Proponiamo qui l’intervento di Salvatore Fricano, avvenuto il 23 agosto 2025, sessione pomeridiana.
INTRODUZIONE
Vladimir Jankélévitch? Chi era costui? Mentre per chi di voi ha fatto il liceo, avrà almeno sentito parlare di Bergson, per quasi tutti Jankélévitch è un perfetto sconosciuto. Non lo trovate nei manuali della storia della filosofia. In gioventù mi sono avvicinato a lui, esattamente quando ho scoperto che aveva detto, secondo me, una delle affermazioni più brillanti sulla filosofia, degna di un Woody Allen, e che a tutt’oggi mi fa sorridere:
“Certo, si può vivere senza musica, senza amore e senza filosofia…ma mica molto bene!”
E così iniziamo il nostro percorso. Proverò a presentare un autore sfuggente, volutamente sfuggente che ha amato la musica degli impressionisti (Debussy, Ravel, Faurè, compositori spagnoli, era lui stesso musicologo e pianista) e, pur essendo uno degli allievi più brillanti di Bergson non è mai passato agli onori della ribalta. Forse voleva finire proprio così. Lo definirei, utilizzando una metafora che è di moda adesso, un pensatore ‘liquido’.
Cenni biografici

Bergson, così Jankélévitch, così Woody Allen sono di origine ebraica. Augusto troverà il filo conduttore che appartiene in modo specifico allo spirito ebraico. Dirò pochissimo della sua vita. La sua fortuna – si fa per dire – inizia con la sua monografia sul suo amato maestro, cioè Bergson. Un testo per i professori universitari di filosofia, gli addetti ai lavori. Ma poi si fa prendere la mano dal suo estro letterario-filosofico e scriverà libri, alcuni dei quali con dei titoli sorprendenti: L’avventura, la noia, la serietà, La menzogna e il malinteso, Il non-so-che e il quasi-niente. Ha scritto un ‘Trattato sulle virtù’, che è un libro ormai introvabile nella versione italiana, che secondo me dovrebbe essere tutto da ridere, e da dove è tratta l’affermazione che vi ho detto all’inizio. Chi sono i suoi destinatari, i suoi ideali lettori? Il professore universitario, il dandy che si concede uno svago letterario, tra un pasticcino e un altro? Jankélévitch scriverà come scrive uno che traccia arabeschi, cangianti, affascinanti che incantano il lettore. Ma il lettore-filosofo, che vuole arrivare al nocciolo della questione, avrà difficoltà a concettualizzare. Scrive come Debussy compone, non è facile riconoscere il flusso melodico. Non a caso Jankélévitch si misura sullo stretto rapporto fra la musica e l’ineffabile: Il quasi-niente.

Fece parte della resistenza francese, fu un accanito sostenitore della nascita dello stato di Israele e fu uno strenuo difensore dell’identità ebraica [chissà cosa direbbe adesso di quello che sta combinando Israele!]. Spesso scaricò su Heidegger, come rappresentante degli odiati tedeschi, strali del suo disprezzo. Nel suo scritto ‘Perdonare?’ più volte cita Heidegger con pungente ironia, quella ironia che vuole distruggere, appunto lo sdegno assoluto. I tedeschi non possono essere perdonati. La Shoah non può essere cancellata mediante il perdono. Perdonare sarebbe immorale. Ma nello scritto ‘Il perdono’ dirà che il vero perdono consiste nel perdonare l’imperdonabile (non c’è nessun merito nel perdonare il perdonabile). Quindi il perdono appare come un paradosso, e Jankélévitch ci lascia spiazzati. Insomma, il personaggio è questo. E’ vicino all’esistenzialismo (quello francese) ma dice anche:
‘È inutile far troppe speculazioni, meditare sul senso dell’esistenza in generale o della mia in particolare – perché questo senso non lo troverò mai.’
Fu uno dei pochi professori della Sorbona che manifestò molto interesse per il maggio francese del ‘68.
LO SCRITTO: L’IRONIA
Un testo fondamentale nel pensiero del ’900 (prima ed. 1964) dedicato proprio all’arte della discussione di cui si è sempre avvalsa la filosofia. Magari non tutti i filosofi hanno esercitato l’ironia e hanno messo per iscritto qualcosa in merito, ma quasi sicuramente tutti hanno scelto l’arte sottile del sorriso ironico. Ho riportato nei fogli che avete le idee principali, che proverò ad esporre. La prima tesi di Jankélévitch è riassumibile in questo: ironizzare è filosofare. O meglio, è il filosofare nel suo farsi. Nel suo svolgersi concretamente fra gli interlocutori, nella vita vissuta, nella dimensione esistenziale. Riprendendo Hadot (già ricordato da Augusto al primo incontro), possiamo dire che Jankélévitch intende l’arte dell’ironia come uno stile di vita, come Hadot aveva detto che la filosofia era nata in Grecia come stile di vita.

Quindi il con-filosofare, forse quello che stiamo facendo anche qui noi, nel nostro piccolo, potrebbe ricondursi a una coscienza libera da ogni definizione statica. E’ una spinta a conoscere e a conoscersi. Come Socrate, Jankélévitch vuole evitare lo scoglio della verità data e ci suggerisce che praticando l’ironia, con intento filosofico, sostituiamo il trionfo di chi vuole trionfare con la perplessità, e lo incanaliamo verso il dubbio. Naturalmente, il dubbio vale sia per le verità precostituite, sia per le verità verso noi stessi (ci conosciamo veramente?). E’ ovvio che Jankélévitch tiene ben presente che la pietra di paragone è sempre l’attività concreta di Socrate, che viene continuamente citato. La vita di Socrate è stata una vita vissuta filosoficamente, dove l’ironia non è stata una modalità accessoria, ma una necessità teoretica. Ma sappiamo pure che la vita di Socrate ha avuto una conclusione tragica. Questo per Jankélévitch non è sorprendente, anzi in qualche modo è consequenziale. Così l’ironia non è una semplice sovrapposizione a una serietà di fondo, come un orpello. Ma è il punto di partenza e il punto di arrivo del con-filosofare.
Già Augusto ci ha mostrato quanta carne al fuoco è presente nell’ironia socratica, e in molti punti trovo riscontro nel testo di Jankélévitch. Pertanto in questa prima parte mi limiterò a mettere in evidenza solo alcuni aspetti che Jankélévitch, con uno stile tutto particolare, brillante, sfuggente, ricchissimo di riferimenti al mondo musicale (che lui conosce benissimo, come abbiamo già detto), affida all’ironia come modalità prima del filosofare concreto, fra persone dialoganti.
Parte prima
L’ironia si espone al pericolo, l’ironia è pericolosa. E’ troppo morale per essere un’arte ed è troppo crudele per essere comica. Il comico fa ridere per non piangere. L’ironista va a cercare il pericolo. Può riuscire male, come nel caso di Socrate. Eppure la storia del pensiero ha vissuto l’ironia come ‘oasi’. Si sono alternati generazioni di ironisti e generazioni serie (che Jankélévitch chiama perfidamente ‘scolastici’). Il Socrate ironico interroga e le sue domande vengono rivolte ai seri (ai filosofi ionici e a Parmenide, ‘venerando e terribile’). S. è un sofista ‘mal riuscito’, come Prometeo è un titano che ha sbagliato. Per smascherare gli imbroglioni occorre utilizzare le loro stesse armi: “Per un sofista, un sofista e mezzo” (p. 20). In siciliano diremmo: ‘Per un cornuto, un cornuto e mezzo…’.
L’ironia filosofica approda sempre nell’aporia (problema irrisolto). E’ il suo primo risultato. Il proprio dubbio viene trasmesso agli altri. L’Eros nel Convito (grande dialogo platonico) è il dio delle confutazioni. E’ il desiderio filosofico di capire e di non accettare nulla se non dopo aver discusso fino in fondo. Jankélévitch prende come anche esempio Gesù, colui che confuta. Difatti Gesù stordisce gli uomini della legge e li riduce al silenzio (p., 21). Gesù dice che ‘non esistono proprietà, eredità, denaro, appartenenza, il mio e il tuo’. Ma anche Gesù farà una morte tragica. Mentre il Vangelo dice che gli uomini non sanno quello che fanno e allora c’è bisogno dell’intervento del soprannaturale, ad Atene esiste un’ignoranza che deve essere ricondotta alla fragilità degli umani. Per Socrate gli uomini sono più stupidi che cattivi. Socrate ha dato inizio alle filosofie contestatrici. Il cinismo può essere considerato come il massimo socratismo, che arriva fino alla bestemmia. Socrate si ferma prima. Diogene è un Socrate impazzito!
Nei romantici l’ironia contesta l’esistenza della natura, mentre conferma con forza l’Io, la coscienza. Per Hegel l’ironia è essenzialmente negazione. Per Jean Paul l’humour scaturisce dal contrasto fra la finitudine dell’uomo e la ragione, che invece è infinita. L’ironia romantica annichilisce (p. 25). Non a caso – questo lo dico io – Kierkegaard, per contestare i romantici, contrappone a loro Socrate, che con la sua ironia riconduce l’uomo alla sua finitudine, alla sua esistenza individuale (stranamente Jankélévitch non fa mai riferimento a Kierkegaard).
Con l’ironia abbiamo perso l’ingenuità. L’intelligenza non si illude più di ottenere il definitivo. Il provvisorio è più ragionevole. Vivere però rimane un problema serio (p. 29). Ad esempio, è ben difficile ironizzare sul proprio corpo. Ci riesce lo zoppo Epitteto, considerato da Jankélévitch un eroe dell’ironia. Non si è pronti a scherzare con la propria coscienza. Paolo Villaggio, intervistato, diceva che molti gli facevano i complimenti perché il personaggio di Fantozzi li faceva ridere a crepapelle, ma nessuno diceva ‘Fantozzi sono io!”.
La fisiologia del nostro corpo ci impedisce di essere costantemente umoristi: pensate al più grande filosofo del mondo alle prese con il suo mal di denti! (p. 32). La società mi spinge alla serietà, ma le nostre promesse valgono come “da Natale a Santo Stefano” (p. 33). Mentre la serietà tende a farci assumere una sola identità, l’ironia prevede l’assunzione di una pluralità. Le nature sognatrici pensano intensamente a una sola cosa, sono troppo ‘serie’ (p. 35) e diventano facili prede dell’infelicità. L’atteggiamento ironico ci evita la tragedia. L’ironia non è appassionata, è sottile. Qui Jankélévitch la paragona all’esprit de finesse di Pascal. Ci insegna a non ragionare troppo sulle ragioni stesse. Insomma ci mantiene sempre dei dilettanti, consapevoli delle nostre fragilità (‘canne pensanti’ per Pascal). L’assoluto, con l’ironia, perde consistenza:
“Ahimè! perchè non si può essere razionali e ardenti?” (p. 39). Mentre gli automi vanno in una sola direzione, i viventi hanno le varie possibilità, sono liberi, e ‘non è forse l’ironia la libertà, cioè l’impulso ad andare oltre?’ (p. 38). Questa affermazione è un omaggio al suo maestro, Bergson!
Parte seconda
Ma se l’ironia è la coscienza in atto, come faremo a distinguere la riflessione seria da quella beffarda? L’ironia vuole deridere e suscitare il riso. Togliendo ciò che ironico all’ironia cosa ci rimane? ‘Il non so che’. Ciò che è indefinibile, ciò che ineffabile. Ecco perché l’ironia si orienta, ma si perde anche, nelle sfumature: ‘humor, satira, derisione, supponenza…’ (p. 43). E’ difficile mantenere il controllo del giusto tono ironico.
L’ironia è un linguaggio del Logos (cioè della Verità) che si rivolge all’altro nascondendo la metà del Logos (della Verità). Il mondo di qui è plurivoco e quindi dobbiamo imparare a leggere fra le righe. Non bisogna mai attenersi alla lettera, ma allo spirito, come il poeta che ‘non dice ciò che dice, dice ciò che non dice, ora più, ora meno, tutt’altro insomma!” (p. 47). La poesia, come la parabola, cela. Per questo motivo la poesia è molto affine alla filosofia, e quindi all’ironia. Anch’essa cela. Ma chi ha la chiave del segreto? Non a caso Pascal ricorreva al Deus absconditus (Dio nascosto). Rivelare i segreti è il massimo dei tradimenti. La scienza vuole profanare tutti i segreti, tutti i misteri. La domanda che Jankélévitch pone sulla natura della scienza, che non ama i misteri, è proprio questa, e pone la domanda con il suo stile: ‘è il rispetto che viene meno o la perspicacia che aumenta?’.
Riferimento a Penelope
L’ironia impone l’andata e il ritorno. E’ voluta, è un viaggio altamente consapevole. Non è come la semi-coscienza, che vuole invece cristallizzarsi in una favola, un romanzo, un rito, ecc. E’ consapevole di sé come la ‘scaltra Penelope, per guadagnare tempo e farsi beffe della violenza usurpatrice, disfa ogni sera l’opera del mattino’. Penelope non è come Sisifo, costretto a un supplizio disperato e senza senso (p. 52; 53). Fare e disfare è una sola azione, e quindi è sempre un ‘fare’. Quando avviene questo, nell’ironia? Avviene in modo primario quando l’ironizzato capisce l’ironia dell’ironista e riesce a entrare nel suo gioco. Così abbiamo tre coscienze: quella cattiva vuole solo disfare, quella buona (o semi-coscienza) conduce alla creazione artistica che abbandona il suo creatore, e la coscienza ironica che ritorna sempre su se stessa. Non è un gioco, perchè il gioco si fa per ridere e per piacere, l’ironia si muove sempre nel contesto della serietà. Il gioco vuol essere un’oasi, l’ironia è invece una costante della vita (filosofica). Alla fine, l’ironia ‘è una serietà un po’ complicata’ (p. 55).
Una ironia ben esercitata è sempre un progresso. Dove lei è passata c’è più verità e luce. Fa però sempre rimanere l’equivoco. Si muove fra credenza e scetticismo, così come pensiamo della morte. La morte è certa, ma finché vivo, non sono molto convinto che mi riguardi. L’ironista crede senza credere. Ecco quindi svelata una debolezza dell’ironia. Condivide l’ipocrisia, che è propria della cattiva coscienza, e pertanto l’ironista si avvicina pericolosamente al bugiardo. Per fortuna l’ironista è disinteressato, mentre il bugiardo non vuole separarsi dal suo ego. L’inganno del bugiardo è facile da smascherare. L’ironista vuole invece essere interpretato nel modo più sottile (p. 57). “L’ironia non vuole essere creduta, ma compresa” (p. 57). Allora Jankélévitch prende definitivamente le distanze dal gioco e dalla menzogna. L’ironia semmai è il gioco impersonale della verità, aiuta, anche se fa permanere i fraintendimenti, mentre chi mente disprezza l’interlocutore. L’ironista invece ama il suo interlocutore.
L’ironizzato viene ricondotto sulla giusta strada, come il figliol prodigo. Ci presenta in modo chiaro l’errore, che all’inizio non sembrava evidente.
[L’ironia] ha bisogno di orecchie attente. Stimola la comprensione. Quindi è gnostica. Vuol far parlare (partorire pensieri). Allora è altamente socializzante, nel senso più nobile del termine!
L’ironia ha potuto radicarsi nello spirito greco e non nel mondo romano. La gravitàs romana non sopportava le allusioni. Non ha il sentimento del contrario. Semmai il sentimento del contrario è presente nel Cristianesimo.
Riferimento a Gesù
Jankélévitch fa un’analisi sorprendente del Cristianesimo, nella figura di Gesù. Questi non è un ironista, ma il suo misterioso destino è ironico. “Gesù non simula la disperazione, ma il padre sembra abbandonarlo; dunque Dio non finge di morire, ma la morte di Dio è questa finzione”. Gesù non scherza quando dice che la sua anima è triste fino alla morte, e che ha provato ad allontanare questa sofferenza. Mentre Socrate ha bevuto il veleno senza battere ciglio (la morte gli è indifferente), Gesù non scherza quando esclama ‘Ho sete’. ‘Quale distanza fra il vino del Simposio, che scioglie le lingue e rende il pensiero più agile, e il vino del Golgotha, il vino dell’abbandono e della più amara solitudine!”. Socrate non muore solo, ha la compagnia degli amici, Gesù muore abbandonato da tutti, rinnegato da Pietro, tradito da Giuda. [citazione estesa n. 1]
Ma Gesù rinasce, ecco il suo destino ironico. Solo la grazia di credere nella resurrezione ci fa capire quanto è ironica la morte e la passione di Gesù! Quindi, per chi crede, il sentimento del contrario è la cifra del Cristianesimo. La religione cristiana è una religione ironica!
UN APPROFONDIMENTO: sulla comunicazione
Lascerò Jankélévitch ai dettagli che appartengono agli specialisti, e proverò a fare una deviazione per poi ritornare a lui, alla fine. Una deviazione che, secondo me, mi permette di arrivare al dunque della nostra questione. Quello che dirò non è originale, ma è molto sentito da parte mia. Non siamo qui per disquisire, ma per affrontare un problema nella sua chiara aporia, anche se può apparire rozza. Il comico, come l’ironia, il motto di spirito, l’arguzia, l’esagerazione dialettica, ecc. producono il riso. Lo utilizziamo spesso. Lo facciamo fin da quando siamo bambini. Conviviamo con il riso (oltre che con il pianto). Ma dobbiamo pur porci la domanda: come sta il riso rispetto alla serietà? In che misura deve il riso plasmare la nostra esistenza, rispetto alla serietà? Insomma, quale deve essere l’atteggiamento, pratico, di fondo? Spinoza ci aveva avvertito: non ridere, non piangere, ma sforzati di comprendere. La conoscenza quindi deve prendere le distanze da quelle emozioni, ci suggerisce Spinoza (un altro ebreo!). Però il riso e il pianto – potremmo obiettare – appartengono alla comunicazione. E’ più forte di noi, non possiamo trattenerci. Allora io sposterei l’attenzione proprio sulla comunicazione in generale. Che succede quando iniziamo un dialogo, quando interloquiamo con una o più persone su un argomento? La nostra battuta illumina l’interlocutore che non capisce, oppure è meglio il silenzio? L’ironia scolpisce meglio il pensiero, dicendo ma anche alludendo? Con il riso che suscitiamo vogliamo, inconsapevolmente, l’approvazione di quella che riteniamo una nostra arguzia? Oppure vogliamo sminuire quello che ha detto il nostro interlocutore? Bisogna essere seri (innanzitutto e perlopiù) o no? Dobbiamo frenare la nostra lingua che freme per il gusto di una battuta? A questo proposito sembrano esserci argomenti tabù, che impedirebbero l’umorismo, come la guerra, la morte, la violenza, la religione, la malattia, la disabilità, la diversità culturale, e diversi ambiti criminali o para-criminali come il terrorismo, l’omicidio, la violenza sessuale o la droga. Ma il black humor esiste! … L’umor nero è accettabile?
Il problema di quest’anno deve essere ricompreso nella comunicazione. Fosse stato per me e mancandomi sia la vena creativa, sia la sapienza che sicuramente riconosco in Augusto, avrei proposto un titolo molto prosaico al tema di quest’anno: ‘Gli impacci della comunicazione’.
Il comico e l’ironico (insieme inducono al riso, giusto?) stanno dinnanzi al tragico, che è l’estrema tensione della serietà. Non sono conciliabili.
Il tragico è quel sentimento che avverte che non si potrà vincere, che alla fine c’è l’annichilimento, il naufragio dell’esistenza. La sventura è ben presente nella vita (per Simone Weil è strutturale all’esistenza), l’assurdità pervade gran parte degli eventi nostri e degli altri. L’essere umano pensante non può disconoscere quest’aspetto. Avvertire il dolore del mondo, sentirlo come incondizionato è segno d’intelligenza.
“L’elemento tragico si palesa nella lotta, nella vittoria e nella sconfitta, nella colpa. E’ la grandezza dell’uomo quando cade vinto. Si rivela nell’anelito assoluto alla verità come la più profonda disarmonia della vita universale”,
K. JASPERS, Del tragico, Guanda, Milano 1987, p. 29
La grande domanda, tenendo presente anche la dimensione del tragico, è: si può ridere di tutto?
Se proviamo a chiedere a chi ci capisce di filosofia abbiamo varie opinioni (e naturalmente non le elenco tutte, non ho le competenze):
“Solo l’uomo serio deve prendere sul serio le cose serie”, ci ricorda Plotino, Enneadi, III, 2,15 (epigrafe che ha messo Jankélévitch nel suo testo L’ironia).
Tommaso Moro invece era solito pregare: “Signore, dammi la salute del corpo, col buonumore necessario per mantenerla”.
Pascal, in modo criptico, ci dice che l’unico modo serio di fare filosofia è beffarsi della filosofia. Cartesio ci ricorda che non esiste una corbelleria che non sia stata detta da qualche filosofo. Hegel, che supponiamo che non abbia il senso dell’umorismo, spara questa affermazione: se la filosofia non sa rispondere a una domanda, vuol dire che questa è mal posta! Fra quelli che dedicano la loro vita allo studio i filosofi sono quelli che più facilmente vengono derisi, dai tempi di Talete! Poi, il gergo filosofico, questo mostro che allontana i profani dal filosofare, sembra che faccia di tutto per farci sorridere dei filosofi, questi poveretti! Adorno, che già scriveva in maniera difficile e ricercata, disprezza il linguaggio degli esistenzialisti, con le loro etimologie forzate, e scrive un pamphlet sul ‘Gergo dell’autenticità’. Sembra che Wittgenstein, grande filosofo del ‘900, in punto di morte abbia espresso il desiderio di scrivere un libro di filosofia fatto solo di battute, ma che non si sentisse capace perché gli mancava il senso dell’umorismo!!
Io ho seguito per un anno intero le lezioni di filosofia teoretica del prof. Nunzio Incardona e non sapevo se ridere o piangere dinanzi a un testo che dovevo studiare: ‘Concetto di metafisica del principio’, che inizia così:

e continua così per quasi 300 pagine!
L’antico testamento riporta parole terribili su chi ride. Un esempio:
È preferibile la mestizia al riso,
perché con un volto triste il cuore diventa migliore.
Il cuore dei saggi è in una casa in lutto
e il cuore degli stolti in una casa in festa.
Qoelet (Ecclesiaste), 7, 4-5
Meno male che Papa Francesco, buonanima, nel 2024 ha detto agli artisti che si dedicano all’umorismo, che si può ridere di tutto, senza offendere però:
“Si può ridere anche di Dio? Certo, e non è bestemmia questo, si può ridere, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo. La tradizione sapienziale e letteraria ebraica è maestra in questo! Si può fare ma senza offendere i sentimenti religiosi dei credenti, soprattutto dei poveri.”
Ridere o piangere, è questo il problema!
Un esempio fra tanti: una canzone ebraica, Dona Dona, il cui testo dice:
Ride il vento, l’uccello vola libero, solo un vitello piange. Il contadino rimprovera il vitello: perché non nascevi uccello?
Faccio un salto e mi riaggancio al secondo libro della poetica di Aristotele, andato perduto. Sappiamo invece che la fantasia di Umberto Eco gli fa dire, ne Il nome della Rosa, che il libro non è andato perduto, ma solamente nascosto, in una biblioteca di un’abbazia, e guai a chi lo tocca! Questo secondo libro parlerebbe delle caratteristiche della commedia, che appunto ha lo scopo di suscitare il riso. Quindi il grande filosofo Aristotele avrebbe elevato il riso ad arte! Ma può ridere una persona seria, che prende sul serio la serietà della vita? Un cristiano timorato di Dio può accettare che Aristotele, fonte di sapienza, abbiamo potuto affermare questo? Nel romanzo a un certo punto si scontrano due posizioni, quella del monaco Jorge da Burgos, artefice degli omicidi che si sono compiuti per eliminare chi aveva consultato il secondo libro di Aristotele, che difende la serietà a tutti i costi, e quella di Guglielmo di Baskerville, che è stato chiamato proprio per investigare su questa misteriosa catena di omicidi.
Il primo difende la serietà a tutti i costi, e quindi è blasfemo ridere, il secondo, che è un francescano, dice che molto spesso il riso ha degli effetti benefici. Potete seguire il dialogo, serratissimo [citazione estesa n. 2].

Noi naturalmente preferiamo la posizione di Guglielmo a quella di Jorge.
Allora, se ammettiamo che il riso e la serietà (se volete il sentimento del tragico) possono coesistere, ritorniamo alla domanda: come comunicare?
Innanzitutto dovremo definire cosa è la comunicazione. Non è semplicemente uno scambio di informazioni, ma un’esperienza profonda che coinvolge l’incontro autentico tra persone, sia nella loro interiorità che nella loro libertà. Anzi, è proprio il punto in cui l’interiorità viene condivisa. Se vogliamo vivere autenticamente abbiamo bisogno dell’altro. La comunicazione è il luogo in cui l’esistenza si rivela e si sviluppa. In essa l’individuo si confronta con un altro essere libero e cosciente, non come oggetto, ma come “Tu”. La comunicazione autentica è dialogo, non solo discorso. Socrate non voleva fare discorsi ‘lunghi’, a differenza dei sofisti. Diceva che si stancava a seguirli, ironicamente. Voleva discorsi brevi, fatti di domande e risposte che si alternavano. È un rapporto tra persone che si riconoscono nella loro reciproca libertà e fragilità. Il dialogo è un cammino comune verso la verità, ma mai un possesso oggettivo della verità. Nel dialogo deve poter uscire liberamente, senza remore, la nostra zona d’ombra. Anche questa può illuminare il dialogo sincero. Mi spingo ancora un po’ oltre… Nella comunicazione profonda, l’uomo può vivere l’esperienza del “Trascendere”: cioè andare oltre il mondo oggettivo e il semplice pensiero razionale, per aprirsi alla dimensione trascendente dell’esistenza. Qui può emergere il senso del mistero, dell’infinito, del sacro. Potremmo distinguere tra una comunicazione oggettiva (scientifica, tecnica, strumentale) e una comunicazione esistenziale. Io mi riferisco naturalmente a questa, esistenziale. Solo quest’ultima riguarda l’autenticità dell’essere umano. La prima è utile ma limitata, e non tocca la profondità dell’essere. La comunicazione autentica può esistere solo tra individui liberi: non imposta, non manipolata, ma vissuta nel rispetto reciproco e nell’apertura. È una relazione etica, fondata sulla responsabilità. La comunicazione è il luogo dell’incontro autentico tra esistenze, in cui ciascuno può realizzarsi nella libertà, nella verità e, se mi permettete, nella trascendenza. Non è un mezzo, ma un fine esistenziale. Ma come la mettiamo con la possibilità del riso, quanta importanza dargli, nella comunicazione?
CONCLUSIONE
Noi confidiamo nella comunicazione autentica, che può contenere un po’ di sorriso, un po’ di umorismo, un po’ di ironia. Voglio sperare che la comunicazione autentica, così rara – qualcuno ha detto che è una lotta, sì, ma una lotta amorosa – possa trovare spazio in questa nostra dimensione, quella che stiamo vivendo adesso, dove non troverebbero posto il riso, inteso come umiliazione dell’altro, l’ironia, intesa come difesa dagli altri, l’umorismo inteso come banale passatempo con gli altri. Via le maschere, via le erudizioni che distanziano, via i pre-giudizi che allontanano. Avrebbe finalmente posto la leggerezza della comunicazione. Riso, humour, ironia saranno leggeri. Autenticità e leggerezza saranno sinonimi. E può darsi che questo sia il vero amore. Le ultime parole di Jankélévitch si avvicinano a questo, quando afferma, molto meglio di me, nella conclusione
“[…] il pensiero respira più leggermente quando si è riconosciuto, nell’atto del danzare e fare smorfie, nello specchio della riflessione. Questo significa che lo humour non esiste senza l’amore, né l’ironia senza la gioia, e in secondo luogo che la lucidità non sarà priva di ardore. […] Lo scopo dell’ironia non era di lasciarci macerare nell’aceto dei sarcasmi né, dopo aver massacrato tutti i fantocci, di drizzarne uno al loro posto, ma di ripristinare ciò senza di cui l’ironia non sarebbe nemmeno ironica: uno spirito innocente e un cuore ispirato” (p. 145).
Salvatore Fricano
citazione n. 1:
“Si potrà obiettare che il Cristianesimo è totalmente per contrarium. Ma innanzi tutto Gesù non è l’ironista, semmai nel misterioso destino consiste l’ironia. Gesù non simula la disperazione, ma il padre sembra abbandonarlo; dunque Dio non finge di morire, ma la morte di Dio è questa stessa finzione. Il suppliziato non sta scherzando, ma i carnefici ne fanno parodia e lo scherniscono. Non fa dell’ironia nell’orto degli Ulivi mormora: triste è l’anima mia fino alla morte! e chi per un istante ha desiderato che la prova gli sia risparmiata, chi sia allontanata dalle sue labbra la bevanda dell’agonia e della tribolazione, quella bevanda che il saggio [Socrate] aveva bevuto senza batter ciglio, come se l’amara cicuta gli sembrasse insipida e la morte indifferente; non fa dell’ironia chi si trova, come dice Luca, nella suprema lotta dell’agonia. E a maggior ragione non scherza chi sul calvario esclama: ‘perché mi hai abbandonato?’ e chi dice: ‘ho sete’, perché i carnefici lo dissetano con l’aceto dell’angoscia. […] Quale distanza fra il vino del Simposio, che scioglie le lingue e rende il pensiero più agile, e il vino del Golgotha, il vino dell’abbandono e della più amara solitudine!”
da L’Ironia, p. 63
citazione n. 2:
“fu mentre tutti ancora ridevano che udimmo alle nostre spalle una voce, solenne e severa.
“Verba vana aut risui apta non loqui”. [trad.: Non dire parole vuote o parole che facciano ridere]. Ci voltammo. Chi aveva parlato era un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non dico solo il pelo, ma pure il viso, e le pupille. Mi avvidi che era cieco. La voce era ancora maestosa e le membra possenti anche se il corpo era rattrappito dal peso dell’età. Ci fissava come se ci vedesse, e sempre anche in seguito lo vidi muoversi e parlare come se possedesse ancora il bene della vista. Ma il tono della voce era invece di chi possieda solo il dono della profezia.
“L’uomo venerando d’età e sapienza che vedete”, disse Malachia a Guglielmo indicandogli il nuovo venuto, “è Jorge da Burgos. Più vecchio di chiunque viva nel monastero, salvo Alinardo da Grottaferrata, egli è colui a cui moltissimi tra i monaci affidano il carico dei loro peccati nel segreto della confessione”. Poi, volgendosi al vegliardo: “Quello che sta davanti a voi è frate Guglielmo da Baskerville, nostro ospite”.
“Spero che non vi siate adirato per le mie parole”, disse il vecchio in tono brusco. “Ho udito persone che ridevano su cose risibili e ho ricordato loro uno dei principi della nostra regola. E come dice il salmista, se il monaco si deve astenere dai discorsi buoni per il voto di silenzio, a quanto maggior ragione deve sottrarsi ai discorsi cattivi. E come ci sono discorsi cattivi ci sono immagini cattive. E sono quelle che mentono circa la forma della creazione e mostrano il mondo al contrario di ciò che deve essere, è sempre stato e sempre sarà nei secoli dei secoli sino alla consunzione dei tempi. Ma voi venite da altro ordine [quello francescano] dove mi dicono è vista con indulgenza anche la giocondità più inopportuna”.
“Si parlava del riso”, disse seccamente Jorge. “Le commedie erano scritte dai pagani per muovere gli spettatori al riso, e male facevano. Gesù Nostro Signore non raccontò mai commedie né favole, ma solo limpide parabole che allegoricamente ci istruiscono su come guadagnarci il paradiso, e così sia”.
“Mi chiedo”, disse Guglielmo, “perché siate tanto contrario a pensare che Gesù abbia mai riso. Io credo che il riso sia una buona medicina, come i bagni, per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”.
“I bagni sono cosa buona”, disse Jorge, “e lo stesso Aquinate [Tommaso d’Aquino] li consiglia per rimuovere la tristezza, che può essere passione cattiva quando non si rivolga a un male che possa essere rimosso attraverso l’audacia. I bagni restituiscono l’equilibrio degli umori. Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia”.
“Le scimmie non ridono, il riso è proprio dell’uomo, è segno della sua razionalità”, disse Guglielmo.
“È segno della razionalità umana anche la parola e con la parola si può bestemmiare Dio. Non tutto ciò che è proprio dell’uomo è necessariamente buono. Il riso è segno di stoltezza. Chi ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo odia. E dunque ridere del male significa non disporsi a combatterlo e ridere del bene significa disconoscere la forza per cui il bene è diffusivo di sé. Per questo la Regola dice: «decimus humilitatis gradus est si non sit facilis ac promptus in risu, quia scriptum est: stultus in risu exaltat vocem suam» [trad.: Il decimo grado dell’umiltà è quello in cui non si è facili e pronti a ridere, perché è scritto: Lo stolto alza la voce nel ridere.]”. […]
“Ma Ildeberto disse: «Admittendo tibi joca sunt post seria quaedam, sed tamen et dignis et ipsa gerenda modis.» [trad.: Ammetto che dietro ci sono delle battute serie, ma che queste devono comunque essere svolte in modo dignitoso e corretto]. E Giovanni di Salisbury ha autorizzato una modesta ilarità. E infine l’Ecclesiaste, di cui avete citato il passo a cui si riferisce la vostra Regola, dove si dice che il riso è proprio dello stolto, ammette almeno un riso silenzioso, dell’animo sereno”.
“L’animo è sereno solo quando contempla la verità e si diletta del bene compiuto, e della verità e del bene non si ride. Ecco perché Cristo non rideva. Il riso è fomite di dubbio.”
“Ma talora è giusto dubitare.”
“Non ne vedo la ragione. Quando si dubita occorre rivolgersi a un’autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio. Mi sembrate imbevuto di dottrine discutibili, come quelle dei logici di Parigi. Ma san Bernardo seppe bene intervenire contro il castrato Abelardo che voleva sottomettere tutti i problemi al vaglio freddo e senza vita di una ragione non illuminata dalle scritture, pronunciando il suo è così e non è così. Certo colui che accetti queste idee pericolosissime può anche apprezzare il gioco dell’insipiente che ride di ciò di cui solo si deve sapere l’unica verità, che è già stata detta una volta per tutte. Così ridendo l’insipiente dice implicitamente «Deus non est» [trad.: Dio non è]”.
“Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro”. Chiese Guglielmo.
“No, certo”, rispose Jorge. “Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù… Ma qui, qui…” ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro [si riferisce al libro sulla commedia di Aristotele] che Guglielmo teneva davanti”, qui si ribalta la funzione del riso, la si eleva ad arte, le si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia… Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio e le leggi della natura. Ma la chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza. La incolta dissennatezza di Dolcino e dei suoi pari non porrà mai in crisi l’ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo, l’epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? Per secoli i dottori e i padri hanno secreto profumate essenze di santo sapere per redimere, attraverso il pensiero di ciò che è alto, la miseria e la tentazione di ciò che è basso. E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l’alto attraverso l’accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l’uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone [Ruggero Bacone, filosofo francescano] a proposito della magìa naturale) l’abbondanza stessa del paese di Cuccagna. Ma è questo che non dobbiamo e non possiamo avere. Guarda i monacelli che si svergognano nella parodia buffonesca della Coena Cypriani [parodia di alcuni passi della Bibbia]. Quale diabolica trasfigurazione della sacra scrittura! Eppure nel farlo sanno che ciò è male. Ma il giorno che la parola del Filosofo [si intende Aristotele] giustificasse i giochi marginali della immaginazione entro si perderebbe ogni traccia. Il popolo di Dio si trasformerebbe in una assemblea di mostri eruttati dagli abissi della terra incognita[…] I servi a dettare la legge, noi (ma anche tu, allora) a ubbidire alla vacanza di ogni legge. Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas [forse si riferisce a Democrito, mia nota]) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!”.
UMBERTO ECO, Il nome della Rosa
