Il prof. Cavadi ha presentato, nella sessione pomeridiana del 23 agosto 2026, a Sestola, la seconda parte della relazione sulla gioia: Quattro mosse per aprire un varco alla gioia. Qui è presente la relazione, arricchita di ulteriori approfondimenti, note a piè di pagina e indicazioni bibliografiche.
Quattro mosse per aprire un varco alla gioia
Poiché intende la tradizione biblica (rettamente interpretata) come una delle molteplici forme di saggezza cui attingere oggi, Fox, oltre i confini della sua area di appartenenza, guarda all’intero panorama socio-culturale contemporaneo. Spigolando fra le sue pagine si possono individuare quattro ambiti in cui – togliendo gli impedimenti – possiamo aprire un varco alla gioia.

- Nell’ambito del soggetto si tratta di scalzare «la preponderanza dell’emisfero sinistro del cervello» – una preponderanza che può qualificarsi come «una malattia mortale che oggi, letteralmente, ha quasi raggiunto il potere di distruggere tutta la Terra» – e di valorizzare «il contributo dell’emisfero destro, in termini di capacità di creare connessioni e dare spazio ai sentimenti e in termini di misticismo, estasi, mistero e sensualità»[1].
- Dal punto di vista relazionale il maschilismo patriarcale, androcentrico, è una gabbia che imprigiona non solo le donne, ma anche i maschi, impedendo – o per lo meno rendendo assai difficili – a entrambi le esperienze di scoperta, di stupore, di ammirazione, di fascino, di interazione, di fioritura in cui può balenare qualche scintilla di gioia. Ma il rapporto fra i generi è un caso particolare di una problematica più ampia: la chiusura verso il diverso che si tenta o di omologare per sottometterlo o di demonizzare per confinarlo fuori dal proprio spazio vitale.
- Dal punto di vista cosmico la frattura dualistica da risanare è tra l’umanità nel suo complesso e il resto del mondo naturale. Secondo le dottrine gnostiche – di cui si scoprono tracce consistenti anche nella storia cristiana e ‘laica’ sino ai nostri giorni – saremmo delle anime precipitate sulla Terra, prigioniere dei nostri corpi, almeno sino al momento della morte liberatrice. E’ chiaro che in questa visione la materia, la sessualità, il lavoro manuale, il mondo animale e vegetale sono tutti elementi di cui diffidare, da trattare con precauzione e solo nella misura strettamente indispensabile: in simile postura ascetico-rinunciataria è più o meno improbabile avvertire una vibrazione gioiosa?
- L’attenzione a non cadere nella trappola del dualismo deve, infine, riguardare «l’assurda separazione tra spiritualità e giustizia sociale»[2]: è difficile essere sorpresi da momenti di gioia sia se si coltiva una spiritualità centrata sul proprio ombelico e ignara del mare di sofferenze subite sistemicamente da miliardi di esseri umani (e animali) sia se, all’opposto, si coltiva un’intensa dedizione alla lotta politica senza rinnovare, periodicamente, le motivazioni intellettuali ed etiche di tale dedizione.
Sul primo versante va osservato che l’indifferenza cronica al male patito dagli altri è insieme effetto di insensibilità e causa di maggiore insensibilità. Protetti da questo scafandro siamo difficilmente raggiungibili da emozioni sgradevoli, ma altrettanto – e per le stesse ragioni – da emozioni positive, esaltanti. A questo circolo vizioso corrisponde un circolo virtuoso: se accetto l’empatia, mi espongo a con-patire ma anche a con-gioire. E l’esperienza, sia pur occasionale, puntuale, della gioia mi incoraggia al coinvolgimento sociale pro-attivo:
«Gioia è ciò che aumenta la nostra potenza di pensare e di fare, insieme alla nostra capacità di provare affetto: per questo la gioia genera nuove traiettorie comuni fra il nostro corpo e quello degli altri, inventando nuovi rapporti, creando legami sociali più vivi e intensi. Per questo la gioia è ciò che è necessario per la democrazia come spazio di una possibile fraternità»[3].

Sul secondo versante va osservato che la generosità dell’impegno continuo per un mondo meno invivibile, meno disumano, non deve farci dimenticare i nostri limiti costitutivi: la corda troppo tesa si spezza. Non siamo onnipotenti, non siamo superuomini, ma mortali bisognosi di riposo. E – secondo Tommaso d’Aquino – è solo quando gioiamo che riposiamo veramente: la gioia è l’effetto e il sintomo che abbiamo raggiunto un “bene” autentico e, almeno provvisoriamente, ci siamo acquietati.
Potremmo ulteriormente precisare che i momenti di godimento, di festa, vanno cercati e coltivati alle spalle delle nostre fatiche e davanti, come mete ultime.
Alle spalle perché né i cavalli né i motori possono fare a meno di pause per ricaricarsi: ciò che per essi è la biada o la benzina, per noi mortali è la fruizione contemplativa di qualcosa, o di qualcuno, che amiamo. Chi diffida di questi momenti spesso teme che la fruizione del bello, o qualsiasi altra esperienza gratificante di sintonia fra noi e il mondo, possano spegnere l’ardore dell’indignazione e della mobilitazione. Ma ci sono testimonianze autorevoli che smentiscono questi timori. Come le righe enigmatiche e profonde del giovane Albert Camus durante il soggiorno in Toscana:
«Firenze! Uno dei pochi luoghi in Europa in cui ho capito che nel cuore della mia rivolta dormiva un consenso»[4].
Come annota la Guanzini,
«Camus scopre improvvisamente, nella gioia dell’accordo trovato [fra il suo respiro e quello della terra, che parla attraverso i grandi maestri toscani, gli ulivi e le fioraie agli angoli delle immense chiese del Rinascimento[5] ] il senso profondo del suo disaccordo, la ragione ultima della sua protesta. Egli sperimenta qui la bellezza di un consenso fra sé e la realtà non come un’armonia senza contrasti ma, al contrario, come condizione di ogni possibile rivolta. Proprio la corrispondenza che lo lega alla potenza della vita rende inaccettabile il male e il dolore che feriscono l’esistenza: l’accordo fondamentale, originario con l’essere è insieme la radice della sua ribellione»[6].

Detto ancor più semplicemente: solo chi fa ogni tanto esperienza della gioia può scandalizzarsi all’idea di miliardi di esseri umani cui viene preclusa. E impegnarsi di conseguenza. Ma se vivo la più piatta insignificanza in prima persona, perché mai dovrei darmi da fare per la condizione altrui?
Davanti, in prospettiva, perché il lavoro – anche politico – non esaurisce in sé stesso il suo senso ma è in funzione di una vita più bella. Si racconta che un compagno di militanza, vedendo danzare la celebre femminista e rivoluzionaria anarchica russa Emma Goldman, l’abbia rimproverata per scarsa serietà e che ella abbia risposto prontamente: «Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione». Nella società attuale pochi possono ballare, a molti è precluso: la società per cui vale la pena lottare non è una società dove nessuno balli, ma dove tutti e tutte possano permetterselo.
In poche parole
Se volessimo rintracciare un filo rosso di questi passaggi potremmo esprimerci in una formula che può risuonare infantile: chi moltiplica le esperienze d’amore, moltiplica le probabilità di sperimentare la gioia. Ma come tutte le parole troppo logore, anche “amore” necessita di qualche analisi semantica supplementare.
La maggior parte di noi conosce l’amore come passione reattiva, provocatagli da qualcosa o qualcuno di utile o di bello. Quando la sorte ce ne regala l’occasione, godiamo di cose utili e fruiamo di persone belle. Ma che ne è di quando la povertà o la solitudine ci privano di simili esperienze? E poi la vita non ci ripresenta ogni giorno l’enigma di persone – come uno dei protagonisti de La dolce vita di Federico Fellini – che non provano più l’emozione basica per continuare a vivere neppure se circondate dal benessere economico, dalla bellezza artistica e dagli affetti familiari?
Mi pare che la filosofia, di ieri e di oggi, ci inviti ad allargare lo sguardo oltre i confini ristretti della nostra biografia e a sondare il nostro rapporto con il mondo, con la natura extra-umana, con l’universo nella sua totalità: a fare il punto sulla nostra «vita finita in mezzo alla vita infinita del tutto»[7]. A questo livello, intimo e universale a un tempo, il nostro piccolo essere può amare l’immenso Essere in cui è immerso? Penso che si debba ascoltare, con umiltà epistemica, la voce degli scienziati: sappiamo troppo poco per amare reattivamente l’Intero. Ammesso che mai arriveremo a scoprire la logica interna dell’universo visibile – miliardi di miliardi di galassie – si tratterà del 3% dell’universo reale (per non tenere in conto l’ipotesi dei multiversi o degli universi infiniti): troppo poco per dire che la Natura meriti di essere amata come una Madre benigna. E troppo poco – il sommo Leopardi mi perdoni – per dire che vada considerata una Madre maligna o anche solo indifferente a ciò che avviene nel suo grembo.
Che fare, allora? Il nostro microcosmo familiare, borghese, è troppo micro e il macrocosmo, nella sua spiazzante immensità, è troppo macro. Forse dobbiamo concentrare l’attenzione su una specie di mesocosmo: il mondo inteso come l’umanità, anzi l’intera famiglia dei viventi senzienti, che abita il pianeta. Il mondo come più del nostro spazio vitale e meno dell’universo totale. Dall’amore per esso possono arrivarci occasioni di gioia? Qualche volta sì. Ma la maggior parte delle volte – almeno sino allo stadio evolutivo finora raggiunto – saremo sorpresi in negativo: i virus contagiati dal mondo animale sono trascurabili fastidi rispetto alle immani sofferenze che gli umani infliggono – in parole, opere e omissioni – ai propri simili e agli altri animali. Difficile non condividere l’amaro stupore di Albert Cohen:
«Che questa spaventosa avventura degli esseri umani che arrivano, ridono, si muovono, e poi all’improvviso non si muovono più, che questa catastrofe che li attende non ci renda teneri e pietosi gli uni con gli altri, questo è incredibile»[8].

Se la gioia non possiamo aspettarcela, di norma, da un’umanità infelice e violenta (Kierkegaard e Drewermann preciserebbero: infelice e perciò violenta) che sinora non si è autodistrutta solo grazie a quelle minoranze di “giusti” che, in ogni generazione, remano controcorrente per salvare il salvabile, non ci resta che amarla – questa umanità – ma di un amore diverso dal reattivo: da un amore propositivo, inventivo che non ama ciò che è amabile ma che rende amabile ciò che ama. Contrariamente a ciò che la maggior parte della letteratura “terapeutica” suggerisce per moltiplicare le occasioni di gioia (solitamente identificata con il piacere), alcune prospettive filosofiche propongono un ribaltamento di sguardo: cerca una Causa per cui appassionarti che non coincida «con il successo, il prestigio o il profitto dell’individuo»,
«una causa che implica una forma di dedizione che rompe il circolo chiuso della propria autorealizzazione e apre alla dimensione del desiderio come amore del mondo. Tale passione è necessaria e urgente perché, non ultimo, è ciò che realizza la più grande gioia»[9] .
Qualche pensatore precisa che questo genere di gioia si sperimenta soprattutto quando si concretizza in azioni, in attività, in opere (che ovviamente non sono solo mediante le mani, ma possono essere intellettuali, artistiche o pedagogiche): del «riso dell’universo» (citazione quasi letterale dal canto XXVII del Paradiso dantesco) sono
«autori e partecipi tutti coloro che nelle loro azioni gioiose sapranno spalancare opportunità di azione gioiosa anche per altri: educandoli al fiorire delle loro doti, offrendo loro spettacoli di consolante bellezza, estendendo loro affetto, amicizia, amore»[10].
Così intesa, l’esperienza della gioia ha come suo opposto non il dolore fisico come fatica, tensione, ma «il dolore dell’accidia, dell’inazione, della noia»[11]: ci sono attività nelle quali «il dolore può [essere] una circostanza concomitante o anche necessaria»[12] della gioia.
Se qualcuno trovasse un po’ mellifluo questo legame fra amore per gli altri e gioia potrebbe rileggere questo brano di un geniale autore del XX secolo, il logico-matematico ed ateo Bertrand Russell:

«Pochi sembrano rendersi conto di come tanti dei mali di cui soffriamo non siano assolutamente necessari e possano essere eliminati in pochi anni attraverso uno sforzo unitario. Se in ogni paese civile la maggioranza lo volesse, nell’arco di vent’anni potremmo sradicare la povertà più degradante, metà delle malattie del mondo, la schiavitù economica che oggi affligge nove decimi della popolazione; potremmo riempire il mondo di bellezza e di gioia, e far sì che regni la pace universale. E’ solo per l’indifferenza degli uomini che ciò non si realizza, solo per la pigrizia dell’immaginazione, solo perché si guarda a ciò che è sempre stato come se dovesse essere per sempre. Con la buona volontà, la generosità e l’intelligenza potremmo realizzare tutto questo»[13].
Augusto Cavadi
[1] Ivi, p. 23. In altre pagine l’autore invita a cercare l’equilibrio fra le due dimensioni dell’unico cervello: «Quando viene privilegiato l’emisfero sinistro del cervello (…) non avviene nessuna nascita, nessuna espansione del mistero divino. Ma la stessa assenza di attività accade quando viene privilegiato esclusivamente l’emisfero destro, perché allora dominano superstizione e sentimentalismo, che non si accompagnano a una solida vita intellettuale» (pp. 263 – 264).
[2] Ivi, p. 264.
[3] I. Guanzini, Filosofia della gioia, cit., p. 29.
[4] A. Camus, Il deserto, in Opere, vol. II, Bompiani, Milano 1969, p. 107.
[5] I. Guanzini, Filosofia della gioia, cit., pp. 77 – 78.
[6] Ivi, p. 78. Ma meritano di essere lette in proposito tutte le pagine 78 – 87.
[7] Ivi, p. 77.
[8] Ho trovato la citazione da A. Cohen in E. Morin – A.B. Kern, Terra-Patria, Cortina, Milano 1994, p. 177.
[9] I. Guanzini, Filosofia della gioia, cit., pp. 112 – 113. L’autrice così continua: «E’ proprio grazie ad attaccamenti appassionati che la vita si allarga, in un lavoro generoso e coraggioso di creazione e di condivisione, che rende inoperosa ogni pretesa dell’io di costruire un mondo tutto per sé. Non c’è infatti esperienza della gioia che non implichi l’orizzonte della condivisione e dell’espansione della vita, che è in grado di sovvertire l’ordine prestabilito delle cose per aprirlo a una dimensione generativa e promettente di sorpresa, nemica della paura» (ivi).
[10] E. Bencivenga, La filosofia come strumento di liberazione, Raffaello Cortina, Milano 2010, p. 141.
[11] Ib., p. 140.
[12] Ivi, p. 139. L’autore fa l’esempio della ballerina cui dolgono le punte, il cestista che schiaccia a canestro, il maratoneta agli ultimi metri: «il loro trionfo e conseguente esaltazione saranno trionfo sulla pena ed esaltazione che ne esprime il superamento: gioia e dolore saranno non opposti ma simultanei,; sarà proprio quel dolore a rendere possibile, in quel momento, quella gioia» (pp. 139 – 140).
[13] Ho trovato la citazione in esergo al volume di A. Gamble, Fine della politica?, Il Mulino, Bologna 2002 (ed. o. 2000).
Uno dei promotori delle Vacanze filosofiche. Vive e opera a Palermo dove svolge sia attività professionale (pubblicista per “Repubblica-Palermo” e filosofo consulente "Phronesis") sia attività di volontariato culturale principalmente tramite alcune associazioni ( la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ e il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne") che hanno sede nella "Casa dell'equità e della bellezza" da lui fondata, con la moglie Adriana Saieva, per creare occasioni di crescita intellettuale, morale e civile.
Già docente presso vari Licei siciliani, collabora stabilmente con il sito http://www.zerozeronews.it/. I suoi scritti riguardano la filosofia, la pedagogia, la politica (con particolare attenzione al fenomeno mafioso), nonché la religione.. Tra le ultime sue pubblicazioni: La mafia desnuda – L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” (Di Girolamo, 2017); Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo, 2018), Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Spazio Cultura Edizioni, 2020); La filosofia come terapia dell’anima. Lineamenti essenziali di spiritualità filosofica (Diogene Multimedia, 2019); Voglio una vita spregiudicata. La spiritualità di chi crede di non averne alcuna (Diogene Multimedia 2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (Diogene Multimedia 2020); O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune (Algra 2021).

