Proponiamo qui l’intervento di Massimo Paterni, avvenuto il 22 agosto 2025, sessione mattutina.
Cosa è l’ironia?
Il termine ironia deriva dal greco εἰρωνεία e letteralmente significa “dissimulazione”.
Nonostante la sua apparente semplicità, l’ironia si configura come una capacità complessa, che richiede molteplici abilità linguistiche, comunicative e cognitive per essere utilizzata e compresa.
Il significato letterale di un’affermazione ironica viene sempre elaborato per primo e, solo una volta che questo risulta incompatibile con gli indizi provenienti dal contesto, si procede con la derivazione del senso non letterale.
Il parlante, quindi, produce la frase ironica supponendo che l’interlocutore si baserà su elementi extralinguistici per inferire che il significato da intendere non è quello letterale, ma va al di là di questo, ed è da rintracciare nelle intenzioni non dette del parlante, che in genere sono di dire qualcosa di serio in modo allusivo e/o divertente.
Non c’è un’espressione del volto che accompagni in modo specifico l’ironia, nè l’assunzione da parte del parlante, di un’espressione facciale differente dal normale, è condizione necessaria per l’interpretazione della frase come ironica.
Comunque sono comuni un abbassamento o innalzamento delle sopracciglia, uno sgranamento o una rateazione degli occhi, una rapida occhiata o una strizzatina d’occhio, un sorriso beffardo, un cenno del capo o anche una faccia priva di qualsiasi espressione, emozione e movimento, in cui a essere comunicativa è proprio la mancanza di espressività.
L’ironia necessita quindi di uno sforzo interpretativo da parte dell’ascoltatore, sforzo che però non è alla portata di tutti.
Pur essendo in generale facilmente intuibile, l’ironia è un fenomeno che richiede una certa propensione e un certo livello di astuzia verbale; infatti soggetti che hanno difficoltà a rappresentarsi pensieri altrui – tra cui bambini molto piccoli (le tappe di comprensione sono 6, 9 e 12 anni) o soggetti con disturbi dello spettro autistico – hanno difficoltà in questo senso.
Ironia e umorismo in genere condividono alcuni meccanismi di funzionamento, ma non seguono identiche vie cerebrali.
In effetti, l’ironia è un piccolo capolavoro evolutivo…
Oltre alle aree emotive che abbiamo visto attivarsi nel riso in generale, per apprezzare l’ironia è necessaria l’attivazione specifica di altre tre aree: la corteccia prefrontale mediale sinistra, il lobo temporale destro e la corteccia orbito-frontale mediale; queste stesse tre regioni sono state inoltre considerate parte di un network più esteso in cui vengono prevalentemente coinvolti tutti i lobi frontali, con prevalenza destra.
La nostra corteccia cerebrale

Cosa è l’ironia?
Ascolto + comprensione verbale +
elaborazione razionale + intuizione +
emozione =
riso provocato dall’ironia !
Giacomo Leopardi e l’ironia
Operette Morali (1832)
Leopardi motiva la sua decisione di non corredare le Operette morali di un testo introduttivo allegando, in primo luogo, la constatazione di «quel tuono ironico che regna in esse». E tuttavia le considera «libro di argomento profondo e tutto filosofico e metafisico […] benché scritto con leggerezza apparente».
Anche per Negri (autore del fondamentale «Lenta ginestra») la componente etica dell’ironia di Leopardi «non esclude ma prepara un atto di conoscenza. […] In Leopardi, l’ironia, e tutte le sue varianti, costituiscono invece segno della verità e della insuperabilità della contraddizione, dunque della crisi dissolutiva del ritmo dialettico. Questa dissoluzione, che Hegel considera negativa, Leopardi la considera positiva».
Il dialogo in Leopardi è sempre «infruttuosa schermaglia».
Le Operette morali possono essere considerate come il campo di battaglia sul quale Leopardi fa scontrare le proprie concezioni filosofiche con le convinzioni del secolo “progressivo” (le «magnifiche sorti e progressive» della Ginestra) come uno specchio, attraverso il quale i contemporanei potessero vedere i propri errori, rendersi conto della propria ridicolaggine e comportarsi di conseguenza, dopo questa rivelazione. Il riso svolge quindi la funzione di far riflettere.
Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie
In questo dialogo incontriamo la figura di un imbalsamatore olandese il quale viene buttato giù dal letto in piena notte da un macabro coro. Capendo che a cantare erano proprio le sue mummie, Federico prova un grande spavento, immaginando che avrebbero potuto fargli del male.
Decide dunque di difendersi apostrofandole per primo: “Dunque che è cotesta fantasia che vi è nata adesso, di cantare?”, e da qui comincia un dialogo dai toni ironici che diviene però più tenue e malinconico nel finale. L’assurdo dialogo tra le mummie e il protagonista, con tanto di freddure (come ad esempio i morti che chiedono di non essere ammazzati), si spenge nella pacata malinconia finale dell’assimilazione della morte alla dolcezza del sonno.
Dialogo della Moda e della Morte
La critica di certe abitudini «di moda» non è estranea alla letteratura, ma in Leopardi il nesso moda-morte acquista una profondità filosofica sconosciuta alla tradizione letteraria precedente, non solo italiana. L’autore si inventa di sana pianta una genealogia mitica, facendo discendere la Moda e la Morte da una madre comune: la Caducità.
Detti memorabili di Filippo Ottonieri
«Maraviglioso potere è quel della moda: la quale, laddove le nazioni e gli uomini sono tenacissimi delle usanze in ogni altra cosa, e ostinatissimi a giudicare, operare e procedere secondo la consuetudine, eziandio contro ragione e con loro danno; essa sempre che vuole, in un tratto li fa deporre, variare, assumere usi, modi e giudizi, quando pur quello che abbandonano sia ragionevole, utile, bello e conveniente, e quello che abbracciano, il contrario»
Dialogo di Tristano e di un Amico
«Amico: Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
Tristano: Sì, al mio solito.
Amico: Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.
Tristano: Che v’ho a dire? Io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.
Amico: Infelice sì forse. Ma pure alla fine… Tristano: No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico.»
Attraverso questa finta ritrattazione Leopardi smonterà una dopo l’altra le convinzioni ottimistiche e antropocentriche dell’amico, vero ’laudator’ della propria epoca.
Fingendo di credere nella perfettibilità indefinita dell’uomo, nel crescere indefinito del sapere, nella superiorità del secolo, nei luminosi destini, nel ruolo fondamentale dei giornali, smonta una per una tutte queste illusioni.
Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere (1833)
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore,
almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo. Passeggere. Come quest’anno passato? Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là? Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse
come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il
tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con
tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei. Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come
non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi;
lunari nuovi.
L’infinito (1819)
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Aspasia (1834)
(…) Che se d’affetti
orba la vita, e di gentili errori,
è notte senza stelle a mezzo il verno,
già del fato mortale a me bastante
e conforto e vendetta è che su l’erba
qui neghittoso immobile giacendo,
il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Dopo l’impossibile sintesi fra Ontologico e Fenomenologico de L’Infinito (1819) e dopo il pessimismo cosmico dei Grandi Idilli (circa 1830), in cui la Natura è sempre
«Matrigna», ecco una nuova (inattesa!) sintesi: senza più la siepe (metaforica), i sensi e l’immaginazione conducono all’amore per la bellezza e ad una rivalutazione (anche se per ora solo estetica) della Natura; atteggiamento che ha chiaramente il sapore della «vendetta» e che si esprime col sorriso, preparando anche alla rivalutazione del ruolo dell’essere umano: la «resistenza solidale» della Ginestra.
La Ginestra (1836)
E tu, lenta ginestra, che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’ le stelle,
né sul deserto, dove e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
Diverse analisi possibili
Letteraria Psicologica Filosofica
Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova sé munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.
G.Leopardi, Pensiero LXXVIII.
Massimo Paterni

nato a Firenze, dove si è laureato in Medicina, occupandosi poi di Dipendenze e di Disagio Giovanile, sia dal lato clinico che da quello dell’insegnamento, è stato membro del Comitato Regionale di Coordinamento Dipendenze; per la provincia di Siena è stato responsabile della Sezione Dipendenze, membro del Consiglio dei Sanitari, membro del Comitato Etico. Oltre a numerosi contributi per riviste scientifiche, ha pubblicato in volume monografie su disegnatori: Magnus (Glittering Images, 1984); Crepax (Glittering Images, 1986); testi scientifici: Introduzione alla Neuropsichiatria Infantile (Istituto Cavour, 1992); L’incontro con L’Altro – Per un’esistenza libera dalle dipendenze (Promozioni Culturali, 1993); testi di narrativa per giovani adulti: I libri di Tartessia (Tipheret, 2012). Una trilogia intitolata Come se Dio ci fosse è in corso di stampa presso Diogene Multimedia.
