Riportiamo qui la relazione su Nietzsche, dal dolore alla pienezza della gioia, presentata nella sessione pomeridiana del 21 agosto 2026, a Sestola.

PREMESSA
Abbiamo parlato stamattina di Spinoza. C’è un grande interesse, nei nostri tempi, oltre che per il pensiero di Spinoza anche per quello di Nietzsche.
Probabilmente è la loro chiara negazione del libero arbitrio, cioè entrambi negano che la volontà (umana) sia così libera da determinare le scelte che permettano un futuro possibile. Negano il finalismo in natura, negano l’esistenza del male, ontologicamente inteso. Combattono duramente qualsiasi antropocentrismo. Non c’è un ordine morale dato. Quindi hanno diversi punti in comune. Lo stesso Nietzsche ha riconosciuto in Spinoza un suo gemello[1]. Ma noi dobbiamo limitarci a capire cosa hanno detto intorno alla gioia. L’impresa è ardua e io non ho le competenze. Però ho avuto la presunzione di provarci già con Spinoza, il quale ci ha insegnato che la gioia si ottiene con la conoscenza, ma non è facile (le cose belle sono difficili oltre che rare). Ma adesso indosso la maglietta di Nietzsche…
INTRODUZIONE

Clicca sulla slide per attivare il breve video dell’attacco del solista, nel quarto movimento della Sinfonia n. 9 di L. van Beethoven.
Quando frequentavo la scuola media, c’era una poesia di Aldo Palazzeschi che mi affascinava e che iniziava così: «- Andiamo? – Andiamo pure». Allora andiamo. Anzi ascoltiamo! «O Freunde, nicht diese Töne! – Sondern laßt uns angenehmere – anstimmen und freudenvollere»[2]. Segue poi l’inno alla Gioia[3], basato sulla poesia di Schiller, che tutti conosciamo. (durata: 53”). Che c’entra Beethoven? Questo compositore che esalta la gioia è lo stesso compositore che aveva già deciso di suicidarsi vent’anni prima. Reclamava disperatamente almeno un giorno di pura gioia, altrimenti la vita sarebbe stata insopportabile[4]. Era stato fermato solo dalla spinta alla creazione artistica. Allora estrapoliamo da Beethoven (e scusate la forzatura): la gioia alberga dentro la sofferenza. Sarà questo il filo conduttore che seguiremo.

Nietzsche è stato ogni tanto considerato – non spesso, per la verità – come un pensatore con una visione molto ampia e strutturata. Le sue oscillazioni di pensiero vengono considerate non organiche: da periodi di infatuazione per il mondo greco, per l’arte, alla fascinazione della scienza; da un’etica creativa e aristocratica che appartiene al singolo individuo a una temibile, inquietante ‘grande politica’ del futuro, dove trionferebbe la ‘bestia bionda’. Le sue impalcature, le sue idee principali, resistono alle sue oscillazioni. Anche questa volta a dirlo non sono io – come abbiamo detto per l’ontologia di Spinoza – ma uno studioso che alcuni di noi hanno conosciuto, ed è stato relatore in diverse edizioni delle vacanze filosofiche. Sto parlando di Alberto Giovanni Biuso, professore ordinario dell’Università Statale di Catania. Nel 2006 ha scritto un saggio, per me illuminante, dal titolo: ‘Nomadismo e benedizione’ e dal sottotitolo: ‘Ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche’. Per Biuso, Nietzsche ha ben chiara la rotta del suo pensiero, dal periodo giovanile fino alla fine (cioè fino allo spegnimento della sua fervida mente). Afferma, difatti, che la filosofia di Nietzsche è un sistema espresso in aforismi[5]. La gioia è uno dei suoi temi cardine, viene affermato, che trova le sue fondamenta nell’antica Grecia, non nella Grecia razionalistica (da Socrate in poi, tanto ammirata dal nostro Occidente) ma quella tragica dei primi pensatori.
Cosa veramente è la realtà, ci siamo domandati, con Spinoza. La stessa domanda la rivolgiamo a Nietzsche, che risponde: la realtà è caos! Il Caos è il sostrato a tutto. I primi greci hanno intuito proprio questo. Esistere porta con sé già la tragicità. La cosa più auspicabile sarebbe non nascere! Un grande riferimento giovanile di Nietzsche è il raffinato poeta Teognide di Megara, che così si esprime in una tristissima elegia:
Non nascere è per gli uomini la miglior cosa / né vedere i raggi acuti del sole / ma una volta che siamo nati varcare al più presto le porte dell’Ade / e giacere sotto un tumulo alto[6].
Il Caos è irrazionale, per definizione. Nietzsche chiama spirito dionisiaco (associandolo al dio dell’ebbrezza nella mitologia greca: Dioniso) questo cieco impulso, pieno di quelle passioni che impregnano irrazionalmente le nostre azioni, che ci spinge ad essere invasati, danzanti. Questa è la zita[7], diremmo noi siciliani! Volendo essere più seri (e sperando di azzeccarci), utilizzando categorie mutuate da Marx, questa è la struttura, la base: caos e follia. La sovrastruttura (ciò che costruisce sulla struttura) sarà la dimensione apollinea (riferimento al dio della misura, dell’equilibrio e della luce: Apollo), inventata dai Greci per mettere ordine al caos, rendendolo almeno sopportabile per i mortali. Ci proveranno con l’arte, in particolare la musica, a cui seguirà subito dopo la rappresentazione comprensibile dell’incomprensibile: la grande tragedia. Un miracolo, a tutti gli effetti!
Il dolore del mondo non solo è irrazionale ma è pure eterno. Non può essere evitato, se vogliamo vivere. Allora il compito, eroico, è quello di accettare questa nostra condizione di creature effimere. Anzi, dobbiamo accettare tutte le condizioni poste dalla vita. Questa non è una rassegnazione, come potrebbe sembrare. Schopenhauer – che Nietzsche ha considerato in gioventù il suo maestro – aveva evidenziato che la sofferenza è universale perché, a livello metafisico, tutto è dominato da una entità cieca, cioè irrazionale, e potremmo dire malvagia, che opera affinché tutti gli esseri debbano desiderare senza mai riuscire a capire veramente perché. Prima c’è il desiderio che muove (ovvero la volontà che agisce, quella metafisica, non quella individuale) e poi nasce in noi la razionalizzazione, cioè la banale giustificazione di ciò che desideriamo. Non è una bella cosa, perché si capisce che siamo in balia di questa spada di Damocle. Desideriamo qualcosa? Soffriamo. Otteniamo quello che desideriamo? Bene, ma è un attimo. Appena il desiderio viene esaudito, la felicità dura necessariamente poco, perché l’obiettivo della volontà che agisce in noi (nel nostro corpo e nei nostri pensieri) è quello di continuare a perpetuare il desiderio. Siamo burattini desideranti. Certo, desideriamo qualcosa, ma questo qualcosa ci soggioga. Difatti non possiamo desiderare di desiderare qualcosa. Subiamo il desiderio, non lo creiamo. Pertanto, come in Spinoza, non siamo dotati di libero arbitrio. Vivere significa soffrire. Le vie di liberazione dal dolore individuate da Schopenhauer sono tristi, perché sono caratterizzate dal negare qualsiasi impulso. Ecco, Nietzsche non si accontenta di questo, e rilancia. La vita va accettata, in tutto e per tutto, ma gioiosamente. Gli impulsi vanno assecondati, non repressi. Spinoza diceva di diventare razionali, Nietzsche diceva di no. Che bello allora poter dire di SI alla vita, a qualsiasi cosa a cui andremo incontro. Dire SI sarà comunque una benedizione, la più grande che ci possiamo concedere. Rimaniamo «fedeli alla terra», ovvero alla natura, senza illusioni metafisiche di un aldilà. Nietzsche è il grande pensatore che ha aperto le porte, nel Novecento, al rifiuto netto di qualsiasi vita oltre quella materiale. Quello che viene chiamato Nichilismo, e che trova in lui uno dei suoi massimi esponenti, è questa incombenza del Nulla nelle nostre azioni.
LA TRASFORMAZIONE DEL DOLORE
Pertanto, e veniamo al punto che ci interessa, l’unica strada plausibile è quella di trasformare il dolore in gioia. Il dolore, come abbiamo detto, è inestirpabile. Allora dobbiamo trasfigurarlo, trasmutarlo. Come fanno gli alchimisti che, in modo quasi magico, ottengono l’oro dai metalli vili[8].
Dato il poco tempo che abbiamo a disposizione, mi concentrerò solo su tre aspetti che riguardano la gioia, che possiamo estrapolare da una sua importante opera: Così parlò Zarathustra. Un’opera senz’altro straordinaria, da molti considerata il suo capolavoro. Questi sono i tre aspetti che proverò ad esporre:

Dato che Nietzsche parla per enigmi, come un profeta, costringe, noi filosofanti, a fare un’operazione interpretativa (ermeneutica, direbbero gli esperti), e dobbiamo qui rischiare tre decifrazioni.
IL PASTORE
La scena della trasfigurazione del pastore è uno degli episodi più celebri e simbolici della terza parte di Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche (nella sezione intitolata “Della visione e dell’enigma”)[9].
1. La salita
Zarathustra cammina su per una montagna, con un essere abbietto, metà nano e metà talpa. Percorrono un sentiero ripido e aspro. Quanto è difficile andare in alto! Nietzsche allude alle difficoltà del pensiero filosofico? Arrivato in cima, rimprovera il nano e gli dice di fermarsi.

2. La porta dell’attimo
Vedono una porta circolare, dove è presente la scritta: ‘attimo’. Il nano non è sorpreso, mentre per il profeta è una verità angosciante, che è difficile da accettare per molti. Passato e futuro convergono nell’attimo. Forse tutto avverrà come è già avvenuto?

3. il pastore e il serpente
Poi assistiamo a una visione terribile. Un urlo straziante. In mezzo ai dirupi un giovane pastore giace a terra, contorto e soffocato da un serpente nero e pesante che lo avvolge e gli pende dalla gola. Il serpente rappresenta il peso più schiacciante della filosofia di Nietzsche: l’Eterno Ritorno dell’uguale, ovvero l’idea che qualsiasi momento della nostra vita sia destinato a ripetersi eternamente in un ciclo infinito e identico a sé stesso. Per la coscienza umana comune, l’idea che il tempo sia un circolo chiuso e che nulla finisca davvero è un pensiero paralizzante che toglie il respiro.

4. L’atto decisivo: il morso
Zarathustra, incapace di liberare il pastore con le proprie mani, gli grida con tutta la forza di mordergli la testa e di staccarla a morsi. Il pastore esita, ma alla fine compie questo gesto estremo e coraggioso. Sputa via la testa del serpente e si rialza.

La trasfigurazione
Un altro passaggio spettacolare, come un cambiamento di scena cinematografico. Nel momento esatto in cui sputa il serpente, il pastore non è più lo stesso: non è più un uomo comune, ma avviene in lui una trasfigurazione. Ride come nessun uomo aveva mai riso sulla Terra. La sua risata è luminosa, profonda e liberatoria. Il morso al serpente simboleggia il superamento della paura dell’Eterno Ritorno: l’essere umano non deve subire passivamente il peso del tempo e della ripetizione infinita, ma deve accettarlo e dominarlo fino a farsene carico con gioia, trasformandosi così nell’Oltreuomo[10].

Chi prova gioia? Il pastore trasfigurato.
IL CANTO DI MEZZANOTTE
Ritengo particolarmente significativa una poesia, contenuta nella quarta parte dell’opera:
| Testo originale in tedesco | Traduzione italiana |
| O Mensch! O Mensch! Gib Acht! Gib Acht! Was spricht die tiefe Mitternacht? Ich schlief! Ich schlief! Aus tiefem Traum bin ich erwacht! Die Welt ist tief! Und tiefer als der Tag gedacht! O Mensch! O Mensch! Tief! Tief! Tief! ist ihr Weh! Tief ist ihr Weh! Lust, Lust tiefer noch als Herzeleid! Weh spricht: Vergeh! Weh spricht: Vergeh! Doch alle Lust, will Ewigkeit! Will tiefe, tiefe Ewigkeit[11]. | O uomo! O uomo! Attenzione! Attenzione! Che dice la profonda notte? Io dormivo! Dormivo! Fui svegliato da un profondo sogno. Il mondo è profondo! E più profondo di quanto il giorno ricordi. O uomo! O uomo! Profondo, profondo, profondo è il suo dolore. Profondo è il suo dolore. Gioia, gioia più profonda ancora di quanto il cuore sopporti. Il dolore dice: passa! Il dolore dice: passa! ma ogni gioia vuole eternità! Vuole profonda, profonda eternità. |
Viene detto chiaramente: il dolore è profondo. L’uomo è immerso nell’oscurità, nel caos, nel tragico. Ma si può essere ancora più profondi? Sì! Non bisogna fuggire la notte, anzi è proprio impossibile. La gioia è più profonda del dolore. E il dolore dice trapassa nella gioia, che vuole l’eternità! La trasformazione del dolore in gioia. Il dolore non scompare ma viene trasfigurato, trasmutato. Che immagine alta e poetica! Proponiamo l’ascolto della terza sinfonia di Gustav Mahler (1902)[12], il quale ha musicato questo canto con grande suggestione (durata: 2’30”).

Gustav Mahler: Sinfonia n. 3 in re minore, Royal Concertgebouw Orchestra, Bernarda Fink, mezzosoprano, Mariss Jansons, direttore, 3 & 4 february 2010
Chi prova gioia? Colui che ha accettato pienamente il dolore.
LE TRE METAFORMOSI
Per Nietzsche, lo spirito umano deve trasformarsi tre volte per raggiungere la piena libertà, liberandosi dai pesi del passato e diventando creatore di nuovi valori. Le trasformazioni sono:
1. Il Cammello (Lo spirito che porta i pesi)

È l’uomo della tradizione, che compie il proprio dovere e obbedisce ciecamente. Si inginocchia e si carica volontariamente dei pesi più pesanti: la morale tradizionale, i dogmi religiosi, la cultura del passato e il senso del dovere assoluto (“Tu devi”). È la fase della sottomissione e della resistenza. Il cammello accetta la sofferenza e le regole imposte dalla società senza metterle in discussione, cercando i deserti più aspri pur di dimostrare la propria forza di sopportazione.
2. Il Leone (Lo spirito libero e ribelle)

È lo spirito che si ribella, l’uomo che prende coscienza di sé e vuole conquistare la propria libertà. Lotta contro tutte le imposizioni (“Tu devi“) e gli contrappone il suo “Io voglio“. Il leone non crea ancora nuovi valori, ma ha la forza di distruggere quelli vecchi. È la fase della negazione e della distruzione critica. Il leone serve a fare tabula rasa delle certezze imposte dall’esterno, liberando lo spazio necessario per una nuova vita. Tuttavia, il leone da solo non sa ancora creare: sa solo dire di NO.
3. Il Bambino (Lo spirito creatore)
È l’Oltreuomo, lo stadio finale della trasformazione spirituale. Rappresenta l’innocenza, il gioco, il nuovo inizio e un dire di SÌ, incondizionatamente. A differenza del cammello (che subisce) e del leone (che distrugge), il bambino crea. Il bambino incarna la vita pura, libera dai sensi di colpa e dai condizionamenti del passato. Egli inventa autonomamente i propri valori e guarda al mondo con la freschezza di chi comincia una nuova partita da capo. È la pienezza della libertà creativa.

Chi prova gioia? Il bambino.
Il cammello rappresenta la maggior parte di noi, che accetta il fardello dell’esistenza e in qualche modo resiste e subisce. Il leone è la vitalità che vuole esplodere, cercando di affermare sé stessa, come se si potesse non soccombere al male di vivere, giustificando a noi stessi degli imperativi (quindi creati da noi, per combattere il nichilismo). Il fanciullo è finalmente l’animo dell’uomo liberato da qualsiasi sottomissione, e in qualche modo spunta il sorriso, o possiamo dire la serenità, senza perdere – anzi, acquistandola – la dimensione dell’innocenza. È questa la gioia! Solo in questo modo possiamo ricongiungerci al tutto, rinascendo come fanciulli[13].
O che si diventi bambino, o che ci si rinnovi come un pastore sorridente, o che trasformiamo il dolore in gioia, saremo sempre quello che siamo sempre stati[14], ma in qualche modo nasciamo di nuovo. Un uomo ‘normale’ sarebbe sopraffatto dalla più cupa disperazione; l’Oltreuomo, piuttosto che rifiutare l’ineluttabilità del tutto, l’accetta in ogni caso. Non importano gli esiti. Si può dire che questo essere umano ‘speciale’ voglia amare il suo destino, come dicevano gli antichi: amor fati. Ce la sentiamo di dire ‘SI’ alla vita, sempre e comunque? Allora la possibilità è solo la conoscenza della Necessità[15], così come era in Spinoza, vi ricordate? «nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere»[16]. La vita è un mezzo per la conoscenza. E solo qui può consistere la gioia.

Permettetemi di divagare su alcuni aspetti biografici. Sarà una mia fissazione, ma se di un filosofo non conosciamo gli elementi biografici, la comprensione della sua filosofia sarà sempre monca[17]. Così come abbiamo velocemente fatto con Spinoza, rilevando una perfetta serenità, facciamo un poco le pulci a Nietzsche. Soprattutto a lui, che aveva affermato che dietro una filosofia c’è sempre una biografia! Molto si è discusso in merito. Il suo pensiero difficilmente può essere slegato dai fatti salienti della sua esistenza. Si è dato risalto, di volta in volta, all’amore non corrisposto di una donna libera, Lou Andreas Salomè, il rapporto conflittuale con la madre e la sorella, l’amore-odio con Richard Wagner, della malattia (‘rammollimento cerebrale’) ereditata dal padre, della sifilide contratta in gioventù (forse), dell’episodio (molto probabilmente non accaduto) dell’abbraccio del cavallo in piazza Carlo Alberto, a Torino, dei cosiddetti ‘biglietti della follia’.
Una prima annotazione. Mi stupisce che Nietzsche (che diceva: «siate fedeli alla terra[18]» e altrove ha detto che bisogna nutrirsi dei propri escrementi!), non abbia pensato e curato le esigenze del (suo) corpo. Ad esempio, non ha approfondito la sessualità. Il suo maestro Schopenhauer aveva trattato di una metafisica dell’amore sessuale! Che ne so, Nietzsche poteva svelare i misteri dell’orgasmo! E invece no. Massimo Fini dice che era molto pudico:
È contrario al fumo, beve pochissimo vino, alla birra preferisce, come una vecchia zia, i dolciumi, le tazze di cioccolato e di tè, evita i giochi chiassosi e nelle questioni di sesso è pudicissimo. Si lamenta, nei suoi diari, che a Jena, dove si è recato in gita, “si corre un po’ troppo la cavallina” e l’incontro casuale con un’associazione di goliardi, “famigerata per le bevute e i duelli”, lo scandalizza.[19]
Una seconda annotazione. La sua follia è parsa, a molti detrattori, emblematica. Studiosi importanti sono andati a leggere le sue cartelle cliniche, sperando di trovarvi una causa organica del suo filosofare! Certo non si può negare l’estrema, parossistica tensione intellettuale che ha animato Nietzsche fin dalla prima gioventù. Aveva iniziato da adolescente a raccontare la sua fine, un destino ineluttabile, fino alla sconvolgente opera Ecce homo! Nelle sue opere la follia è costantemente un topos. L’aforisma dell’uomo folle[20]è un’altissima riflessione filosofica, espressa simbolicamente. Ma chi lo poteva capire, allora? Nietzsche aveva detto: «bisogna avere in sé ancora il caos, per generare una stella danzante»[21]. Con estremo rispetto vediamo l’unico video di un Nietzsche già malato, accudito dalla sorella, oppure dalla madre o da una badante[22]. Così ammutolì Zarathustra.

Clicca sull’immagine per vedere l’unico video di Nietzsche malato. Ho sincronizzato il video con l’incipit del poema sinfonico di Richard Strauss: Also sprach Zarathustra (1986, il filosofo era ancora vivo). Nietzsche abbassa la mano e la musica ammutolisce.
CONCLUSIONE
Siamo esseri effimeri, come qualsiasi altro essere, creature di un solo giorno[23]. Nietzsche e i greci hanno mostrato che la dimensione del dolore va accettata. Profondo dolore = pienezza della gioia.
Forse è emblematico di tutto ciò un aneddoto che ci ha lasciato l’altrimenti terribile sorella di Nietzsche, Elisabeth[24], quando ormai il grande pensatore era avvolto dalla nebbia dei suoi pensieri, mantenendo un silenzio ostinato e passivo.
Elisabeth racconta che suo fratello, durante la malattia, guardava, come al solito, lontano, dalla sua finestra, in uno stato catatonico. Lei era rattristata. All’improvviso lui disse alla sorella: «Lisbeth, perché piangi? Non siamo forse felici?[25]».
Mi commuovo ogni volta che penso a questo episodio, e immagino che sia rispondente a quello che effettivamente sia successo. Nietzsche di lì a poco sarebbe morto.
Una commozione simile mi prende quando penso alle ultime parole pronunciate da Wittgenstein, un grande filosofo del Novecento, sul letto di morte. Era stato uno spirito ribelle, sempre adirato, con gli altri e con sé stesso. Tre suoi fratelli si suicidarono. Aveva provato a fare l’ingegnere, il maestro di scuola elementare, il giardiniere, l’eremita presso una casupola di pescatori in Norvegia, aveva rinunciato troppo ingenuamente al suo patrimonio (apparteneva a una famiglia molto facoltosa di Vienna), aveva vissuto la sua omosessualità con un grande senso di colpa, aveva litigato, e di brutto, con grandi pensatori (come ad esempio con Russell, Popper, e altri). Ma alla fine cosa disse?

dite che ho avuto una vita felice[26]!
Nietzsche e Wittgenstein. Due filosofi. Due disperati. Due felici. Due disperati felici. Forse non è una coincidenza. Che sia questa la pienezza della gioia?


Salvatore Fricano
[1] «Sono pieno di meraviglia e di entusiasmo! Ho un precursore e quale precursore! Io non conoscevo quasi Spinoza: per ‘istinto’ ho desiderato ora di leggerlo. Ed ecco che non solo la tendenza generale della sua filosofia è identica alla mia: – fare dell’intelletto la passione più poderosa; ma mi ritrovo ancora in cinque punti capitali della sua dottrina; questo pensatore, il più abnorme e solitario, mi è vicino in sommo grado appunto in queste cinque argomentazioni: egli nega il libero arbitrio; le cause finali; l’assetto morale del mondo; il disinteresse; il male. Anche se tra Spinoza e me restano enormi diversità, queste sono da attribuire soprattutto alla differenza dei tempi, della cultura della scienza (…)». In K. LÖWITH, Spinoza. Deus sive natura, Donzelli, Roma 1999, p. 3.
[2] Una traduzione: «Amici, non questi suoni; altro e più grato cantico leviamo: di gioia il cantico».
[3] «Freude, schöner Götterfunken / Tochter aus Elysium / Wir betreten feuertrunken / Himmlische, dein Heiligtum! » in italiano: «Gioia, bella scintilla divina / figlia dell’Eliseo / noi entriamo ebbri e frementi / o celeste, nel tuo tempio». Anche Nietzsche ci ha provato, componendo un Inno alla vita, ma senza gli straordinari esiti di Beethoven. Vedi https://www.quinteparallele.net/letteratura-cinema-filosofia/il-nietzsche-compositore/
[4] «[…] vado via – anche il grande coraggio – che mi animava spesso nei bei giorni di sole – è scomparso – lasciami vedere una volta un giorno di pura gioia – già così a lungo l’eco interiore della vera gioia mi è estranea – o quando – o quando o divinità – potrò riprovarla nel tempio della natura e negli uomini – Mai? – no – o sarebbe troppo duro», tratto da L. v. BEETHOVEN, Il testamento di Heiligenstadt, 6 ottobre 1802. La Nona Sinfonia, che contiene l’Inno alla Gioia, è stata composta fra il 1822 e il 1824.
[5] A.G. BIUSO, Nomadismo e benedizione. Ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche, Di Girolamo editore, Trapani 2006, p. 10. Per la verità l’affermazione è di Karl Lowith, come riporta correttamente Biuso, e che lui condivide pienamente.
[6] Ivi, p. 27.
[7] Un modo di dire fatalista, ovvero: la fidanzata è questa e che dobbiamo rassegnarci a sposarla. Ahahah!
[8] Ci aiuta ancora Biuso: «[…] esprime continuamente la volontà “alchimistica” di trasformare il fango della sofferenza quotidiana nell’oro della gioia, perché è la felicità, la letizia – come per Spinoza – il vero obiettivo di una filosofia disincantata sì ma non per questo passiva e rassegnata», in A. G. BIUSO, cit., p. 38.
[9] Cfr. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, Mursia, Milano 1976, p. 137-42.
[10] Ormai è consuetudine tradurre in italiano il termine Übermensch, dato che il termine Superuomo ha avuto una storia nefasta. Questa proposta è stata avanzata da Gianni Vattimo.
[11] F. NIETZSCHE, cit., p. 280.
[12] Nietzsche era morto da due anni. Richard Strauss ha composto il poema sinfonico Also sprach Zarathustra, op. 30, basato sull’opera omonima del filosofo, nel 1896.
[13] Gesù aveva detto: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» in VANGELO SECONDO MATTEO, 18, 3, ed. C.E.I. Chissà se Gesù e Nietzsche si stiano dando la mano…
[14] «Diventa ciò che sei» del poeta greco Pindaro era una frase cara a Nietzsche.
[15] Benedire la necessità è il presupposto spinoziano da cui si genera l’etica di Nietzsche. BIUSO, op. cit, p. 159.
[16] “Non ridere, né compiangere, né detestare, ma comprendere”. B. SPINOZA, Trattato Politico, in B. SPINOZA, Tutte le opere, Bompiani, Milano 2010, p. 1632.
[17] All’opposto, Martin Heidegger dice che, della vita di un filosofo, dovremmo sapere solo in quale giorno nacque e quando morì. Se lo dice lui…
[18] F. NIETZSCHE, cit., 19.
[19] M. FINI, Nietzsche, apolide dell’esistenza, Marsilio Editori, Venezia 2022, p. 33.
[20] L’«uomo folle» ha annunciato la morte di Dio. Cfr. l’opera La gaia scienza, aforisma 125, in F. NIETZSCHE, Idilli di Messina, La gaia scienza, scelta di frammenti postumi (1881-1882), a cura di G. Colli e M. Montinari, Mondadori, Milano 1978, pp. 125-126.
[21] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, Mursia, Milano 1976, p. 23.
[22] «Forse la finale “follia” e il decennale silenzio del Nietzsche vivo ma immobile rappresentano l’ultimo dono di quest’uomo». In A.G. BIUSO, op. cit., p. 21. Vedi anche A.G. BIUSO: Impazzire di gioia (su Nietzsche). In AA. VV., Saggi in onore di Roberto Osculati, Villa, Roma 2011.
[23] Vedi l’ottimo testo di M. BONAZZI, Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell’esistenza, Einaudi, Torino 2020
[24] Therese Elisabeth Alexandra Nietzsche (1846-1935). Si sposò con un antisemita.
[25] W. DURANT, Gli eroi del pensiero, Sugar, Milano 1985, p. 544. Episodio riportato anche in D. HALEVY, Vita eroica di Nietzsche, Ciarrapico editore, Napoli 1986, p. 539.
[26] Cfr. NORMAN MALCOM, Ludwig Wittgenstein, Bompiani, Milano 1988, p.113. Wittgenstein, a detta della sorella Hermine, non provava mai gioia. «Tu non ne puoi trarre gioia alcuna, perché l’appagamento di piccole vanità ti è estraneo e dall’esterno non ti giunge mai gioia alcuna, tu vivi solo chiuso dentro di te»: vedi Lettera di Hermine Wittgenstein, 17 Novembre 1920, in L. WITTGENSTEIN, Vostro fratello Ludwig. Lettere alla famiglia (1908-1951), Archinto, Milano 1999, p. 91. Ma lo stesso Malcom riporta l’affermazione del filosofo: «La gioia per miei pensieri è la gioia per la strana vita che mi è propria», N. MALCOM, cit., p. 119.
