concepiti in grembo, io aiuto uomini e donne a partorire pensieri concepiti nella mente (=concetti).
Notare la democraticità essenziale di questa metodologia: Socrate gira a filosofare con giudici e mercanti, con politici e sacerdoti, perché ogni essere umano è potenzialmente un filosofo. C’è un ottimismo antropologico spiazzante che tocca uno degli apici nel dialogo Menone: posto nelle condizioni opportune anche uno schiavo del tutto ignorante in matematica può impostare correttamente la costruzione di un quadrato doppio di un quadrato dato!
Ma se la filosofia – che è ricerca della sapienza e della saggezza – è così a portata di mano, come mai la società è tanto insipiente e ingiusta? Perché se in potenza siamo tutti filosofi, di fatto i filosofi sono pochi di numero e per giunta spesso destinati, come Socrate stesso, a bere la cicuta? Cosa si frammette fra il desiderio di conoscenza e la fruizione del vero? La presunzione. L’autentica nemica della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’ignorare di essere ignoranti. Anzi, l’ignoranza – se consapevole – è il presupposto e l’inizio del sapere. Infatti chi non sa di non sapere non cerca di sapere.
“Svelare il filosofo che è in ogni uomo è la missione di Socrate, che la svolge rifiutando di rispondere alle domande dei discepoli (cioè, di far riferimento a un sapere già dato), rivolgendo loro viceversa nuove e sempre più sottili interrogazioni e con ciò ponendo l’interlocutore di fronte alla responsabilità di dare, di volta in volta, da solo la propria risposta”13.
A fondamento della vocazione filosofica di Socrate sta una sentenza che possiamo considerare ironica della profetessa Pizia presso l’oracolo di Delfi. Alla domanda di un amico di Socrate su chi fosse il più sapiente dei Greci, la risposta suona provocatoria:
E’ Socrate! Ma come poteva essere lui, il più ignorante dei Greci? Poi capì: è proprio Socrate perché sa di non sapere. Tutti gli altri grandi intellettuali non sanno ma presumono di sapere, egli come loro non sa, ma, almeno, non presume di sapere.
Socrate capisce che qui si sta ironizzando: dunque non si sta scherzando per scherzare, ma si sta capovolgendo la realtà apparente per fare emergere – dietro il velo – la realtà reale (e la caduta del velo è la negazione del nascondimento, la a-letheia, la verità).
E allora non sarebbe praticabile la maieutica, l’ostetricia dei concetti, se non fosse preceduta dalla demolizione ironica delle pseudo-certezze (che non è sarcasmo, ma propedeutica al dialogo).
Filosofare è, prima di tutto, smontare le presunzioni.
In proposito uno studioso ha parlato di “ironia complessa”14 che non mira a vincere sull’avversario (questa sarebbe “ironia agonistica”), quanto – come si accennava sopra – a “investire di responsabilità il dialogante, per favorirne la personale riflessione, per indurlo alla ricerca, per metterlo di fronte a quella meraviglia che genera la filosofia”15.
A quanto sembra più probabile, il Socrate ‘storico’ è arrivato alla conclusione che l’unica conoscenza accessibile, e per altro anche l’unica necessaria, sia la conoscenza del tutto originale, irripetibile, di come ciascuno possa vivere ‘bene’ la sua vita:
“Il sapere socratico non è né sapere teoretico né sapere tecnico (…), ma è altro tipo di sapere. E’ un sapere che si attua nel realizzare pienamente il sé che ciascuno è in una consapevolezza critica dei propri limiti e perciò delle proprie concrete possibilità, ogni volta sapendo come è bene attuare il proprio mestiere e, dunque, a un tempo sé come uomo, in rapporto agli altri uomini (…). E ancora, proprio in quanto tale sapere non ha oggetto, ma si costituisce di volta in volta attraverso la stessa ricerca, il bene di oggi può non essere il bene di ieri, per cui agire da uomini, essere uomini è modificarsi e modificare, è un ‘figliare’, onde ciascuno di volta in volta ha da essere uomo ‘nuovo’, disincantandosi ogni volta dalla propria cristallizzazione, dalla sclerosi di ciò che facciamo”16.
Con l’idea oggi dominante di filosofia – intesa come una disciplina da studiare e trasmettere – non si può penetrare nell’unicità del filosofare socratico ( e ciò spiega, fra l’altro, la difficoltà di riprodurla in periodi storici successivi come il nostro). C’è una pagina di uno studioso contemporaneo che mi pare efficace per intravedere questa dimensione così difficile da cogliere e ancor più da accettare:
“A ciascuno di noi è capitato di sperimentare come un mutamento nelle nostre vite abbia avuto origine dall’incontro con un uomo o una donna che con la sua amorevole sapienza ci ha costretto a riconoscere quante deformità e brutture si celassero nella nostra anima. L’incontro con quella persona è stato per noi l’incontro con un vero filosofo, perché filosofo non è chi ha letto tremila libri, chi conosce a menadito la storia della filosofia, chi è al corrente dell’ultima novità apparsa sul mercato del sapere, ma chi, anche se non sa né leggere né scrivere, è in grado di governare sé stesso e di agire in modo buono e giusto per sé e per tutti gli altri (…). Abbiamo il coraggio di farci inchiodare da Socrate su quello che siamo? Di esporci alla prova del dialogo con il rischio di essere costretti a riconoscere le nostre brutture e deformità? Non è forse più rassicurante e gratificante asserire ben congegnate teorie e denunciare i mali del mondo e della società, assicurandosi così gli applausi della folla che nulla di meglio chiede se non sfuggire alle proprie personali responsabilità, scaricando i propri fallimenti sui capri espiatori di volta in volta in voga?”17
Il Socrate ‘platonico’ conserva pienamente questa valenza ‘pratica’, ‘esistenziale’, testimoniata dal Socrate ‘storico’, ma estende il desiderio di conoscenza – sia pur aporeticamente – anche a questioni più metafisiche.
La vana ricerca della Bellezza assoluta
Così, ad esempio, nell’Ippia maggiore Socrate dichiara al sofista Ippia di essere incapace di rispondere alla domanda su cosa sia il bello in sé, la bellezza, e gli chiede lumi. Tutto il dialogo si snoda con Ippia che dà con supponenza risposte a suo avviso ovvie e Socrate che apparentemente le condivide, ma, subito dopo, le mette in dubbio con obiezioni che l’interlocutore non può fare a meno di trovare fondate:
“SOCRATE: Ecco il bello e sapiente Ippia: dopo quanto tempo sei giunto da noi ad Atene!
IPPIA: è vero, Socrate, infatti (…) ho portato ambascerie in altre città e in particolar modo a Sparta e riguardo a questioni assai numerose e veramente importanti. (…)
SOCRATE: Recentemente, carissimo, in alcune discussioni, mentre biasimavo alcune azioni come vergognose e ne elogiavo altre come belle, un tale mi mise in difficoltà facendomi pressappoco questa domanda con molta arroganza: «Socrate», disse, «dimmi, come sai quali cose sono belle e quali brutte? Suvvia, potresti dire cos’è il bello?». E io a causa della mia ignoranza mi trovai in difficoltà e non seppi rispondergli a modo; dunque, allontanandomi dalla discussione, ero arrabbiato con me stesso, mi rimproveravo e mi ripromettevo che, la prima volta che mi fossi imbattuto in qualcuno di voi sapienti, dopo aver ascoltato e imparato con molta attenzione, sarei andato di nuovo da colui che mi aveva interrogato per ricominciare la discussione. Ora dunque, cosa che appunto dico, giungi al momento opportuno: insegnami in maniera adeguata che cosa è il bello (…). Allora io lo apprenderò facilmente e nessuno mi confuterà più”.
Ippia risponde senza esitazione: “Una bella ragazza è una cosa bella”. Ma Socrate obietta:
“Non dobbiamo forse ammettere che anche la cavalla, almeno quella bella, è cosa bella? Infatti come oseremmo dire che il bello non è bello?” “E una bella lira? Non è una cosa bella?” “E una bella pentola? Non è forse una cosa bella?” “ti pare che il bello in sé, per cui tutte le altre cose ricevono ornamento e appaiono belle, qualora si aggiunga quell’idea, sia una ragazza o un cavallo o una lira?”.
Ippia allora prova a correggersi:
“Non è altro che l’oro (…) poiché tutti, credo, sappiamo che l’oggetto a cui si aggiunga l’oro, anche se prima appariva brutto, sembrerà bello in quanto ornato d’oro”.
Ma Socrate, continuando a fingere di rispondere a nome del Tizio impertinente che in realtà è Socrate stesso, non desiste dalle obiezioni:
“(se così fosse, perché Fidia ) non ha fatto d’oro gli occhi d’Atena né il resto del volto o i piedi e le mani? Se appunto la sua statua fosse stata d’oro sarebbe apparsa bellissima, invece è d’avorio”. “(Ma) non ha fatto d’avorio anche lo spazio tra gli occhi, ma di pietra, anche se aveva trovato una pietra somigliante quanto mai all’avorio? O forse anche la pietra bella è una cosa bella?”.
A questo punto Ippia tenta di slittare dal piano materiale al piano morale:
“Sempre, per ognuno e in ogni dove, la cosa più bella per un uomo è essere ricco, in salute, onorato dagli Elleni, arrivare alla vecchiaia dopo aver dato onorata sepoltura ai propri genitori ed essere sepolto bene e con magnificenza dai propri discendenti”.
Ma Socrate non si accontenta, perché la risposta di Ippia equivale a dire che il bello è l’utile, il conveniente, il bene, il piacere: tutte categorie che, per un verso o per un altro, possono differire dal bello.
Al che Ippia controbatte che, la di là dei discorsi frammentari sino affrontati, bisogna andare all’essenziale:
“Ciò che è bello e importante è essere in grado di andarsene riportando non i premi più piccoli ma quelli più importanti, cioè la salvezza propria, dei propri beni e dei propri cari, dopo aver pronunciato perfettamente bene un discorso in tribunale o nell’assemblea o davanti a qualsiasi altra autorità a cui il discorso sia indirizzato e dopo aver persuaso l’uditorio”.
Ma Socrate non si arrende e immagina un’ulteriore obiezione da parte del suo “parente stretto” (!):
“E come potrai sapere quale discorso sia stato composto bene o no o qualsiasi altra azione sia bella o no, se non conosci il bello? E dal momento che sei in questo stato, credi che per te sia meglio vivere o morire?”.
Per cui conclude di aver ricavato come vantaggio dalla conversazione di aver capito “cosa vuol dire il proverbio: le cose belle sono difficili”.
L’ingratitudine verso l’ironia amorevole
Bisognerebbe essere grati a chi ci libera dalle false conoscenze, ma la storia attesta esattamente l’opposto. Il mito della caverna rappresenta questa tragedia raccontando a che sorte va incontro il vedente che torna al buio per aiutare gli ex-compagni di schiavitù verso la liberazione.
L’ironia è fastidiosa, ma Socrate non la pratica per sadismo. Ne dà un’interpretazione benevola, addirittura amorevole e – per non smentirsi – chiude la sua interpretazione con una proposta ironicamente paradossale:
“Ritengo che non vi sia capitato mai un bene più grande in città del mio servizio al dio. Infatti me ne vado in giro senza fare nient’altro che persuadervi, giovani e vecchi, a non curarvi del corpo né delle ricchezze prima e con più energia che dell’anima, affinché essa sia migliore possibile”18 . “Qual è dunque la pena giusta per una persona come me? (…) Nulla è più adeguato, o Ateniesi, che ospitare un tale uomo nel Pritaneo, molto più che se qualcuno di voi avesse vinto le Olimpiadi con il cavallo, con la biga o con la quadriga. Costui infatti fa in modo che voi vi riteniate felici, io invece vi rendo felici, e quello non ha bisogno di cibo, io sì. Se è necessario ricevere un degno premio secondo giustizia, il mio dovrebbe essere l’ospitalità pubblica nel Pritaneo”19.
Augusto Cavadi
1 “La filosofia nasce grande. I primi passi della sua storia non sono cioè l’incerto preambolo a un più maturo sviluppo del pensiero, ma stabiliscono i tratti fondamentali del suo intero decorso storico” ( E. Severino, La filosofia antica, Rizzoli, Milano, 1984, p. 17).
2 Riprendo una distinzione di Gustavo Bontadini “tra filosofia e metafisica, quale viene autenticata nella filosofia contemporanea (filosofia = scelta che l’uomo fa di se stesso; metafisica = dottrina ontoteologica)” (G. Bontadini, Istituzioni di filosofia in Idem, Protologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2023 , p. 126).
3 Riecheggio, ma trasferendole in altro contesto argomentativo, alcune considerazioni di Gramsci sull’intellettuale.
4 “E lo scritto anche questo ha di terribile, che somiglia veramente alla pittura. Infatti le creature generate da questa si ergono come esseri viventi: ma se chiedi loro qualcosa serbano solennemente un assoluto silenzio. I discorsi fanno altrettanto: si crederebbe che parlino racchiudendo un pensiero, ma se s’interrogano, volendo approfondire qualcuna delle cose dette, significano una cosa sola e sempre la stessa. Una volta scritto poi, ogni discorso si aggira ovunque, ugualmente, presso chi sa e presso chi non se ne intende per nulla, e ignora a chi debba parlare e a chi no. Offeso e biasimato ingiustamente, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre; incapace, per parte propria, di difendersi e assistersi da sé” (Platone, Fedro, 275 d, trad. F. Adorno).
5 G. Colli afferma che Socrate è “ancora un sapiente per la sua vita, per il suo atteggiamento di fronte alla conoscenza. Il fatto che non abbia lasciato nulla di scritto non è qualcosa di eccezionale, di consono alla stranezza e all’anomalia del suo personaggio, come si pensa tradizionalmente, ma è per contro proprio quello che ci si può attendere da un sapiente greco” (La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 2002, p. 114). L’affermazione mi lascia perplesso perché i “sapienti” prima di lui – i cosiddetti “pre-socratici” della manualistica corrente – hanno scritto opere, anche se a noi pervenute solo per frammenti.
6 Platone, Lettera VII, 341 c- d (trad. A. Cavarero) in Platone, Il filosofo e il problema politico. La lettera VII e l’epistolario, a cura di A. Cavarero, SEI, Torino 1989, p. 77.
7 Paradigmatico il Simposio in cui Platone comunica “pressoché tutti i suoi messaggi sull’Eros con un complesso e bellissimo gioco di ‘maschere’, che rappresenta la cultura dell’epoca in tutte le sue forme, mediante una dinamica drammaturgica straordinaria” (Eros dèmone mediatore. Il gioco delle maschere nel Simposio di Platone, Bompiani, Milano 2005, p. 13).
9 Cfr. A. Cozzo, Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, Mimesis, Milano – Udine 2018, p. 39.
11 Cfr. ivi, pp. 40 – 41.
12 F. Adorno, “Il pensiero” in AA. VV., Socrate, Il Sole 24 Ore, Milano 2006, p. 60.
13 N. Pollastri, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche, Algra Editore, Viagrande 2020, p. 197.
14 G. Vlastos, Socrate: il filosofo dell’ironia complessa, La Nuova Italia, Firenze 1998 (ed. or. inglese 1991).
15 N. Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 198.
16 F. Adorno, “Il pensiero”, cit., pp. 149 – 150.
17 F. Battistin, “Socrate e Platone” in Platone, Apologia di Socrate, a cura di S. Sigismondi e F. Battistin, Agenzia Libraria Editrice, Milano – Monfalcone 2025, pp. 136 – 138.
18 Platone, Apologia di Socrate, cit., 30 b, p. 57.
19 Ivi 36 c., p. 85. Difficile non attualizzare la considerazione di Socrate e chiedersi se i giocatori di football o i piloti di automobili ci rendono davvero felici (come sembrerebbe dalla venerazione di cui sono oggetto) o ci danno solo l’occasione (ingannevole) di ritenerci tali.
Uno dei promotori delle Vacanze filosofiche. Vive e opera a Palermo dove svolge sia attività professionale (pubblicista per “Repubblica-Palermo” e filosofo consulente "Phronesis") sia attività di volontariato culturale principalmente tramite alcune associazioni ( la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ e il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne") che hanno sede nella "Casa dell'equità e della bellezza" da lui fondata, con la moglie Adriana Saieva, per creare occasioni di crescita intellettuale, morale e civile.
Già docente presso vari Licei siciliani, collabora stabilmente con il sito http://www.zerozeronews.it/. I suoi scritti riguardano la filosofia, la pedagogia, la politica (con particolare attenzione al fenomeno mafioso), nonché la religione.. Tra le ultime sue pubblicazioni: La mafia desnuda – L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” (Di Girolamo, 2017); Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo, 2018), Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Spazio Cultura Edizioni, 2020); La filosofia come terapia dell’anima. Lineamenti essenziali di spiritualità filosofica (Diogene Multimedia, 2019); Voglio una vita spregiudicata. La spiritualità di chi crede di non averne alcuna (Diogene Multimedia 2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (Diogene Multimedia 2020); O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune (Algra 2021).

