A. Saieva: Pedagogia gioiosa: una pedagogia sovversiva?

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Un impianto pedagogico può essere intrinsecamente sovversivo (penso alla “pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire) così come, al contrario, conservatore, incentrato sull’obbedienza cieca e sull’appiattimento del pensiero libero e creativo (come nel caso dei regimi totalitari: penso alla “pedagogia nera” di Katharina Rutscsky[1], ma anche a certe riforme ministeriali che gettano fumo negli occhi con paroloni come nuove tecnologie, efficienza, competenze e produttività, dimenticando parole come gentilezza, nonviolenza, condivisione, spirito critico). In entrambi i casi, è certo che il modo in cui una società educa i propri cuccioli (non solo attraverso la scuola) traccia ciò che quella società sarà nel futuro.

Basi fisiologiche della pedagogia ‘gioiosa’

Per rispondere alla domanda se una pedagogia – che è stata definita ‘gioiosa’ – risulti inevitabilmente rivoluzionaria, dobbiamo prima delinearne i tratti caratteristici.

Alla base di questa pedagogia ci sono il ridere, l’humor, il buon umore che fungono da locomotiva di un treno carico di…

E come endorfine: analgesico naturale che riduce la percezione del dolore e favorisce l’euforia;

S come serotonina: neurotrasmettitore che ha anche una funzione nella regolazione dell’umore. E’ spesso associata al benessere, alla sensazione di felicità (diminuisce il livello dell’ansia) e alle funzioni cognitive (partecipa a processi come l’apprendimento e la memoria);

D come dopamina: è coinvolta nel sistema di ricompensa del cervello, contribuendo a farci provare piacere e motivazione dopo aver compiuto azioni positive o aver raggiunto obiettivi; ci spinge a cercare attività gratificanti e a perseverare nel raggiungimento dei nostri obiettivi; nei processi di apprendimento e memorizzazione  ci aiuta ad acquisire nuove informazioni e a formare ricordi; contribuisce positivamente a diverse funzioni cognitive, tra cui l’attenzione, la concentrazione e il processo decisionale. 

Osserviamo un attimo questo treno: il fumo che esce dal suo comignolo disperde nel vento le dosi superflue di cortisolo… Se un po’ di ansia fa bene e ci prepara ad affrontare le sfide, un livello superiore ci paralizza sia a livello personale (difficoltà a concentrarsi, a memorizzare) sia a livello sociale (difficoltà a instaurare rapporti sereni con gli altri).

A livello personale è facile intuire quali siano i vantaggi di questo genere di neurotrasmettitori;  è bene sottolineare quali i vantaggi sociali: risata, benessere e buon umore sono collanti che abbattono le differenze, rafforzano i legami, creano un senso di unione.

E adesso, cosa ce ne facciamo di questo trenino colorato all’interno di una scuola? Eccolo lì che si è intrufolato in una classe: vediamo che succede.

Un’esemplificazione didattica

C’è una sfida in corso, pare che bisogni imparare qualcosa che ha a che fare con le addizioni. Qua e là serpeggia del cortisolo e si formano i primi pensieri nuvolosi: “Questa cosa, l’addizione, non la capisco!”. Si alza qualche mano: “Maestra, non l’ho capito…!” Un paio di sguardi divagano, qualche manina si intrufola nello zainetto in cerca di un giocattolino: in un angolino della classe, la matopatia  si lima le unghie in attesa dei nuovi adepti; alza lo sguardo soddisfatta… Basteranno un paio di rimproveri, un brutto voto sottolineato due volte con la penna rossa, una battutaccia sarcastica, una serie di umiliazioni ben piazzate e mezza classe si candiderà alla carriera di matopatico.

“Umm…Non capisci le addizioni?!”. L’espressione della maestra è strana: sembra preoccupata, ma cammina su e giù dalla finestra all’armadio con un passo solenne e mani intrecciate dietro la schiena, borbotta qualcosa e strabuzza gli occhi. Con la testa fa “no”, poi esclama “già già…”,  alla fine si ferma e punta gli occhi sui bambini:

- “Questo è un bel guaio, dice, perché avrei tanto voluto aiutare due elefanti della savana a risolvere un grosso problema. Un grosso, molto grosso problema. E anche molto puzzoso, ma di una puzza che in confronto tutti i calzini dei presenti messi insieme fanno profumo”.

Si vede scappare dalla finestra un filo di cortisolo e, contemporaneamente, scappa dalle labbra un primo sorriso.

- “Proprio tutti  i calzini messi insieme, pure i tuoi, maestra?”
 - “Tutti tutti, garantito”.

Le manine ripongono gli oggetti, gli sguardi tornano incuriositi.

- “Che problema hanno gli elefanti, maestra?”
- “Una sfida difficile, ma se non ve la sentite lasciamo perdere; lo capisco, è una faccenda complicata, la puzza è terribile, ma poi pure quei due che si sono fissati a voler pesare la cacca…”

Dopamina, endorfina, serotonina scendono dal trenino colorato e invadono la stanza, il cortisolo in eccesso fugge via tra sbuffi di fumo. In classe l’inconfondibile suono di una cascata di risate.

“Pesare la cacca?”
 “Sì, esattamente. Un elefante ha affermato che la sua produzione di cacca è maggiore di quella dell’amico e quest’ultimo ha escluso che ciò possa essere vero. Dopo aver litigato almeno almeno almeno due giorni pieni e uno morsicchiato, che tutti gli altri elefanti non ne potevano più, si presentò loro una delegazione di famosi ristoratori nel campo delle prelibatezze caccolose, gli scarabei stercoidei: «se vi diamo la soluzione, siete disposti a regalarci tutta la cacca prodotta? » chiesero. Gli elefanti accettarono la richiesta. «Pesate la cacca, dissero, e così saprete a fine giornata chi ne avrà prodotta di più». «Ma qui nessuno è andato a scuola e, anche se pesiamo, poi che si fa? Speriamo che quei bambini lì ci aiutino…». Li aiutate? Sì? vediamo allora che succede. Tanto per cominciare si decide che l’unità di misura sia il caccolo. Il primo elefante, Elly, sforna 5 caccoli, ma il secondo, Fant, subito dopo (con uno sforzo che gli fa vibrare le orecchie così che da lontano sembravano due vele spiegate in piena savana) ne sforna 9”.

Se state immaginando la scena vedrete bambine e bambine piegati/e in due dal ridere, qualcuno/a si nasconde il viso tutte le volte che viene pronunciata la parola ‘cacca’. Se c’è un iperattivo è già caduto dalla sedia un paio di volte, ha fatto un altro paio di giri dell’aula saltellando e ha imitato l’elefante con le orecchie che vibrano nello sforzo. Agli occhi di qualcuno tutto ciò può sembrare l’inizio di un caos, ma agli occhi di chi crede nel potere del buon umore questo è un momento di alta concentrazione. Naturalmente occorre contenere quella che possiamo definire esagerazione, ma non bisogna avere paura dell’allegria dei bambini: finché sono dentro una storia sono concentrati. Lo sforzo sta nel tenerli dentro la storia e canalizzare la loro euforia. Ma torniamo ai nostri elefanti.

“Chi ha vinto questa sfida? Qual è il numero maggiore? Sembra proprio che abbia vinto Fant… ma ecco che Elly strabuzza gli occhi in uno sforzo immane: plof plof plof, ecco altri tre caccoli. Adesso Elly ha 5 caccoli + tre caccoli e Fant ne ha 9. Gli scarabei esultano dalla commozione, già immaginano le specialità che presenteranno nel nuovo menù nella catena di ristoranti che apriranno a breve: «l’olezzo inebriante», specialità della casa: cacca di elefante arrosto con contorno di foglie di baobab e cacchette di lepre selvatica”.

Qualcuno adesso ride con le lacrime: cacca e cacchette sono parole che ottengono  (in questa fascia di età) un effetto esilarante. I bambini si avvicinano tra loro: una forza centripeta si alterna ad una centrifuga, tendono a unirsi e tendono a esplodere per tutta l’aula come stelle filanti; la mediazione sarà rappresentata da un gruppo coeso che si muoverà nello spazio come una costellazione fluttuante e vagamente ubriaca (spero di aver reso l’idea).

- “Ma non perdiamo tempo con questi cropo… corpofa… coporfa… coprofagi!”
- “Che significa? Copro.. che significa quella parola, maestra?”
- “Ummm… faremo qualche ipotesi dopo, non dimentichiamo questa bellissima domanda. Chi la scrive? Ma torniamo alla nostra sfida: chi ha più cacca adesso?

Fioccano le ipotesi:

– “Elly ne ha fatta di più perché l’ha fatta due volte”

– “No, Fant perché il 9 è più bello”

– “Ma se mettiamo insieme tutte le caccole di Elly , lei adesso ne ha 8…”

È il momento di chiudere questa storiella. Tra mille risate e divertimento si sono affrontati i concetti di minore e maggiore, precedente e successivo, insieme, unione, addizione, unità di misura. E si è fatta un’incursione nel mondo dei mammiferi e degli insetti, giusto il tempo di seminare qualche curiosità. Ma  – cosa fondamentale – i bambini non vedono l’ora di fare matematica e ogni cinque/sei minuti, a turno, chiedono: maestra, quando le facciamo le addizioni?

Una triste e sconsolata matopatia esce dall’aula sventolando un fazzolettino a quadretti in segno di saluto.

Riflessione pedagogica sull’esemplificazione didattica

Da un punto di vista pedagogico cosa possiamo dire su questa storiella? Gli spunti di riflessione sono innumerevoli. Scelgo di dare un taglio attingendo ad alcuni studi che sono particolarmente vicini alla mia trentennale esperienza lavorativa. Mi ci sono ritrovata pienamente e li considero i miei punti di riferimento teorici: la Warm Cognition, la “pedagogia della risonanza”, la pedagogia dell’errore (nelle varie declinazioni di molti studiosi). L’impianto teorico di cui adesso dirò qualcosa nasce dunque da spunti rosicchiati in questi ambiti.

  1. Gli effetti positivi della gioiosità secondo G. Ferrario
Gianni Ferrario

Inizio da alcune interessanti riflessioni di Gianni Ferrario[2] sulla gioia che,  combinata alla risata, in generale produce vari effetti positivi :

– migliora l’autostima e aiuta a superare la timidezza eccessiva

– crea uno stato mentale di ottimismo

– migliora abilità di gestire situazioni difficili

– ferma i flussi di pensieri e ci fa soffermare per un attimo sul presente: per quanto possa sembrare strano, per passare dalla confusione e dal caos alla concentrazione sul lavoro, è preferibile fermare il tempo con una situazione divertente, una bella risata e successivamente traghettare la classe verso il compito da svolgere (urla, rimproveri, ricatti e minacce non ottengono lo stesso risultato, questo è garantito. Tanto vale provare!)

– aiuta a far fronte alle situazioni difficili che possono portare ansia e preoccupazione per l’individuo[3].

Inoltre la persona, ridendo molto, cerca anche di aprirsi e di far lei stessa ridere gli altri: si va formando nei bambini il senso dello humor.

Dal punto di vista pedagogico la risata e l’umorismo possono favorire l’apprendimento e la creatività perché ridere fa scaricare l’ansia e permette anche di aumentare la concentrazione favorendo un apprendimento profondo. Inoltre, un ambiente ricco di buon umore può stimolare la curiosità e la volontà ad apprendere degli studenti e contribuisce a potenziare la memoria dei contenuti appresi (ricordiamo la funzione della dopamina!) [4].

Una scuola che predilige un ambiente fondato sul buon umore è una scuola che ha riscoperto il senso più autentico del gioco che non è semplice momento ludico o inneggiamento allo spontaneismo, ma via maestra per il piacere della scoperta, dell’inventività, dell’essere protagonisti di un atto creativo. Presentare esclusivamente il linguaggio logico, razionale, normativo – tipico dell’età adulta –  significa chiedere ai bambini di adattarsi a qualcosa che non appartiene al loro mondo e farli sentire inadatti e abbandonati.

  • L’obiettivo: la Warm Cognition

L’obiettivo è, dunque, un apprendimento caldo (Warm Cognition per gli addetti ai lavori).

“L’intelligenza funziona meglio quando si è felici”, afferma la psicologa Daniela Lucangeli[5]. Con la Warm Cognition spostiamo il focus sul ruolo delle emozioni nel processo di apprendimento: l’apprendimento più significativo per i bambini passa attraverso un ambiente emotivamente positivo legato alle emozioni calde. Non va sottovalutato – anzi va proprio evidenziato – il fatto che, quando impariamo qualcosa, fissiamo nella nostra mente anche il contesto emotivo in cui l’abbiamo imparato: ciò che si apprende in un clima positivo, gioioso, verrà ricordato con facilità ; al contrario, l’apprendimento legato ad uno stato ansioso, di collera, di panico o di rabbia verrà associato a queste emozioni negative che interferiranno con ogni tentativo di ricordare quell’informazione. La Lucangeli parla di una sorta di cortocircuito emotivo nella mente tutte le volte che una nozione viene appresa sperimentando paura: ogni volta che verrà ripescata dalla memoria si attiverà nuovamente il vissuto corrispondente perché apprendimento e emozione seguono un percorso in comune. L’apprendimentocaldo – sostenuto daemozioni positive quali l’allegria, il buon umore e il benessere trasmesso da un sorriso- è un approccio educativo che permette di evitare il cortocircuito emozionale con il conseguente blocco del processo di apprendimento.

Daniela Lucangeli

Il focus sul valore delle emozioni nei processi di apprendimento è abbastanza recente: storicamente si è sempre ritenuto che le emozioni andassero bandite dal processo stesso per ottenere un apprendimento significativo. Mary Helen Immordino Yang[6] e il suo gruppo di ricerca dell’Università della California hanno dimostrato che le emozioni possono potenziare o inibire il processo di apprendimento a seconda dello stato mentale che viene associato all’apprendimento stesso: questo è possibile poiché emozione e cognizione condividono gli stessi circuiti neurali. Ciò implica che senza le emozioni non sarebbe possibile costruire ricordi, essere coinvolti in processi di pensiero complessi e costruire apprendimenti significativi trasferibili dalla teoria alla vita pratica.
Le emozioni hanno pertanto un’importanza fondamentale nel processo di apprendimento perché possono attivare e potenziare oppure inibire e mandare in cortocircuito i processi cognitivi [7].

  • La pedagogia della “risonanza”

Una lezione riuscita è tale quando la classe crepita, le corde vibrano, gli animi risuonano. Non uso a caso questi termini. Traggo questi concetti illuminanti dalla pedagogia della risonanza di Hartmut Rosa[8]. In questa prospettiva la risonanza – e non la competenza- è il criterio giusto per definire la qualità di un processo formativo:

Hartmut Rosa

 “In un rapporto di risonanza non è tanto <<la padronanza sicura di una tecnica>>, quanto la possibilità che una certa materia mi commuova, mi tocchi o, semplicemente, mi riguardi”[9].

L’autore propone un modello di lezione reso esplicito da un grafico definito “triangolo di risonanza” a cui fa da contraltare negativo il “triangolo di alienazione” in cui l’alunno si annoia, il docente sente la classe come minaccia ed entrambi ritengono di essere nella gabbia del “programma” da concludere. Nel triangolo di risonanza


“l’insegnante raggiunge i suoi allievi, comunica entusiasmo e si lascia nel contempo toccare dalla classe; lo studente è aperto, avvinto dal tema, si sente accettato, confida nella sua autoefficacia; la materia è un campo di possibilità e di sfide dense di significato. Insomma, una lezione è riuscita quando insegnanti e studenti riescono a <<raggiungersi a vicenda: allora la materia “parla” e tutti ne escono trasformati>>”[10].

Che valenza ha lo humour nella pedagogia della risonanza? È questa una delle ultime domande che Endres rivolge a H. Rosa nel libro-intervista prima citato. L’autore risponde che

 “le relazioni di risonanza sono come una sorta di fluidificazione dei rapporti con il mondo. Le cose si sciolgono dal loro irrigidimento, diventano più mobili e vibratili.(…). Ridere scioglie le rigidità, ridere insieme può riuscire a trasformare una comunità. Ridere segnala una disposizione reciproca alla risonanza (…). Disinteresse e svogliatezza sono sicuri segni di irrigidimento (…). Lo sciogliersi delle rigidità genera un clima di apprendimento e di lavoro in cui è consentito fare errori. In quello spazio di risonanza che è la scuola, lo spirito è un importante fattore motivazionale (…). Ridere a lezione è un principio fondamentale della pedagogia della risonanza. È come aprire una finestra per farvi entrare aria fresca. Dopo il breve intermezzo si torna ritemprati al lavoro (…). Lo humour è (…) un atteggiamento di base, fondamentalmente tollerante verso l’errore”[11].

  • La pedagogia dell’errore

Quello dell’errore è un grande tema che non può essere separato dal processo di apprendimento e da quanto questo possa essere affrontato con gioia e spirito di avventura. Durante il gioco libero i bambini sbagliano, le costruzioni cadono, i pezzi si rompono, le capriole non riescono. Nella libertà di agire, in assenza di adulti ansiosi e controllanti, il bambino prova e riprova, ricomincia daccapo finché non si sente sazio di quell’attività. Maria Montessori, nel suo metodo, dà una grande importanza all’errore. Per la pedagogista lo scopo non è raggiungere il traguardo, ma arrivare ad una conoscenza profonda delle proprie possibilità. Conta il processo che conduce alla scoperta e sarà il bambino stesso a verificare se ha sbagliato oppure no nell’esecuzione dei compiti. In questo processo l’errore non è vissuto come una colpa o un giudizio rispetto alle proprie incapacità e inferiorità, ma come parte stessa dell’esercizio. In questo modo il bambino avrà modo di affinare la capacità di autovalutazione e conquisterà sempre più fiducia nelle proprie capacità[12].

Nei miei trent’anni di lavoro, uno dei compiti più difficili è stato smantellare, nei bambini, l’idea che l’errore sia il nemico assoluto, che fallire sia per sempre, che esso definisca l’inidoneità della persona stessa. Ho visto crisi di pianto, chiusure, attacchi di panico, autosvalutazione attraverso frasi come “Non imparerò mai – non  ci riesco – non sono bravo – è troppo difficile – non lo capirò mai – aiutami tu, ti prego!” pronunciate ancora prima di iniziare un lavoro: mettere le mani avanti per non disattendere aspettative di perfezione. E quasi sempre nei primi giorni mi arriva la fatidica domanda: “ E se poi sbaglio?” come a dire: io posso anche provare a fare questo lavoro, ma che garanzie mi dai se mi capita di non essere perfetto? Mi è ripetutamente accaduto di correggere compiti per casa impeccabili perché, con ogni evidenza, eseguiti dai genitori. Ho anche notato, in diverse occasioni, che nel momento del gioco libero alcuni bambini si rifiutano di giocare in gruppo perché, se poi sbagliano, gli altri si arrabbiano, anche i compagni di squadra. In effetti -a volte- ho osservato quanto il rischio fosse reale: all’errore di un compagno nel fare canestro o qualsiasi altra prestazione che avrebbe aggiunto un punto alla squadra, alcuni bambini reagivano con violenza verbale. Quel che conta è essere competenti, bravi, perfetti senza subire mai l’umiliazione di un fallimento anche piccolo. <<Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore… un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’ottimismo, dalla fantasiaaaa>> : è proprio il caso di canticchiarla…

Quello che osservo dalla mia particolare postazione è la demonizzazione dell’errore; un mantra subdolo e perverso si ripete nella mente di molti bambini ( e adulti): “la prestazione perfetta è ciò che fa di me un essere accettabile socialmente, ma per arrivare all’obiettivo non posso mostrare cedimenti, non posso fallire”. Io penso che nulla sia più lontano dal concetto di apprendimento. Non ho gli strumenti per analizzare il fenomeno della demonizzazione dell’errore e – in ogni caso- non è questa la sede per farlo. Il punto in questa riflessione è un altro: con livelli di ansia così stratosfericamente alti (più alti di tutti gli elefanti della savana messi uno sull’altro, al punto  che un astronauta da lassù ha strabuzzato gli occhi vedendo svettare una strana torre piena di orecchie e ancor di più nel vedere che due di loro si ostinavano – pur nel precario equilibrio- a contare i caccoli prodotti nello sforzo di stare in equilibrio mentre una delegazione di scarabei stercoidei esultava ad ogni ploff …ma questa è un’altra storia), è possibile provare buon umore? Allo stesso tempo, l’unico modo per disinnescare l’ansia e far crollare la torre (salvando gli elefanti, of course) è ridere: ridere di cuore insieme agli altri per gli inevitabili errori del percorso di crescita, ridere con la gioia di riprovare, ridere per imparare che non siamo infallibili, ma che questo non ci impedisce di andare avanti e migliorare.

All’inizio non è semplice spiegare che l’errore è la chiave di tutto. L’errore ci insegna, ci conduce verso la soluzione, ci guida verso il piacere dell’avventura. Attraverso l’errore si impara e ci si diverte, a volte, e quando ciò accade si aprono piste inedite alla creatività; in questi casi si impara che qualcosa può essere osservata da diversi punti di vista e che non sempre la via conosciuta, per affrontare un argomento, è l’unica deputata a farlo. E anche fa divertire per i nonsensi che, in alcuni casi, ne scaturiscono, per le storie fantastiche che ne possono nascere.

 “L’errore non è una sconfitta, non è un fallimento. L’errore è una prova a cui si può trovare insieme (insegnante e genitore) una soluzione, una risposta che porta senso di vittoria e crescita che resterà fissato nella memoria come emozione positiva”[13].

Gianni Rodari

In questo Gianni Rodari ha molto da insegnarci ancora oggi[14]. Per il geniale scrittore e maestro l’errore è un’opportunità per riflettere in modo non convenzionale sulla lingua, è parte integrante del processo creativo, uno stimolo per l’invenzione e la scoperta. Con la tecnica dell’errore creativo riflettere sulle regole grammaticali diventa uno spasso: la principeRsa è una principessa che aveva la caratteristica di perdersi di continuo finché con scambiò la r con la s; la mmano apparteneva ad un gigante che aveva una sola mano, ma tanto grande che per comprenderla tutta era necessaria la doppia mm iniziale; il detatto è un dettato al contrario in cui occorre scrivere – volutamente- tutte le parole senza le doppie (esercizio efficacissimo!!!).

Perché non si pensi che queste idee siano frutto soltanto di esperienza empirica, mi piace ricordare alcune acquisizioni della epistemologia contemporanea.

Karl Popper

Come sappiamo, Popper ha insistito sulla necessità di riconoscere il valore positivo dell’errore e ha tenuto conto della sua portata anche nei processi di apprendimento. L’uomo procede nella conoscenza per tentativi ed errori: individua l’errore, lo supera e propone nuove ipotesi. Si procede per supposizioni e congetture, sottoponendo queste ultime a controlli critici. Se un’ipotesi non resiste alle prove, allora viene accantonata. La confutazione di un’ipotesi non va vista come un insuccesso, ma come un passo avanti verso la soluzione che avvicina alla verità.

Gaston Bachelard

Un altro epistemologo che ha valorizzato l’errore è Bachelard. Secondo lui l’errore non va visto come speculare rispetto alla verità: l’errore riesce a dare maggiore significato e ricchezza all’esperienza. La rinuncia alle certezze è la chiave per progredire. Bachelard ha formulato delle riflessioni sul tema dell’errore anche in prospettiva pedagogica: l’insegnante dovrebbe far comprendere all’allievo che l’errore non rappresenta un fallimento, bensì il motore del progresso scientifico e formativo. Chi si occupa di educazione dovrebbe avere chiara la distinzione tra il concetto di ‘errore’ e quello di ‘sbaglio’: nello sbaglio si imbatte chi non deve inventare nulla e sta applicando una teoria già conosciuta, mentre l’errore lo incontra chi sta ricercando qualcosa di nuovo. L’uso pedagogico dell’errore può aiutare gli studenti a sviluppare uno spirito critico e creativo, la disponibilità a sospendere il giudizio e un atteggiamento razionale verso ciò che li circonda [15].

Perché una pedagogia ‘gioiosa’ è sovversiva

Studenti e studentesse con tali caratteristiche non sono entità che smettono di esistere varcando il cancello della scuola: sono cittadini e cittadine che esercitano un pensiero libero e creativo e uno stile di vita caratterizzato dalla pratica continua delle domande agli altri e a sé stessi. Perciò non si può non concordare con Carofiglio:

 “Le società in grado di accettare la proficua incertezza che deriva da una sistematica interrogazione al potere e alle credenze consolidate sono quelle capaci di evolvere, di affrontare le crisi inattese, di rimuovere i pregiudizi che impediscono il progresso, di abbattere i muri che limitano il pensiero collettivo. Al contrario le società e le culture caratterizzate dall’evitamento dell’incertezza, in cui le persone sentono il bisogno di rigidi codici comportamentali e di pensiero, incontrano difficoltà a progredire, a sviluppare più libertà e più intelligenza. Le domande non convenzionali e le opinioni devianti non sono gradite, producono ansia, vengono stigmatizzate. Eppure, ricordando un aforisma attribuito a Bertrand Russel, in ogni ambito, di tanto in tanto, è salutare mettere un punto interrogativo alla fine di un’affermazione che per lungo tempo si era data per scontata. Nulla spegne le domande (farle e riceverle con mente aperta) come la determinazione a essere, e soprattutto a essere percepiti, nel giusto. Da questo punto di vista la tolleranza dell’errore e la disponibilità ad ammetterlo, oltre che la tolleranza dell’incertezza, sono requisiti fondamentali di personalità e società sane e di democrazie vitali”[16].

L’errore è dunque il motore di ricerca imprescindibile per progredire come persona e come collettività. Ne consegue che fin dalla nascita ogni agenzia educativa dovrebbe preoccuparsi di non demonizzarlo e di creare quell’habitat di emozioni positive pronte ad accoglierlo. Purtroppo la realtà dentro le aule è diversa. A volte gli insegnanti dimenticano che nel momento in cui si ride si è particolarmente vulnerabili: si aprono le porte della mente, ci si concede la possibilità dell’errore contando sulla certezza che nessuno si prenderà gioco e approfitterà delle debolezze che affioreranno. Una battuta di scherno, il prendere in giro, l’umiliazione in un momento delicato come quello in cui le porte della mente e del cuore sono spalancate sono armi distruttive dell’autostima e della fiducia nel prossimo. Parallelamente, la coesione sociale che scaturisce dal buon umore fa da traino – quando i sentimenti vengono curati all’insegna del rispetto e della gentilezza- al consolidarsi e rafforzarsi dell’autostima, alla fiducia in sé stessi e nel prossimo, al desiderio di prendersi cura degli altri. Mi è capitato diverse volte di assistere a scene di intensa tenerezza, durante le quali nel cuore risuona una piccola speranza nel futuro dell’umanità: bambine e bambini (anche quelli/e considerati/e più difficili) che colgono la difficoltà del compagno/a e – prima che questa venga palesata- si adoperano per dare una mano a superare la difficoltà; non si offrono per svolgere il compito al posto di, ma cercano le parole giuste per spiegare, mostrano la strada e tendono una mano perché quel che conta è che l’altro ci riesca con le sue forze, altrimenti non c’è soddisfazione. E quando il compagno riesce a superare la difficoltà allora nasce l’applauso spontaneo. Ma accade anche che ci sia consapevolezza del valore del sostegno collettivo e il gruppo classe  -con pochi segnali sussurrati-  si metta d’accordo per fare l’applauso al compagno alla fine del suo lavoro, quando sarà riuscito a superare l’ostacolo. Non ho le parole per descrivere quello che passa attraverso lo sguardo di chi riceve l’applauso dei compagni di classe. Per me, che ho la fortuna di assistere a scene come queste, sono momenti che danno un senso al mio lavoro e mi aprono scenari su un futuro possibile, se solo lo volessimo tutti. Ed è in questo senso che la pedagogia gioiosa è, per me, sovversiva: che meravigliosa società sarebbe quella in cui studiare è una gioia, sbagliare è un’opportunità di crescita, incoraggiarsi a vicenda è fonte di energia, aiutare gli altri è motivo di piacere personale e collettivo?    Utopia? Se può verificarsi all’interno di una classe di bambini perché interrompere il processo? Perché incaponirsi nel pensiero che “a un certo punto” le cose cambiano? Ma non potremmo prima provarci e riprovarci approfittando degli errori per aggiustare il tiro e poi al plurimegasuperipermiliardesimo tentativo fallito arrenderci?

Vedo nell’aria sbuffi di: “Ma quanta ingenuità!” “Ma come fa a non rendersi conto che… !” “Non possiamo tenere i bambini sotto una campana di vetro”  “Vabbè, siamo caduti nella fiera del banale e del vissero tutti felici e contenti!”

Capisco, c’è da essere invidiosi a non fare il lavoro che faccio io, in cui l’ottimismo è d’obbligo e la speranza si palesa ogni giorno in piccoli e teneri volti pieni di genuina voglia di vivere bene con gli altri. Per questo ai pessimisti preferisco gli elefanti che contano i caccoli: sono gioiosamente più seri e seriamente più allegri.   

Per ogni evenienza, a chi venga voglia di fare un giro col trenino, propongo un mantra da ripetersi due volte al giorno prima di uno sbadiglio e dopo un sopracciglio alzato:

Se faccio gli errori non ho paura
anzi, inizia l’avventura!
Provo e riprovo con un sorriso
Non mi arrendo: ho deciso!
E se questo è condiviso
Si contagia il buon umore
che fa bene ad ogni cuore.


[1] K. Rutschky, Pedagogia nera. Fonti storiche dell’educazione civile, a cura di P. Perticari, Mimesis, Milano – Udine 2015.

[2] Gianni Ferrario, attore, autore teatrale, trainer, esperto in clima nelle organizzazioni, con il “pollice verde” nel mettere in relazione le persone e farle stare bene. In veste di giullare zen® conduce spettacoli interattivi e percorsi formativi che sviluppano l’Intelligenza del cuore, portando una ventata di energia rigenerante grazie a tecniche originali e coinvolgenti, come la Terapia della risata e la Coro-terapia, che aprono i canali delle emozioni. Oltre che nelle aziende, in cui ha maturato una lunga esperienza attraverso incarichi dirigenziali, somministra pillole di sorriso e iniezioni di fiducia e di speranza anche in teatri, scuole, ospedali, carceri, gruppi e comunità. Da molti anni si è dedicalo alla pratica e all’insegnamento di discipline che favoriscono la crescita interiore, l’armonia e la creatività.

[3] Cfr. G. Ferrario, Ridere di cuore. Il potere terapeutico della risata, Tecniche Nuove, Milano 2011, pp. 25 – 70.

[4]  Cfr. ivi.

[5] Daniela Lucangeli è una psicologa, psicoterapeuta e docente universitaria italiana, specializzata in psicologia dello sviluppo e dell’educazione. È nota per le sue ricerche sui disturbi dell’apprendimento, in particolare sulla discalculia, e per il suo impegno nella divulgazione scientifica e nel sostegno all’apprendimento.

[6] Mary Helen Immordino-Yang, psicologa dello sviluppo e neuroscienziata, insegna alla University of Southern California, dove svolge attività di ricerca presso il Brain and Creativity Institute.

[7] Cfr. M. H. Immordino-Yang, Neuroscienze affettive ed educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017, specialmente la Introduzione. Perché le emozioni sono parte integrante dell’apprendimento, pp. 13 – 21.

[8] H. Rosa, Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres, Scholé, Brescia 2020.

[9] Ivi, p. 7.

[10] Ivi, p. 35.

[11] Ivi, pp. 165-168.

[12] Cfr. M. Montessori, Il metodo, Garzanti, Milano 2023.

[13] Daniela Lucangeli citata in  http://www.stefanocentonze.it/

[14] Cfr. G. Rodari, Il libro degli errori, illustrazioni di C. Armellini, Einaudi, Torino 2017.

[15] Cfr. M. Baldini, prefazione in L. Binanti (a cura di), Pedagogia, epistemologia e didattica dell’errore, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001.

[16] Cfr. G. Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, Einaudi, Torino 2024, pp 20-21.

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