La nonviolenza è un’alternativa impraticabile? Un dialogo fra Massimo Paterni e Andrea Cozzo

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Massimo: Premetto che il tuo libro, La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cosa sapere prima di accettarla o rifiutarla (Di Girolamo, Trapani 2024), è il primo testo organico che leggo sull’argomento. Dunque le considerazioni che ti rivolgo provengono non da uno specialista della tematica, ma da un lettore curioso e sinceramente in ricerca.

In apertura desidero esplicitare il presupposto antropologico della mia lettura: da medico esperto in neuroscienze, so che, nel nostro cervello, le basi dell’aggressività si trovano nell’amigdala, struttura che prima riceve informazioni dal talamo (più primitivo) e poi, più lentamente, dalla corteccia (più evoluta). Le reazioni emotive di aggressività (biologiche) e di violenza (in gran parte culturali) hanno quindi prima una spinta emotiva immediata che, in assenza di urgenza o di tempeste emozionali, viene poi “contenuta” dalle aree corticali superiori.

Inoltre, una ridotta trasmissione del mediatore chimico serotonina favorisce azioni violente sia rivolte verso gli altri che verso se stessi, e la si trova spesso in individui abitualmente violenti, specie in caso di omicidi passionali e non premeditati.

La cultura (e quindi l’ambiente di vita, le tecniche pedagogiche di educazione ecc.) cui un individuo è esposto danno poi forma alla violenza agita. Ma attenzione: le basi biologiche dell’aggressività, che hanno fatto dell’essere umano quello che è, non possono essere rimosse se non con una ulteriore mutazione evolutiva. Per quanto ne sappiamo, non è possibile mantenere solo “Eros” eliminando “Thanatos”, dobbiamo tenerci tutto il pacchetto; e lo sanno bene artisti come Caravaggio o Dostoevskij! L’ambivalenza è tipica dell’essere umano: perfino la povera Antigone è stata a volte considerata come un’eroina che, senza armi, si ribella al potere (vedi ad esempio il testo Antigone contro, di Assunta Marinelli), altre a volte come un’egoista sociale con pulsioni di morte (vedi ad esempio Contro Antigone, di Eva Cantarella).

È a partire da queste basi che ho provato a leggere il tuo libro, cercando di capire quello che è oggettivamente possibile nel mondo reale. 

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Massimo: La risposta alla tua richiesta è facile: denti e unghie sono biologici, come per ogni animale; spade, fucili ecc, sono culturali, come lo sono le violenze repressive variamente applicate nelle varie culture che si sono succedute: è così che intendo la cosa. Ma passiamo al tuo libro.

All’inizio esponi un elenco di definizioni della nonviolenza a tuo parere insufficienti o errate. La prima delle quali sarebbe che essa «non è ossequioso rispetto della legalità e della democrazia». Di fatto è certamente così, ma già il mancato rispetto di questi due capisaldi mi lascia perplesso. «Una legge può essere corretta sul piano della procedura democratica, ma eticamente iniqua», scrivi. Questo potrebbe anche essere vero, ma resta il problema di chi decide cosa è giusto e cosa no. A me sembrano giuste un sacco di cose che ad altri non interessano affatto.

Massimo: Poi continui affermando che la nonviolenza «non è pacifismo, inteso come evitare ad ogni costo il conflitto, non è equidistanza, non è un alibi, non è necessariamente religiosa, non è spontanea»: su tutte queste asserzioni non avrei obiezioni. 

Massimo: Quando, però, aggiungi che «la nonviolenza non è una scelta elitaria», direi “forse…”. 

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Massimo: Sostieni, infine, che «la nonviolenza non è un’utopia».Qui davvero non so. I dubbi si fanno più consistenti. Se intendiamo che ci sono stati, ci sono e ci saranno esempi di lotte nonviolente riuscite, specie in situazioni storicamente favorevoli, si può essere d’accordo. Ma che questo diventi universale… È  vero che non possiamo sapere quello che accadrà fra cinquanta, cento, mille anni, ma qui siamo nella filosofia della speranza di Bloch e nella teologia della speranza di Moltmann… 

Massimo: In una seconda parte della trattazione passi a definire, in positivo, cosa sia la nonviolenza e, innanzitutto, la definisci «una forma di lotta». Mi sembra giusto! 

Massimo: Inoltre aggiungi che la nonviolenza sia «disponibilità alla sofferenza» e trovo l’affermazione più che giusta! Purché sia disponibilità alla propria sofferenza, non a quella degli altri. Io, da cristiano, posso scegliere di porgere l’altra guancia, ma non posso imporlo anche a mio figlio: se qualcuno gli stesse facendo del male, io avrei non solo il diritto, ma il dovere di difenderlo, e con ogni mezzo utile, purché proporzionato al male che gli stessero facendo. Ad uno schiaffo non si può certo reagire con un mitra, ma ad un mitra con cosa si dovrebbe reagire? Pensiamo ai kibbutzim del 7 ottobre…Per onestà, va detto, comunque, che né la risposta armata né quella nonviolenta dei ragazzi israeliani partecipanti al famoso rave pacifista nel deserto hanno aiutato le vittime. Ho il sospetto che, in certe situazioni estreme, solo una potenza di reazione immediata e superiore a quella dell’aggressore possano salvare la nostra vita… e, soprattutto, quella dei nostri figli. Ma anche questo a volte risulta impossibile, come nel caso delle Torri Gemelle… Sulle possibilità di prevenire questi disastri – e ovviamente su  Gaza – avremo modo di tornare. 

Massimo: La potenza di reazione a cui mi riferisco non è necessariamente armata. Deve essere comunque idonea a far cessare l’aggressione prima che qualcuno (gli “altri” di cui parlo) si faccia male. Forse sarà un pregiudizio, ma credo che il 7 ottobre gli assalitori non si sarebbero fermati di fronte a nulla.

Concordo sulla tua asserzione che «la nonviolenza sia comunicazione e creatività». Purtroppo, come nota acutamente Anne Applebaum nel recente Autocracy, tutti questi espedienti sono effettivamente stati usati fin dai tempi del passaggio di Hong Kong alla Cina… solo che il governo li conosce tutti, e li ha resi inoffensivi. Sempre Applebaum fa notare che il tiranno massacratore sta ovunque lasciando il posto a quello che gestisce le comunicazioni, la propaganda, il controllo. Insomma, benissimo qualsiasi idea nuova ci venga in mente, ma non aspettiamoci che l’antagonista non la conosca. 

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Massimo: La democrazia non è un qualcosa di compiuto, ma in continua evoluzione/involuzione: è un processo. Non è perfetta, ma gli altri tipi di governo sono, credo, peggiori, e non parlo solo di dittature: anarchico-individualisti, “antagonisti” spesso violenti… Come scrive Spinoza nell’ Ethica:

«L’uomo guidato dalla ragione è più libero nello Stato, dove vive secondo il decreto comune, che nella solitudine, dove obbedisce soltanto a se stesso».

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Ma torniamo al tuo testo. Dopo aver proposto alcune definizioni della “nonviolenza”, elenchi delle tecniche di lotta nonviolenta («negoziato, arbitrato, boicottaggio economico, propaganda, non polarizzazione del conflitto, accettazione di compromessi, evitare ogni escalation»). Trovo tutti questi metodi non solo giusti, ma doverosi. Sono tecniche utilizzabili a qualsiasi livello di conflitto. In particolare, un conflitto di tipo bellico (tra nazioni, tra gruppi civili, terroristico, ecc.) non è praticamente mai frutto di una reazione emozionale, ma sempre pianificato, quindi la nostra corteccia cerebrale e la nostra cultura (purché non guerrafondaia) possono agire liberamente, e prevenire il peggio, evitando così molte situazioni estreme. 

Massimo: Ai metodi precedenti, tu aggiungi anche «agitazioni, dimostrazioni, scioperi più o meno limitati, digiuni». Trovo che sianotutti giusti e auspicabili, ma utilizzabili quasi esclusivamente in situazioni democratiche, non certo nella Corea del Nord. 

Massimo: Anche altre tecniche di lotta nonviolenta da te evocate («non collaborazione, disobbedienza civile, sciopero alla rovescia») le trovo giuste e auspicabili, ma di nuovo utili in situazioni democratiche e, oltre tutto, se praticate da un vasto numero di cittadini: questo non è sempre facilmente ottenibile, e uno o dieci disobbedienti fanno a malapena notizia, ormai. 

Massimo: Ribatterei che le lotte in situazioni democratiche non mi sembrano mai inutili, e possono essere solo nonviolente, per definizione. Quanto all’abbattimento di dittature, credo di aver già espresso il mio parere: se non ci sono le condizioni storiche, nessuna forma di lotta avrà successo. Nella lista delle iniziative nonviolente citi la «emigrazione di massa». Ecco, questo non lo capisco. Lasciare tutto quello che si ama per andare dove? In un mondo in cui le frontiere sono sempre chiuse, in uscita e/o in entrata, come sarebbe praticabile? Non so, forse in luoghi remoti; ma in Occidente, in Russia o in Cina… no, non lo capisco proprio. 

Massimo: Citi inoltre «picchettaggi e sit in». Attenzione, qui, attenzione! Hai (onestamente!) detto che ai nonviolenti non sempre la democrazia interessa, ma in uno Stato democratico, qualsiasi dimostrazione “di piazza” deve essere autorizzata in tempi e luoghi. Naturalmente, deve essere anche assolutamente nonviolenta: non devono essere violenti gli agenti di polizia, ma nemmeno devono esserlo i manifestanti, altrimenti si generano inevitabilmente reazioni, dall’una o dall’altra parte, con feriti ecc. Un esempio: tra l’aprile e l’ottobre del 2023 attivisti di “Ultima Generazione” hanno bloccato percorsi, prevalentemente utilizzati da pendolari, a Bari, Roma, Bologna, Verona, Milano… In alcuni casi è stata chiamata la polizia, che ha convinto a parole i ragazzi a desistere, seppure dopo un paio d’ore. Altrove gli automobilisti, allertati dalle notizie dei giorni precedenti, sono scesi e hanno spostato i ragazzi di peso. Gli attivisti si sono allora organizzati per i blocchi seguenti, ammanettandosi fra loro i polsi e le caviglie, ma… sono stati ugualmente spostati, riportando qualche inevitabile distorsione. Su un loro blog, nei giorni seguenti, ho letto questa frase: “Sì, è vero, c’è stata violenza, non ce l’aspettavamo”. Ebbene, io sono evidentemente una persona maligna e diffidente, perché al posto loro la prima cosa che mi sarei aspettata sarebbe stata proprio la violenza! Concludendo: i pendolari o hanno perso ore di lavoro e subito richiami per i ritardi, ricevendo un danno (ma più avanti il tuo testo invita proprio a non danneggiare…); oppure, provocati, hanno agito loro stessi con violenza. Ma, più di tutto, io dubito che qualcuno di quegli automobilisti in ritardo si sia sentito più vicino alla causa ambientalista (per altro da me condivisa). 

Massimo: Non ero presente ai picchettaggi, ma ho letto che in seguito ci sono stati attivisti che si sono addirittura incollati sull’asfalto… necessitando poi di un ricovero. Come potevano far passare chi aveva urgenza? E poi, c’è sempre il solito problema: chi decide quali sono i danni accettabili e quelli che non lo sono? Il tuo testo riporta alcuni casi di nonviolenza dimostratasi efficace, anche in situazioni critiche: in America Latina, in Africa, nelle Filippine e in Birmania. Vengono citati anche il nazifascismo, l’Europa dell’Est e l’Iran. Devo ammettere che di alcuni di questi Paesi conosco poco, quindi mi astengo dal giudizio. Però altre situazioni le conosco bene, e non sono d’accordo sull’efficacia della nonviolenza per combattere il regime nazifascista (naturalmente, a patto che il risultato interessi, perché se si agisce solo per principio…). Senza contare i “nemici”, ci sono voluti più di 300 mila morti alleati e più di 30 mila vittime partigiane per sconfiggere quell’obbrobrio, oltre naturalmente a più di 10 mila civili morti sotto i bombardamenti (… e ad altri 10 mila fascisti o parenti o familiari di fascisti ammazzati a guerra finita). E, indipendentemente dalla parte giusta o sbagliata della storia (questione su cui non ho dubbi…), ci sono stati stupri e torture da ambo le parti. La guerra è sempre sbagliata, da qualsiasi parte si stia… ma a volte bisogna difendere i propri figli, purtroppo. Io son stato davvero fortunato di non essermi mai trovato in tali situazioni!

Quanto poi alle cadute dei regimi in Europa Orientale, ho molto da dire. L’Unione Sovietica mise in atto direttamente repressioni armate in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968; sostenne poi la legge marziale in Polonia nel 1981. In Ungheria ci fu una rivolta armata, che alla fine provocò 30 mila morti; le altre due situazioni furono invece “nonviolente”. Chi ha la mia età, forse ricorderà le parole che i Cecoslovacchi disarmati gridavano ai carristi russi che invadevano le strade affollate: “Hoy kamarade! Kaho jste vy prisli zabit? Svobodu?”, che significa: “Ehi compagno! Chi sei venuto a uccidere? La libertà?”. Indipendentemente dall’età, spero comunque che tutti abbiamo presente il rogo di Jan Palach. Ebbene, nessuna di queste tragedie, armate o meno che fossero, portò alla “liberazione” di quei Paesi. Solo quando la situazione storica cambiò le loro aspirazioni divennero realizzabili.

Quanto all’ Iran… vero: Reza Palhavi se ne andò e arrivarono gli Ayatollah. Un esito, diciamo, non del tutto soddisfacente… almeno per le donne iraniane! Nemmeno la nonviolenza riesce sempre a lottare dalla parte giusta della storia; ma del resto, come potrebbe? L’essere umano è quello che è. 

Massimo: Nel libro, a questo punto, elenchi una serie di azioni che sarebbero state utili prima della guerra, sintetizzabili nell’evitare di far sentire Putin in pericolo  (la “sindrome di Tucidide”, per la quale Sparta attaccò Atene). Trovo questo giusto, giustissimo: chi potrebbe negarlo? Ho già notato che solo la prevenzione può evitare le situazioni più estreme!

Poi passi a una serie di azioni utili a guerra iniziata. Ad esempio, se alcune decine di Paesi non avessero ritirato le loro ambasciate, ma le avessero invece sparse per il territorio ucraino, sarebbe stato problematico per Putin bombardarlo. Mi pongo degli interrogativi: si sarebbero trovati tanti Paesi disposti a schierarsi, rinunciando a qualsiasi bene o vantaggio provenisse loro dalla Russia? Si sarebbe trovato tanto personale diplomatico disposto a fare da possibile scudo umano? E se poi Putin avesse bombardato ugualmente, non ci sarebbe stata quella escalation che invece siamo concordi nel dover evitare? Israele non sta forse colpendo l’UNIFIL in Libano? 

Massimo: A me sembra chiaro che il problema non è solo Putin, né solo Israele. Ma ormai citando le condizioni storiche (e geopolitiche) mi sto ripetendo… Un altro esempio che ventili sarebbe un accordo fra giornalisti occidentali e russi per filmare e raccontare la Verità. A parte il fatto che il concetto stesso di Verità è notoriamente aleatorio, giornalisti russi indipendenti? Che agiscono insieme a colleghi occidentali? Ecco, questo a me sembra assolutamente irrealizzabile.

Massimo: Sì, ma qui parliamo di trasmissioni televisive occidentali, e interventi da Mosca inevitabilmente autorizzati. In Russia non si può nemmeno chiamare guerra quella che evidentemente lo è, e il rischio di essere arrestati per “estremismo” è concreto. Poi si sparisce, e a volte si muore “per cause naturali” … E teniamo presente che, secondo le stime occidentali, Putin ha comunque l’appoggio di oltre il 70% della popolazione, più di qualsiasi leader occidentale.

Infine, tu prospetti uno scenario affascinante: «Era possibile mettere in atto un’opposizione nonviolenta schierando ai confini non esercito e carri armati, ma decine di migliaia di civili (donne, uomini, bambini) con satelliti e telecamere puntati su di loro. Riusciamo a immaginare uno scenario che preveda di bombardarli? Personalmente, al massimo, riesco a immaginare i soldati russi e i loro carri armati che si fanno strada a fatica fra costoro». In un primissimo momento la scena mi ha conquistato! Ho ricordato i carri armati russi fra la folla in Cecoslovacchia. Ho rivisto mentalmente il solitario nonviolento di Piazza Tienanmen, con il carro cinese che cercava di scansarlo…Ma, ahimè, dopo il tuo libro c’è stata Gaza, e lì donne e bambini sono stati bombardati, eccome! E blindati e cecchini hanno poi fatto il resto. Satelliti e telecamere, ormai, possono facilmente essere messi a tacere, o addirittura ingannati, da chi ha potere e tecnologia sufficienti; ed il fatto di poter colpire a distanza, senza guardare negli occhi la vittima, elimina qualsiasi scrupolo dettato dell’empatia (di cui pure l’evoluzione ci ha fornito). 

Massimo: Insomma, tu pensi che sia possibile oscurare satelliti russi e cinesi senza che il danno sia presto riparato? Senza generare rappresaglie? Ma cambiamo pagina. Dopo le micro-soluzioni di conflitti in atto tu esponi delle macro-soluzioni: organizzazioni sovra-nazionali non armate, “Commissioni per la Verità e la Giustizia” ecc., naturalmente riconosciute e rispettate a livello mondiale. Tutto giustissimo, direi, ma verosimilmente non applicabile in tempi ragionevoli… e forse mai. 

Massimo: Ma certo che esistono, come il tribunale de L’Aia. Ma a che servono se si possono disconoscere? Un’altra sezione del tuo libro è dedicata a prospettare un sistema sociale di mediazioni familiari, penali, scolastiche, ecc. per i conflitti su scala limitata o privata. Molti di questi organismi ci sono già, ne ho fatto parte durante la mia attività lavorativa. Sono giusti e utili, anche se ancora numericamente insufficienti. Possono davvero essere risolutivi, anche nei casi di microcriminalità, ma non credo abbiano un’efficacia reale nel caso della criminalità organizzata. Forse potrebbero prevenirla? 

Massimo: Vero, ognuno vorrebbe incrementato quello che gli interessa, ed io preferirei di sicuro moltiplicare le mediazioni, cosa che ho cercato di fare nel corso di tutta la mia attività lavorativa. Tu auspichi, soprattutto, informazione ed educazione nonviolenta. Ben vengano, purché siano decise ed ubiquitarie. Non basterà certo esporre la bandiera della pace sugli edifici!

Massimo: A un certo punto affermi la necessità di sistemi economici più equi sul piano della distribuzione delle ricchezze e della sostenibilità ambientale. È evidente, per qualsiasi essere umano, pensante e sincero, che il problema sta tutto qui! Solo con la realizzazione di simili sistemi sarà possibile prevenire tutta la violenza che sarà ragionevolmente possibile evitare! È ovvio che anche questo per ora fa parte del mondo delle idee, ma io credo che sia in questo senso che dobbiamo concentrarci, tutto il resto sono… “contraddizioni secondarie”, come avrebbe detto qualcuno, tempo fa. 

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Massimo: Provo a sintetizzare le conclusioni personali cui sono pervenuto sino ad ora. Mi sembra superfluo sottolineare che chi vuole praticare la nonviolenza, indipendentemente da costi e sofferenze (propri, mai altrui!), anche sapendo che potrà non avere successo, fa una scelta personale, non necessariamente religiosa, ma certamente fideistica. Come tutte le scelte di questo tipo è assolutamente rispettabile, ma non necessariamente condivisibile in ogni situazione: le variabili del “qui e ora” vanno, secondo me, considerate.

Visto che è la nostra corteccia che tiene a bada la nostra aggressività biologica, e che la corteccia risente di ambiente (anche economico), educazione e cultura, questi elementi devono essere considerati fondamentali, almeno in tutti gli Stati che li permettano… anche se l’efficacia sarà reale quando saranno ubiquitari e condivisi: leggendo il romanzo di Yahya Al-Sinwar (sì, proprio lui) The Torn and the Carnation, che Amazon si rifiuta di vendere, si può arrivare a capire come vivere una vita in certe condizioni, che definire distopiche è un bonario eufemismo, possa arrivare a storpiare una mente.

E, visto che parliamo di fede e di controllo degli istinti, da protestante chiudo con un poco di sano pessimismo antropologico, citando Paolo che, in Romani 7, 18-20, usando le parole della sua fede, aveva già anticipato qualche concetto di neuroscienze: «Difatti, io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita alcun bene, poiché in me si trova il volere, ma non il modo di compiere il bene. Perché il bene che voglio, non lo faccio, ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se ciò che non voglio è quello che faccio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me».

Andrea Cozzo
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docente di Lingua e letteratura greca, presso l’Università di Palermo, dove, dall’a.a. 2001-02 al 2008-2009, ha tenuto anche il “Laboratorio di teoria e pratica della nonviolenza”. Ha tenuto seminari e corsi sulla nonviolenza in scuole, associazioni e centri sociali, nonché per le Forze dell’ordine. Si occupa di storia, teoria e pratica della mediazione e gestione dei conflitti. Sulla storia della mediazione e della nonviolenza nella Grecia antica (che costituisce il suo specifico ambito di lavoro accademico) ha pubblicato i volumi: «Nel mezzo». Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (Pisa University Press, 2014); Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, (Edizioni Mimesis, 2018). Sulla teoria e la pratica della nonviolenza e della mediazione in ambito odierno ha pubblicato i volumi: Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa (Edizioni Mimesis 2004); Gestione creativa e nonviolenta delle situazioni di tensione. Manuale di formazione per le Forze dell’ordine (Gandhi Edizioni 2007).
Massimo Paterni

nato a Firenze, dove si è laureato in Medicina, occupandosi poi di Dipendenze e di Disagio Giovanile, sia dal lato clinico che da quello dell’insegnamento, è stato membro del Comitato Regionale di Coordinamento Dipendenze; per la provincia di Siena è stato responsabile della Sezione Dipendenze, membro del Consiglio dei Sanitari, membro del Comitato Etico. Oltre a numerosi contributi per riviste scientifiche, ha pubblicato in volume monografie su disegnatori: Magnus (Glittering Images, 1984); Crepax (Glittering Images, 1986); testi scientifici: Introduzione alla Neuropsichiatria Infantile (Istituto Cavour, 1992); L’incontro con L’Altro – Per un’esistenza libera dalle dipendenze (Promozioni Culturali, 1993); testi di narrativa per giovani adulti: I libri di Tartessia (Tipheret, 2012). Una trilogia intitolata Come se Dio ci fosse è in corso di stampa presso Diogene Multimedia.

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