INTRODUZIONE
Riportiamo qui la relazione su Spinoza e la gioia della conoscenza, presentata il 21 agosto 2026, a Sestola. La relazione è ampliata da ulteriori schede che non sono state presentate, per mancanza di tempo. Inoltre sono state inserite note a piè di pagina.

Il mio compito, questa mattina, è dirvi qualcosa su come intende la gioia un pensatore come Spinoza, Baruch (Benedetto, per gli amici, ma Maledetto per i nemici!). Me ne potrei uscire in modo molto semplice con una definizione del tipo: la gioia è tutto ciò che ci fa stare meglio rispetto ai momenti precedenti della nostra vita. In effetti è semplice, e non fatichiamo a capire. Se stiamo meglio rispetto a delle situazioni che ci hanno lasciato una sensazione di tristezza, di malinconia, stare meglio significa appunto, provare gioia.
Portare tutto il giorno un paio di scarpe con una taglia più stretta, di due numeri. A fine giornata, togliersi le scarpe…
Purtroppo per noi, comuni mortali, il pensiero di Spinoza non è semplice. Anzi! Viene considerato uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, ma è altresì vero che ogni cosa che afferma non è una definizione isolata, una massima, un aforisma, che possiamo agevolmente estrapolare dal contesto di quello che, a tutti gli effetti, è un sistema. Un sistema filosofico è come un edificio costruito con cura, con fondamenta solide e possenti, architetture ben definite, destinazioni precise delle stanze, vari piani dai quali possiamo osservare ulteriori orizzonti. Lo stesso Spinoza, nella sua opera maggiore (che esporrò fra poco), ha uno stile che, soprattutto per noi contemporanei, è respingente. Pensate che utilizza un metodo geometrico, desunto dagli Elementi di geometria di Euclide, composto da proposizioni, assiomi, commenti e varie spiegazioni, che a loro volta rimandano ad altre proposizioni, che in effetti vengono numerate, come se Spinoza avesse già anticipato gli ipertesti! Pertanto, capire cosa effettivamente lui voleva dire sulla gioia (o anche sulla tristezza, ecc.) significa entrare necessariamente nella comprensione del suo sistema. Hegel, che era uno che se ne intendeva di sistemi, ha affermato, con buono spirito di osservazione, che iniziare a filosofare significa «spinozare»[1]!
Mi conforta pure il fatto che Deleuze, studioso di Spinoza, affermi che il compito principale del nostro filosofo[2] è stato quello costruire prima un’ontologia e dopo un’etica. La gioia si trova nell’etica, lo dico in anticipo. Ma adesso dobbiamo parlare, necessariamente, di ontologia.
L’ONTOLOGIA

Allora, da dove iniziamo? Poniamoci la domanda: Cosa veramente è? Cosa è la realtà, tutta quanta? Tutto ciò che esiste, quello che vediamo, sperimentiamo, pensiamo? La risposta è: Dio. Un attimo! Che salto! Ci aiuta qui la strada iniziale (perché tutte le altre strade rimanderanno a questa) indicata da Spinoza. Nella sua opera principale, come avevo accennato, che ha il titolo ‘Etica dimostrata con ordine geometrico’, stabilisce subito, nella prima sezione ‘Su Dio’, che dobbiamo partire dalla definizione di ‘sostanza’:
Intendo per sostanza ciò che è in sé e per sé si concepisce: vale a dire ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa dal quale esso debba essere formato.[3]
Ecco, suppongo che non sia chiaro. «Ciò che è in sé e viene concepita per sé» possiamo tradurlo come ciò che non dipende da altro per esistere. Domandiamoci allora: questo tavolo, questo televisore, gli alberi là fuori perché sono sorti all’esistenza? Sicuramente la loro esistenza è dipesa da fattori esterni, non certo perché si siano auto-concepiti. Noi stessi ci siamo forse auto-concepiti? La risposta è NO. Quindi non possiamo rintracciare la sostanza in qualcosa di individuato e distinto da qualcos’altro. La sostanza è semplicemente tutto! L’unica cosa che veramente è, è la sostanza. Ma se la sostanza comprende tutto, a sua volta non è compresa da alcunché, e quindi esiste e sussiste senza avere una causa che la preceda. Difatti Spinoza dirà, subito dopo, che la sostanza è causa di sé. Ciò che è causa di sé lo possiamo definire Dio!
Tutto ciò che chiamiamo natura è la realtà in cui tutto si trova immerso, allora tutta la realtà è Dio! Niente è fuori la realtà e quindi niente è fuori di Dio.
L’affermazione, fin troppo celebre, e forse riduttiva, di Spinoza è ‘Deus sive Natura’ . Dio ovvero la Natura. Dire Sostanza, dire Dio, dire Natura, significa indicare la stessa cosa! Tiriamo alcune conseguenze allora, che andranno a comporre più chiaramente il sistema. Come troviamo dappertutto la Natura, così significa che troviamo Dio dappertutto. Questo sarebbe il pan-teismo (dal greco. pan: tutto, theos: dio) spinoziano. Per Spinoza è impossibile separare Dio dalla Natura[4], e quindi è impossibile pensare a un Dio sia creatore del mondo (la Natura), quindi distinto (con linguaggio filosofico si direbbe ‘trascendente’) da esso. Allora Dio deve pervadere tutta la realtà (sempre utilizzando un linguaggio per addetti ai lavori: Dio è immanente)[5].
Quindi Apriti cielo, è il caso di dire! Già i contemporanei dell’olandese si domandarono se Spinoza negasse la realtà di Dio; lui veniva considerato da molti, a tutti gli effetti, un ateo. Bisognava evitare di avvicinarlo -e di leggerlo- come la peste. Altri invece affermarono che Spinoza vedeva Dio dappertutto, e che addirittura ne fosse ubriaco (Novalis, un romantico, arrivò ad affermare che Spinoza era “un ebbro di Dio”). Non possiamo qui ripercorrere tutte queste vicende[6], ma dobbiamo mettere un punto fermo: tutto ciò che accade, accade necessariamente. Ci sono sempre cause specifiche, dati effetti specifici. Allora, razionalmente potremmo capire, utilizzando la facoltà della ragione, perché le cose accadono. Se piove è perché le nuvole si sono addensate di vapore acqueo, se ho una infezione è perché nel mio organismo agisce un agente patogeno, e così via. Ne so qualcosa…
La natura è perfetta. Se tutto accade come deve accadere non c’è niente fuori posto. In modo paradossale, se vogliamo, possiamo accostare questa perfezione della natura alla celebre affermazione di Leibniz (un antagonista o un nemico filosofico di Spinoza) che viviamo nel migliore dei mondi possibili! Anzi Spinoza affermerebbe che, dato che tutto è perfetto, viviamo nell’unico universo possibile. Ne consegue pure che il bene e il male non sono sostanziali, non appartengono alla natura. Non hanno uno statuto ‘ontologico’[7]. Stiamo andando lontano… La gioia riguarda la sfera etica, non l’ontologia, che stiamo qui trattando. La risposta viene fornita dallo stesso Spinoza, perché dall’ontologia si può desumere un’etica, che per gli esseri umani è fondamentale, i quali vogliono sapere come vivere. Non è un caso che Spinoza non ha intitolato la sua opera principale: ‘Ontologia (o Metafisica, se si preferisce) dimostrata con ordine geometrico’, bensì ‘Etica dimostrata con ordine geometrico’. Con l’etica, Spinoza vuole indicare la strada per raggiungere la gioia.
IL POSTO DELL’UOMO

L’Etica, come sappiamo, riguarda il comportamento, e specificatamente quello umano[8]. Nel linguaggio comune noi agiamo dopo aver soppesato, più o meno bene, le possibilità. Scegliamo e in base alla nostra volontà agiamo. Per Spinoza non è così. Innanzitutto, l’uomo non ha una posizione privilegiata nel mondo; è un essere come tutti gli altri esseri che esistono. Anzi, Spinoza combatterà con fermezza una visione che metta l’uomo a capo dell’universo. L’uomo non è un ente privilegiato («un impero nell’impero»). La visione antropocentrica è proprio un errore di prospettiva, tipico degli esseri umani, che immaginano, fantasticano che le cose accadano in vista di un fine (come i bambini pensano che cada la neve perché devono uscire per andare a giocare)[9].
Poi dobbiamo aggiungere che tutti gli esseri, compresi gli esseri umani, sono sottoposti alla necessità[10]. Possiamo immaginare le onde, che emergono e scompaiono nell’oceano, ma è l’oceano la realtà che permane (la sostanza di cui parlavamo all’inizio). Le onde sono solo manifestazioni effimere dell’oceano. Noi siamo onde nell’oceano.
Come ha detto prima, tutto accade secondo necessità. Lui stesso propone questo esperimento mentale, per molti versi sorprendente e chiarissimo, a un suo corrispondente[11]:
Ma veniamo alle cose create, le quali tutte sono determinate a esistere e a operare da cause esterne, secondo una certa e determinata ragione. E per intendere questo chiaramente, pensiamo una cosa semplicissima. Per esempio, una pietra riceve una certa quantità di movimento da una causa esterna che la spinge, per la quale, cessato l’impulso della causa esterna, continua necessariamente ad esser mossa. Dunque, questo persistere della pietra nel movimento è coatto, non perché necessario, ma perché deve essere definito dall’impulso di una causa esterna. E ciò che si dice qui della pietra deve intendersi di qualunque cosa particolare, per quanto complessa e adatta a una molteplicità di usi, perché ciascuna cosa, cioè, è necessariamente determinata a esistere e a operare da una qualche causa esterna, secondo una certa e determinata ragione. Inoltre, poniamo ora, se vogliamo, che la pietra, mentre continua a muovere, pensi, e sappia di sforzarsi per quanto può di persistere nel movimento. Davvero questa pietra, in quanto è consapevole unicamente del suo sforzo, al quale non è affatto indifferente, crederà di essere liberissima e di non persistere nel movimento per nessun altro motivo se non perché lo vuole. Proprio questa è quell’umana libertà, che tutti si vantano di possedere e che solo in questo consiste, che gli uomini sono consapevoli del loro istinto e ignari delle cause da cui sono determinati. Così, il bambino crede di desiderare liberamente il latte; il fanciullo rissoso la vendetta, e il timido la fuga. L’ubriaco crede di dire di sua libera spontaneità quelle cose che poi da sobrio preferirebbe di aver taciuto. Così il delirante, il chiacchierone e molti altri loro simili credono di agire di libera iniziativa, anziché di essere trasportati da un impulso. E poiché questo pregiudizio è innato in ogni uomo, è difficile liberarsene.[12]
L’uomo ignora le cause che lo determinano. Tuttavia, poiché percepisce il proprio sforzo per esistere, crede erroneamente di essere libero. Siamo nella stessa condizione della pietra che pensa di muoversi per volontà propria.
E ancora: avete presente il domino? Una volta fatta cadere una casella, non bisogna fare più niente. Tutto procede in automatico…
L’annosa questione del libero arbitrio (la libertà di scegliere indipendentemente dalla nostra natura, uno dei grandi tempi della filosofia, fino ad oggi) da Spinoza è risolta, semplicemente negandola!
Dobbiamo seguire le nostre spinte, i nostri desideri, che nascono prima della nostra volontà (ammesso che questa esista). Così Spinoza risponde a un corrispondente che invece affermava il libero arbitrio, per poter distinguere uno onesto da un ladro:
Se mi domandate, se questi due atti dell’onesto e del ladro, in quanto reali e causati da Dio, siano ugualmente perfetti, io rispondo che, se noi consideriamo i semplici atti in quanto sono causati da Dio, può darsi che essi siano ugualmente perfetti. E se voi mi chiedete ancora, se il ladro e l’uomo onesto siano ugualmente perfetti e felici, vi rispondo di no. Per uomo onesto, infatti, io intendo colui che desidera costantemente che uno possegga ciò che gli appartiene; e questo desiderio, come io dimostro nella mia Etica (non ancora pubblicata), ha la sua sorgente per gli uomini dabbene nella chiara conoscenza che essi hanno sia di se stessi sia di Dio. […] Se, tuttavia, mi domandate infine, che cosa possa spingermi a compiere l’azione che chiamo virtuosa piuttosto che un’altra, io vi rispondo che non posso sapere di qual mezzo, fra gli infiniti esistenti, Dio si serva per determinarmi a questa azione. […]
Per quel che riguarda, infine, la vostra terza questione, essa produce contraddizione e mi pare equivalere alla domanda se, posto che la natura di un individuo sia quella di impiccarsi egli possa avere delle ragioni per non farlo. Supposto che possano esservi nature siffatte, io (ammetta o no il libero arbitrio) che, se qualcuno si accorgesse che potrebbe vivere a suo agio infisso in croce che a tavola, sarebbe il più stolto degli uomini se non si facesse crocifiggere. E così pure, chi vedesse poter vedere una vita migliore e più perfetta commettendo delitti piuttosto che praticando la virtù, sarebbe a sua volta uno stolto se non lo facesse: giacché i delitti, rispetto a una natura umana pervertita a tal punto, sarebbero virtù.[13]
Quindi se noi fossimo ladri, omicidi o aspiranti suicidi non potremmo farci nulla! È la nostra natura. Nella lettera XXI, Spinoza aveva detto: «Quanto a me, io mi astengo dal delitto, o cerco di astenermene, perché ripugna espressamente alla mia natura specifica […]».
Ma come derivare un’etica da una prospettiva così caparbiamente deterministica?
Abbiamo parlato di Dio, sostanza, necessità, mancanza di libero arbitrio, ma dobbiamo fare ancora un’altra digressione. Dobbiamo parlare di autoconservazione e di passioni. Dobbiamo tenere conto che noi siamo sia corpo sia mente. Non è possibile separare corpo e mente. Come tutti gli esseri siamo spinti da una tendenza a vivere e a durare, sperabilmente in maniera indefinita. Quindi tutto si sforza di conservarsi in maniera indefinita. Così noi siamo portati ad accrescerne la potenza, piuttosto che a diminuirla[14]. Pertanto, nessuno tenderà consapevolmente alla propria rovina. Il rischio ci può essere solo quando le passioni non vengono consapevolizzate, cioè quando non vengono rischiarate dalla ragione. Qui subentra un’altra importante distinzione che ci riconduce al nostro tema principale. Ovvero dobbiamo parlare delle passioni.
LE PASSIONI

Cerchiamo questa volta di essere precisi, rispetto alla descrizione grezza della gioia, che abbiamo proposto all’inizio. C’è una tendenza, generale, a passare da una perfezione minore a una perfezione maggiore, così come c’è una tendenza a passare da una perfezione maggiore a una minore. La prima è positiva, e viene chiamata gioia (ecco, ci siamo), la seconda è negativa e viene chiamata tristezza[15].
La geometria delle passioni è, a questo punto, abbastanza facile da seguire. Ecco le definizioni principali:
- gioia: passaggio da una minore a una maggiore perfezione – –> +
- tristezza: passaggio da una maggiore a una minore perfezione. – –> +

Se assegniamo alla gioia (che è una passione primaria) delle cause esterne a noi possiamo dedurre che:
- Amore: Gioia accompagnata dall’idea di una causa esterna.
- Speranza: Gioia incostante nata dall’idea di una cosa futura o passata di cui dubitiamo l’esito.
- Sicurezza: Gioia nata dall’idea di una cosa futura o passata su cui abbiamo tolto il dubbio.
- Letizia: Gioia accompagnata dall’idea di una cosa passata che è accaduta oltre ogni aspettativa. E’ la sorpresa, il piacere inaspettato.
Così, se assegniamo alla tristezza (altra passione primaria) delle cause esterne a noi possiamo dedurre che:

- Odio: Tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna.
- Paura: Tristezza incostante nata dall’idea di una cosa futura o passata di cui dubitiamo l’esito.
- Disperazione: Tristezza nata dall’idea di una cosa futura o passata su cui abbiamo tolto il dubbio.
- Ansia: Tristezza accompagnata dall’idea di una cosa passata che è accaduta contro le nostre aspettative.
E così di seguito per altre passioni minori. Tutte le passioni si possono quindi ricondurre alla gioia o alla tristezza.
[Il seguente schema non è stato presentato a Sestola, ed è molto più esteso]
| Passione | Descrizione |
| Gioia | passaggio da una minore a una maggiore perfezione |
| Tristezza | passaggio da una maggiore a una minore perfezione |
| Amore | Gioia accompagnata dall’idea di una causa esterna |
| Odio | Tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna |
| Speranza | Gioia incostante nata dall’idea di una cosa futura o passata di cui dubitiamo l’esito. |
| Paura | Tristezza incostante nata dall’idea di una cosa futura o passata di cui dubitiamo l’esito |
| Sicurezza | Gioia nata dall’idea di una cosa futura o passata su cui abbiamo tolto il dubbio |
| Disperazione | Tristezza nata dall’idea di una cosa futura o passata su cui abbiamo tolto il dubbio |
| Letizia | Gioia accompagnata dall’idea di una cosa passata che è accaduta oltre ogni aspettativa |
| Ansia | Tristezza accompagnata dall’idea di una cosa passata che è accaduta contro le nostre aspettative |
| Superbia | Gioia nata dall’avere di sé stessi un’opinione troppo alta (basata sull’immaginazione e non sulla ragione, quindi è una passione triste). |
| Umiltà | Tristezza nata dal fatto che l’uomo contempla la propria impotenza. È una passione triste perché chi è umile non diventa più forte, ma si svaluta e si blocca nell’azione |
| Invidia | Odio che dispone l’uomo a gioire della sventura altrui e a rattristarsi della sua fortuna |
| Commiserazione | Amore verso chi soffre, che ci porta a provare tristezza per la sua tristezza. È una psssione triste |
| … | … |
Se cado nel vizio del bere, anche se è piacevole inizialmente, arreco danno a me stesso, perché non tendo all’autoconservazione. Quindi l’ubriaco è triste. Avere consapevolezza del perché io voglia bere così tanto significa già muoversi diametralmente in direzione opposta. E quindi il desiderio, assieme alla razionalità, mi suggerirebbe di passare da una condizione peggiore a una condizione migliore. Il suicidio stesso, per Spinoza, è contraddittorio, dato che tutto tende ad autoconservarsi. Chi si toglie la vita è, in qualche modo, già morto un momento prima. Chi si suicida ha sicuramente sentito preponderanti delle cause esterne, non certo interne, che lo spingerebbero all’autoconservazione[16].
Insomma, la gioia è sempre un acquisto e mai una perdita. Però in natura questo non si verifica mai in modo perfetto (solo il tutto è perfetto) e le cause esterne sono sempre preponderanti rispetto alla cosa singola. La decadenza e la morte sono inevitabili. La vita singola sarà più o meno lunga, ma non sarà infinita. Le passioni sono subite da noi. Il corpo le subisce e ne viene modificato. Però, se potessimo comprendere le passioni, con la nostra mente, potremmo gustarle, nel loro accadere. Allora Spinoza non le chiamerà più passioni, ma affetti. Le passioni non scompaiono, ma in qualche modo vengono trasfigurate da una condizione di passività a una condizione di attività. Detto in parole più semplici, posso provare rabbia, ma se io so perché sono arrabbiato, gestisco meglio la rabbia stessa. La veicolo meglio, non la sopprimo ma la giustifico. Quindi ribadiamo che le passioni non devono essere represse, ma devono essere comprese, tendendo al massimo della chiarezza di quello che ci accade. Non ‘io sento, avverto’, ma ‘io so’[17]. La strada per praticare la gioia è indicata: la conoscenza.
COME VIVERE

Capire è essenziale per vivere bene. La filosofia di Spinoza è essenzialmente una filosofia pratica[18]. Chiariamo perché. La vita vive perché vive[19]! Noi dobbiamo assecondarla, il più possibile. E’ proprio la spinta all’autoconservzione che ce lo indica. Pertanto, finché siamo in vita, dobbiamo pensare alla vita, e non al suo contrario, cioè alla morte[20]. Spinoza sembra volutamente essere polemico nei confronti di una lunga tradizione sapienziale e filosofica, della vita come la preparazione alla morte. Insomma, dà uno schiaffo a Platone e a Montaigne, per indicare solo due nomi! È utile quindi quello che ci permette di conservarci, e quello che ci permette di conservarci la chiama virtù.
Quanto più uno si sforza e quanto più uno è in grado di ricercare il proprio utile, cioè di conservare il proprio essere, tanto più è dotato di virtù e, al contrario, in quanto uno trascura di conservare il proprio utile, cioè il proprio essere, intanto egli è impotente[21].
Essere virtuosi significa conoscere. Conoscere dà tranquillità. Praticare la virtù è già esercizio di felicità e libertà. La gioia non è un premio che viene dato alla fine[22].
Ecco il compendio del suo pensiero pratico: «nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere»[23].
LA CONOSCENZA

Più gioia, più conoscenza. Una maggiore conoscenza fa scaturire maggiore gioia.
Cerchiamo di capire meglio in cosa consista la conoscenza. Se conosciamo meglio, avendo una conoscenza il più possibile chiara e distinta, ci sentiremo meglio. Perché? Perché abbiamo capito. Perché le conoscenze razionali sono adeguate. Gli ignoranti hanno conoscenze non adeguate, perché utilizzano l’immaginazione e non la ragione. L’immaginazione è inversamente proporzionale alla ragione[24]. L’uomo passionale è l’uomo irrazionale.
Esiste un’altra forma di conoscenza più alta, oltre a quella che abbiamo definito razionale? Già essere razionali concede gioia, ma se ci fosse una conoscenza più alta, la gioia sarebbe ancora maggiore. Per Spinoza esiste una forma più alta di conoscenza!
La forma più alta di conoscenza è quella afferrata con l’intuizione dell’intelletto, non con il ragionamento. Consiste nel capire come tutte le cose procedano da Dio e conducano a Dio. Accettiamo allora ben volontieri la necessità delle leggi della natura. Tutto ciò che accade dipende da una necessità divina. Capire questo significa provare gioia al massimo grado. Se abbiamo detto che l’amore è un sentimento di gioia che è accompagnato da una causa esterna, allora noi comprendendo che Dio è causa di tutto, tutto questo ci darà gioia e tutto produrrà amore di Dio. Questo è quello che Spinoza ha chiamato amore intellettuale di Dio[25].
Trasfigurare le passioni in affetti, così come accedere al terzo ordine di conoscenza non è semplice, anzi. Non tutti potranno accedervi. Le cose belle sono difficili. Ecco la potente conclusione dell’Etica:
Con ciò ho finito tutto quello che mi ero proposto di mostrare intorno alla potenza della mente sugli affetti e intorno alla libertà della mente. Da ciò risulta chiaro quanto grande sia la potenza del Sapiente, e quanto egli sia superiore all’ignorante che è condotto dal solo appetito sensibile. L’ignorante, infatti, oltre ad essere sballottato qua e là in molti modi dalle cause esterne, e senza conquistare mai una vera soddisfazione dell’animo, vive quasi inconsapevole di sé e di Dio e delle cose, e appena cessa di patire, cessa pure di essere. Il Sapiente, invece, in quanto è considerato come tale, difficilmente è turbato nel suo animo, ma, essendo consapevole di sé e di Dio e delle cose per una certa eterna necessità, non cessa mai di essere, ma possiede sempre la vera soddisfazione dell’animo. Se, ora, la via che ho mostrato condurre a questa meta, sembra difficilissima, tuttavia essa può essere trovata. E senza dubbio dev’essere ben difficile ciò che si trova così raramente. Come potrebbe mai accadere, infatti, se la salvezza fosse a portata di mano e si potesse trovare senza grande fatica, che essa fosse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare[26].
QUALCHE COROLLARIO

Diversi studiosi concordano sull’attualità del pensiero di Spinoza. Dal punto di vista della spiritualità, permette di pensare Dio in modo non teistico. Il teismo è in genere legato a una tradizione religiosa specifica, la quale pretenderebbe obbedienza piuttosto che comprensione (secondo Spinoza, naturalmente). Anche leggere le Scritture con spirito critico deve essere consentito. Einstein stesso aveva detto che aveva fatto sua la concezione di Dio formulata da Spinoza. Le neuroscienze vedono il rapporto mente-corpo in modo non dualistico, come aveva indicato Spinoza, e non come proponeva Cartesio[27]. Come la sua concezione politica, rivoluzionaria ai suoi tempi, andrebbe di nuovo recuperata. Perché? Abbiamo detto che il saggio, che pratica – necessariamente – la virtù, cerca l’utile per continuare a vivere. Ma vivere significa praticare la libertà. La libertà individuale è utile per tutti e dovrebbe essere garantita dallo Stato. Così come per natura i pesci sono determinati a nuotare e i più grandi mangiano i più piccoli, così gli uomini, dobbiamo ammettere, essendo perlopiù soggetti alle passioni, sono «nemici per natura»[28]. Ma, dato che è più forte il desiderio di vivere allora il modo migliore per evitare i conflitti è quello di stabilire un patto sociale. Occorrerà trovare un accordo che garantisca al meglio di esercitare la propria libertà. Come deve essere garantita l’integrità del nostro corpo, dovrebbe essere garantita l’integrità della nostra mente. Per natura un individuo è padrone dei propri pensieri, e questo diritto è inalienabile. Costringere gli uomini a reprimere i propri pensieri non è utile, per la comunità politica. Peraltro, Spinoza constata che gli uomini non sanno nemmeno tacere, dato che non ci riescono nemmeno quelli più assennati. Lo Stato dovrebbe garantire allora la massima espressione di libertà di pensiero. Il fine dello Stato è la libertà. Il migliore Stato è dove uno è libero di dire ciò che pensa (attualissimo! Il prof. Cozzo ci ha parlato del rischio delle attuali democrazie, soprattutto quelle occidentali, che sono in realtà demo-crature!). Parlare liberamente sarebbe pure utile perché tenderebbe a fare cessare odio, collera, e smettere di comportarsi in modo ingiusto nei rapporti fra gli uomini. Un’ attualizzazione pedagogica di Spinoza potrebbe essere l’analisi delle passioni e degli affetti per costituire una grammatica dei sentimenti. Secondo U. Galimberti dovremmo combattere l’analfabetismo emotivo che purtroppo riguarda molti di noi e soprattutto le nuove generazioni. Infine, è stata proposta un’analisi sociologica dell’epoca contemporanea mettendo in luce la preponderanza delle passioni tristi.
COERENZA DI UN FILOSOFO

Permettetemi una digressione sulla vita filosofica e sull’uomo Spinoza. Quante volte è capitato, nella storia del pensiero (e non solo) di parlare bene e razzolare male? Spesso, forse troppo spesso. Quando uno come Schopenhauer, un simpaticone, che predicava la castità sessuale (come via di liberazione dal dolore, assieme alla pietà e all’ascesi), venne trovato in un bordello da alcuni allievi (ne aveva comunque pochi!), che erano pronti a rilevare la contraddizione, a quanto pare replicò: «la mia filosofia non ha bisogno di dimostrazioni». Ecco, non è il caso di Spinoza. Domandiamoci: Spinoza è stato coerente nel perseguire questa sapienza nella vita pratica? La risposta è SÌ! La sua vita è stata vissuta all’insegna della massima pacatezza e accettazione, non passiva, degli eventi. Bandito violentemente dalla comunità ebraica (nessuno lo poteva avvicinare), ha vissuto modestamente, imparando l’arte di molare con precisione le lenti per microscopi e telescopi. Ha avuto un contrasto con la sorella, per quanto riguardava il patrimonio di famiglia. Ha vinto la causa e poi ha donato tutto alla sorella stessa. Il suo abbigliamento era composto solo da due paia di pantaloni, sette camicie e cinque fazzoletti. Non ha peccato di vanagloria, dato che non ha firmato le sue opere (tranne una), praticando anche l’arte della prudenza. Il suo motto era ‘caute’ (cautamente, sii cauto). Aveva evitato, con destrezza, di essere ucciso da un fanatico, ma non ha cercato vendetta. Aveva corrispondenze sincere con molti amici, che lo sostenevano e volevano contribuire economicamente. Rifiutò una somma per il suo sostentamento, ritenendola eccessiva, e quindi richiese di ridurla. Rifiutò una cattedra universitaria, perché correva il rischio di poter essere denunciato per le sue idee. Russell ha detto che, se c’è stato un filosofo che ha vissuto in purezza, questi è proprio Spinoza:
[Spinoza] è il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi. Se qualcun altro lo ha superato dal punto di vista intellettuale, dal punto di vista etico è superiore a tutti[29].
UN FILM
C’è una scena di un film di qualche anno fa (2011) che mi piace collegare all’idea di Spinoza, quella di accettare serenamente tutto ciò che accade. La gioia è anche questo. Spero che il collegamento non sia azzardato. Due sorelle, una che vive in modo triste, l’altra è allegra. Questa sua allegria è una passione irriflessa, cioè frutto delle circostanze. Un pianeta, chiamato ‘Melancholia’, incombe e si scontrerà inesorabilmente con la Terra. Quindi tutto finirà. La prima sorella accetterà quello che sta per accadere – la natura deve fare il suo corso -, e ritroverà quindi la sua serenità, l’altra invece cade nella disperazione (già il compagno si è suicidato, incapace di prepararsi all’evento, lasciandola sola con il figlio piccolo), la realtà adesso le appare assurda, senza senso. Piangerà disperata perché non aveva previsto questo evento, che è invece naturale. Il suo sorriso scompare. La realtà non procede per come lei ha ingenuamente desiderato. È invece la prima sorella che esorta a riunirsi e ad accettare la realtà, ovvero la Natura.
CONCLUSIONE
Questo pomeriggio presenteremo il pensiero di Nietzsche sulla gioia. Nietzsche ha visto in Spinoza un suo degno precursore. Vedremo se è vero. Nel frattempo, spero che – come ci ha proposto Spinoza – la gioia consista nell’aver capito meglio qualcosa. E mi sono sforzato di comunicarvi il suo pensiero in proposito, per quello che ho inteso. Se ci sono riuscito, proverò gioia. Se non ci sono riuscito, vuol dire che lasceremo, voi ed io, in tristezza la sala, e la colpa (la causa esterna, direbbe sempre il nostro) sarà solo mia, non certo di Spinoza! Ok. Mi accingo a piangere, quindi …

[1] G. F. HEGEL, Lezioni sulla storia della filosofia, vol.III, 2, La Nuova Italia, Firenze, 1981, p. 137.
[2] Spinoza viene considerato il «principe dei filosofi». G. DELEUZE, F. GUATTARI, Cos’è la filosofia? Einaudi, Torino 2002, p. 38.
[3] B. SPINOZA, Etica dimostrata con ordine geometrico, parte Prima: ‘Su Dio’, definizione n. 3.
[4] Per Leibniz invece, contemporaneo di Spinoza, Dio è l’orologiaio, che va distinto dall’orologio (la Natura). In questo caso Dio è trascendente. Ma Spinoza insiste: così come non possiamo separare il cerchio dalla sua rotondità, ovvero dalla sua natura, non possiamo separare Dio dalla Natura. E ancora: la stessa necessità con la quale dalla natura del triangolo segue che i suoi tre angoli devono essere uguali a due retti (Cfr: B. SPINOZA, Tutte le opere. Lettera XXI, a Willelm Van Blijenbergh, Bompiani, Milano 2010, p. 1937).
[5] Un approfondimento. Tutto è in qualche modo divino. Inoltre, la Natura è comprensibile. Comprendendo le sue leggi, anche Dio sarà comprensibile. Le leggi della natura seguono la necessità, e solo in Dio libertà e necessità coincidono. Il Dio di Spinoza non può essere ricondotto a coordinate umane. Non ha intelletto né volontà. Non è persona. Non gli si possono chiedere miracoli, perché questi sarebbero letteralmente contro natura. Dobbiamo evitare, assolutamente, una immagine di Dio antropomorfa.
[6] La storia del panteismo è almeno bimillenaria. Però è stato il filosofo inglese John Toland (1670-1722) nel 1705 a usare per la prima volta il termine ‘panteismo’.
[7] Ulteriore chiarimento: Dio è infinito, quindi dotato di caratteristiche infinite. La nostra mente, limitata, finita, ne può capire pienamente solamente due. Una è la dimensione spaziale e un’altra è la dimensione mentale. Sulla scorta di Cartesio chiamerà il primo attributo dell’estensione e il secondo attributo del pensiero.
[8] Distinguiamo per chiarezza l’etica dalla morale. La morale è l’insieme di valori e norme che stabiliscono cosa è giusto o sbagliato, spesso legata a contesti culturali o religiosi. L’etica è invece la riflessione filosofica e razionale su tali regole, che si interroga sul perché un comportamento sia corretto e su come applicarlo nella pratica.
[9] «La maggior parte di coloro che hanno scritto sugli Affetti e sul modo di vivere degli uomini, sembra che trattino non di cose naturali, che seguono le comuni leggi della Natura, ma di cose che sono al di fuori della Natura. Sembra anzi che concepiscano l’uomo nella Natura come un impero nell’impero. Infatti credono che l’uomo sconvolga l’ordine della Natura, più che seguirlo, e che abbia sulle proprie azioni un potere assoluto, e che non sia determinato da altro che da sé stesso. Attribuiscono poi la causa dell’impotenza e dell’incostanza umana non al comune potere della Natura ma a un presunto vizio della natura umana». B. SPINOZA, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino 1988, pp. 187-188.
[10] Spinoza chiama modi le declinazioni degli attributi divini in enti finiti (nell’estensione e nel pensiero).
[11] Ci riferiamo a Giovanni Ermanno Schuller, un medico di Amsterdam appartenente alla cerchia degli studiosi e dei corrispondenti di Spinoza, che gli chiedeva chiarimenti sul libero arbitrio.
[12] B. SPINOZA, Epistolario, a c. di A. Droetto, Einaudi, Torino 1951, pp. 248-249.
[13] B. SPINOZA, lettera XXIII a W. Van Blyenbergh, in E. DATTILO, La vita che vive, Neri Pozza editore, Vicenza 2022, pp. 91-92.
[14] Spinoza chiama questo sforzo universale conatus. Il rapporto mente-corpo viene risolto in termini dinamici e non statici (che invece presuppongono una separatezza). È come il principio di inerzia che stabilisce che ogni corpo tende a preservare indefinitamente la sua quiete (o la sua velocità o direzione) fino a quando un ostacolo esterno non glielo impedisca. La mente, quindi, tende a rafforzare l’esistenza (del corpo) in modo consapevole, che chiama cupidità (ma non è volontà astratta di scelta), il corpo tende alla propria conservazione (che Spinoza chiama appetito, proprio come quello che ci spinge a mangiare e a bere, necessariamente).
[15] A Spinoza farei sommessamente una domanda: se la tristezza è una modalità naturale o innaturale, dato che tutto tende a preservarsi?
[16] Un approfondimento sulle passioni. Le passioni in generale non sono condannabili, come invece era nella tradizione platonica, stoica e anche cristiana, però effettivamente la tristezza, con i suoi derivati, è sempre negativa, perché è indice di una condizione più misera. Nella tristezza non c’è la chiarificazione della ragione, e quindi la sofferenza (che genera tristezza) non dà alcun beneficio. La sofferenza è incomprensibile, non ha una ragion d’essere. In Spinoza non è presente quindi una rassegnazione passiva o, come diremmo adesso, una morale del sacrificio. La tradizione ebraica e cristiana, soprattutto calvinista, invece esalta il ruolo della sofferenza
[17] Possiamo ricollegare alla celebre affermazione di Freud: dove prima c’era l’Es, ci sarà l’Io? Vedi S. FREUD, Introduzione alla psicoanalisi, 1932.
[18] Deleuze ha molto insistito su quest’aspetto. La teoria deve essere pratica: l’ontologia di Spinoza orienta la vita, e quindi è una pratica della gioia. Cfr. G. DELEUZE, Spinoza, filosofia pratica, Orthotes, 2016.
[19] Mi ha chiarito molte idee un recente testo di uno studioso di Spinoza: E. DATTILO, La vita che vive, Neri Pozza, Vicenza 2022.
[20] Cfr. B. SPINOZA, Etica, parte Quarta: ‘La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti’, prop. LXVII.
[21] B. SPINOZA, Etica, parte Quarta: ‘La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti’, prop. XX.
[22] Come già aveva insegnato Socrate.
[23] «Non ridere, né compiangere, né detestare, ma comprendere». B. SPINOZA, Trattato Politico, in B. SPINOZA, Tutte le opere, Bompiani, Milano 2010, p. 1632.
[24] Così i profeti hanno molta immaginazione perché intendono confusamente l’idea di Dio. I filosofi (i sapienti, i saggi, gli uomini razionali), invece tendono ad averne una idea adeguata. Il cieco desiderio è tipico dell’ignorante (che non è necessariamente quello a cui mancano studi scientifici e letterari), mentre il saggio è colui che sperimenta la libertà conoscendo le cause della necessità.
[25] B. SPINOZA, Etica, parte quarta, prop. XXXVI.
[26] B. SPINOZA, Etica, parte quarta, scolio alla prop. XLII. Già Giordano Bruno si era espresso in termini simili: «Vinca dunque la perseveranza perché, se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre. Tutte le cose preziose son poste nel difficile. Stretta e spinosa è la via de la beatitudine», in G. BRUNO, La cena delle ceneri, Einaudi, Torino 1955, p. 41.
[27] Rif. a A. DAMASIO, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano 1995.
[28] Era quello che già aveva detto Hobbes.
[29] B. RUSSELL, Storia della filosofia occidentale, Mondadori, Milano 1984, p. 545.

Caro Bruno, grazie per il commento. Sì, c’è una continuità con le riflessioni proposte da Bertagni. Già hai osservato due volte, nelle relazioni di Bertagni la problematicità del ‘Sè’. Non sono assolutamente esperto del pensiero orientale. Io mi sento di poterti dire che, nel caso di Spinoza, non è chiaro se, amando intellettualmente Dio, ne facciamo in qualche modo parte (pur minima), oppure ci disperdiamo come onde nell’oceano. Rimane celebre, e discussa, la sua affermazione: “«La Mente umana non può essere assolutamente distrutta insieme al Corpo, ma di essa rimane qualcosa che è eterno».
Salvatore Fricano
Non sarà sfuggita ai partecipanti la contiguità, su alcuni punti portanti, con le lezioni di Bertagni. Considerando solo l’ultima, pensiamo ai movimenti che portano dall’io separato alla partecipazione all’unità del reale; dalla volontà individuale all’accettazione della necessità; dall’ignoranza alla conoscenza liberatrice.