Fricano: Inno alla Gioia. Una semplice guida all’ascolto

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Introduzione

Oggi è l’ultimo giorno degli incontri, anche serali. Domani ci sarà l’agorà conclusiva. Capisco benissimo che si può essere stanchi, ma se siete qui vuol dire che siete pure coraggiosi! Era inevitabile, per il tema scelto quest’anno, che si parlasse dell’Inno alla Gioia. Ne ho accennato diverse volte esponendo il pensiero di Nietzsche in merito. Il filosofo aveva composto – sì, era un provetto compositore! – Un inno alla Vita, non molto entusiasmante, per la verità.

Tutti noi conosciamo l’Inno alla gioia di Beethoven, almeno la melodia principale. Queste mie brevi note vogliono dare un piccolo contributo per un ascolto più consapevole dell’ultimo movimento della Nona sinfonia, dove è contenuto proprio l’inno ‘An die Freude’ (su testo di Schiller, come specificheremo più avanti).

Beethoven scrisse nove sinfonie, quindi questa è l’ultima (per i compositori successivi comporre più di nove sinfonie sarà una maledizione!). Altre sue sinfonie sono pure famose, come la Quinta oppure la Sesta, detta ‘Pastorale’ (magari avete visto il film ‘Fantasia’ di Walt Disney). Ma la Nona svetta su tutte. E’ uno dei capolavori artistici assoluti prodotti dall’uomo, al pari della Divina Commedia, la Cappella Sistina, il Partenone… Il musicologo Massimo Mila ha affermato che la Nona deve essere accostata al Flauto Magico di Mozart, come emblema di un’epoca. Cioè l’epoca dell’irresistibile ascesa della borghesia, sulle ceneri della classe dei nobili e degli ecclesiastici. Beethoven aveva avuto simpatie per la Rivoluzione francese – come Kant – e un entusiasmo iniziale per Napoleone, che poi si trasformò in disprezzo. Quali erano i valori borghesi, oltre a quelli fondanti dell’operatività mercantile e di una tranquillità quotidiana possibilmente non segnata da drammi? C’era anche quello della fratellanza universale, contenuto proprio nell’inno. Ecco perché Beethoven si affida all’Inno alla Gioia di Friedrich Schiller, grande poeta tedesco. Questo è un inno alla fratellanza fra gli uomini.

Cos’è una sinfonia? La sinfonia è una forma musicale normalmente composta da quattro movimenti (allegro, adagio, scherzo, finale), che comprende un organico strumentale abbastanza numeroso, senza l’intervento della voce umana. Beethoven è geniale perché, pur avendo scritto i primi tre movimenti della Nona in modo magistrale, creativo, appassionato, sente l’esigenza, nel quarto movimento (il finale, appunto), di andare ancora oltre. La musica, composta dai suoni degli strumenti (archi, legni, ottoni, ecc.) , non è più sufficiente. Occorre far intervenire la voce umana, la voce di tutti, che è corale. Nelle opere sacre questo era normale (le Messe di Bach e Haydn, gli oratori di Handel, ecc.), ma mai era accaduto per una opera sinfonica. Inserire la voce significa non tanto abbellire la sinfonia (era già un capolavoro di suo, con i primi tre movimenti), ma dare significato, indicare un altissimo valore morale.

Il quarto movimento, che vi proporrò di ascoltare per intero, è un capolavoro nel capolavoro[1].

Perché il quarto movimento è speciale

La Nona Sinfonia venne composta tra il 1822 e il 1824, quando il compositore era ormai completamente sordo. Pensate che comunicava con appositi quaderni e ascoltava con un orribile apparecchio acustico. È un paradosso che un grandissimo musicista non potesse ascoltare la sua musica, che era tutta nella sua testa. Vent’anni prima, quando erano comparsi i primi sintomi della ordità aveva manifestato la volontà di suicidarsi. Ma Beethoven era anche uno spirito ostinato. La Nona è la risposta definitiva alla sua sordità!

Il quarto e ultimo movimento della sinfonia è costruito in un modo davvero originale. Beethoven, invece di iniziare subito con il tema principale, fa qualcosa di sorprendente: fa “ricordare” all’orchestra i tre movimenti precedenti, uno alla volta, come frammenti di memoria, e poi li respinge, sono i violoncelli in particolare, quasi a dire “non è questo che cerchiamo, aneliamo ad altro”. Solo dopo questo climax di ricerca arriva, timida, affidata prima ai violoncelli e ai contrabbassi, la melodia che tutti conosciamo: quella che diventerà l’Inno alla Gioia. Un tema semplice, che potenzialmente poteva essere cantato da tutti.

Da lì, il tema cresce gradualmente: passa agli altri strumenti dell’orchestra, si arricchisce, si fa più intenso, finché non arriva il momento che ha fatto la storia: per la prima volta in una sinfonia, entra una voce umana. Un basso solista intona parole che lo stesso Beethoven scrisse per introdurre il testo poetico: «O amici, non questi suoni! Intoniamone altri, più gradevoli e gioiosi». Notate che Beethoven ha voluto l’assonanza ‘Freunde’ (Amici) con ‘Freude’ (Gioia)! Geniale. Da quel momento, solisti e coro si intrecciano con l’orchestra fino al travolgente finale.

Schiller aveva scritto l’inno “An die Freude” già nel 1785. Già otto anni dopo, Beethoven desiderava mettere in musica queste parole fin dal 1793: ma ha impiegato ben trent’anni prima di riuscirci. Voleva una melodia potente e allo stesso tempo semplice, che potesse essere cantata da tutti, anche dai più sprovveduti musicalmente. Il testo di Schiller parla di una gioia che è conquista, un traguardo che ogni essere umano può raggiungere, al di là delle differenze sociali, superando l’odio e il male. È un messaggio di fratellanza universale. Il culmine difatti è: «Seid umschlungen, Millionen! [Abbracciatevi, moltitudini!]», che non è certo il motto «proletari di tutto il mondo unitevi»!

La prima esecuzione avvenne il 7 maggio 1824, al Theater am Kärntnertor di Vienna. Beethoven è sul palco: dirige ma sbaglia i ritmi da dare agli orchestrali, che comunque erano stati avvertiti a non seguirlo. Sussurra, prima dell’attacco iniziale: “La musica non sarà la stessa d’ora in poi…“.

Fai click sull’immagine sopra per attivare il video.

L’esecuzione

L’esecuzione che vi propongo è superlativa. Pur risalendo al lontano 1968 ritengo che sia insuperata. Il direttore Herbert von Karajan ha tutto il carisma per condurre con sicurezza più di 200 musicisti, fra strumentisti e cantanti. Dirige quasi sempre ad occhi chiusi, e ogni tanto canticchia pure lui. È stato anche il regista del montaggio video. L’introduzione della voce (vi ricordate: «amici, non questi suoni, ma alto e più grato cantico leviamo, di gioia il cantico!”) è resa in modo particolarmente drammatico. La chiusa finale è eseguita a una velocità impressionante, ma senza tentennamenti o sbavature. Ho inserito delle didascalie che indicheranno diversi momenti dell’esecuzione. Se pensate che vi distraggano, chiudete gli occhi e ascoltate solo la musica. Forse la vera ragione per cui il quarto movimento della Nona continua a commuoverci, duecento anni dopo, è che non ha bisogno di competenze musicali per essere compreso. Non è musica che chiede di essere capita con la testa: chiede solo di essere ascoltata e di toccare il cuore dell’ascoltatore, che siamo ciascuno di noi, esseri umani.  Dura ventitré minuti. Ascoltiamo in silenzio. Se ascoltiamo veramente, con il cuore, come voleva l’autore, ci potremo scoprire cambiati e, io spero, migliori. Si può sopportare, no? Buon ascolto.

Alla fine dell’esecuzione

Quando l’esecuzione finisce, il pubblico esplode in un applauso fragoroso, ma Beethoven resta immobile, voltato verso l’orchestra, senza accorgersene. A quanto pare una cantante, il contralto Caroline Unger, gli si avvicina e lo gira verso la sala, così che possa vedere con i propri occhi la gente in piedi, che applaude entusiasta e senza sosta. Se noi provassimo ad immaginare di essere lì, potremmo capire meglio quanto c’era di profondamente umano in questo compositore sordo, in condizioni praticamente impossibili, nella sua volontà di comunicare qualcosa in cui credeva profondamente: la fratellanza universale. Era rimasto vivo per questo!

Fai click sull’immagine sopra per attivare il video.

Un flashmob

Proprio per questo suo messaggio di unione tra i popoli, la melodia dell’Inno alla Gioia ha avuto una vita che va ben oltre la sala da concerto. Dal 1972 è l’inno del Consiglio d’Europa, e dal 1985 è diventata l’inno ufficiale dell’Unione Europea (se ci fate caso, la parte corale non c’è!). E’ solo strumentale.

Ha attraversato anche momenti di svolta storica molto concreti. La notte di Natale del 1989, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, il direttore d’orchestra Leonard Bernstein diresse la Nona Sinfonia a Berlino con un’orchestra e un coro internazionali, ma sostituì in ogni punto la parola “Freude” (gioia) con “Freiheit” (libertà), trasformando l’Inno alla Gioia, per un giorno soltanto, nell’Inno alla Libertà: un modo per dire che quella musica, nata per parlare di fratellanza universale, poteva accogliere anche la gioia per un popolo tornato libero.

Chiediamoci: la fratellanza universale è un’utopia, quindi irrealizzabile oppure è una concreta speranza? Certo viviamo tempi in cui è difficile sperare, ma dobbiamo sempre sperare! Le nuove generazioni forse avranno più a cuore di noi le sorti dell’umanità. Vi chiedo di osservare l’entusiasmo, in particolare, dei bambini durante un flashmob organizzato nel 2012 in una località vicino Barcellona. Questi bambini, nel frattempo, sono cresciuti… Dura meno di cinque minuti.

Fai click sull’immagine per avviare il video del flashmob, su YouTube.

[1] Per la verità c’è qualche voce discordante, come ad esempio quella autorevole di Giuseppe Verdi.

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