Paterni: antologia e riflessioni di geopolitica

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PRIMA PARTE: Le guerre

Lucio Caracciolo – La pace è finita – 2022 (e vari numeri di Limes)

Trenta anni fa non ci fu la fine della guerra – come sosteneva Francis Fukuyama nel celebre “La fine della storia” – ma piuttosto la fine della pace. Ma la guerra, in effetti, non era mai davvero finita.

Negli ultimi decenni l’Occidente è stato coinvolto in Iraq (1990 e 2011), nei Balcani (1999), in Afghanistan (2011), in Libia (2011) e in altre operazioni “sotto copertura”. Prima c’erano state la Corea, l’Algeria, l’Indocina, il Vietnam…

L’Europa sembra continuare a crogiolarsi nei suoi sogni di ottanta anni di pace (?) che diventeranno perpetui, sotto l’egida del Diritto Internazionale (e sotto l’ombrello nucleare degli USA, che ha un punto di appoggio irrinunciabile in Italia, posta strategicamente al centro del Mediterraneo e indispensabile per i collegamenti con Israele); rivolge tutta la sua attenzione a diritti e libertà individuali (fondamentali, ma ad oggi ancora prioritari?). L’Europa è diventata un dogma, un tabù, in un eurocentrismo che è di fatto un imperialismo “culturale” aggiornato, nella convinzione che paesi come Iran o Singapore non aspettino altro che vivere come noi. Il sogno europeo di Ventotene resta, appunto, un sogno. Fascismo e Nazismo (fenomeni calamitosi ma culturalmente diversissimi, troppo spesso impropriamente accomunati) fanno parte della storia europea, e non sono mai stati davvero accantonati. La Germania si riarma (delegata dagli USA?); obiettivo: affermarsi massima potenza convenzionale e tecnologica del Vecchio Continente, legando a sé altre Forze armate. Per contenerla Francia e Regno Unito, potenze nucleari, stringono accordi, ed in particolare la Francia spinge per europeizzare il proprio ombrello prima che la Germania diventi nucleare. L’Italia non ha aderito. In Italia sogniamo di nasconderci in bunker e accatastare provviste. Ma il mondo cambia: al passato non possiamo tornare.

Gli USA, dal canto loro, sono preda di una reazione populista agli estremismi woke; vogliono ristabilire il loro ordine, anche a spese dell’Europa, specie di quella orientale à riarmo polacco. Puntano a Panama, al Canada, alla Groenlandia, ad arginare la Cina. Riducono e ridefiniscono i confini dell’Impero… ma l’atomica non è più un deterrente efficace, e non potrebbero vincere una guerra vera.

ARMI NUCLEARI NEL MONDO (2026)

  • Usa  5.042
  • Russia  5.420
  • Regno Unito  225
  • Francia  370
  • Cina  620
  • India 190
  • Pakistan 170
  • Corea del Nord 60
  • Israele (almeno) 90

Esiste ancora l’Occidente?

Epidemie e crisi ambientali peggiorano la situazione, producendo migrazioni di massa che destabilizzano equilibri politici già precari. L’IA è un’incognita pericolosa.

E nel resto del mondo? Pace? Segue una lista della trentina di conflitti in atto.

Sofia Cecinini Tutte le guerre del mondo – 2025

EUROPA

  • Ucraina – nel 2010 Yanukovich viene rieletto presidente, tenta un avvicinamento all’Europa ma poi, spaventato, firma un accordo commerciale con la Russia. Seguono disordini, strumentalizzati dagli USA. Temendo che la Crimea possa cadere in mano alla NATO, Putin la invade. La NATO continua a espandersi à invasione dell’Ucraina. Si consolida il blocco Russia-Cina-Corea del Nord-Iran. La Georgia, crocevia commerciale importantissimo, si avvicina a Iran e Cina.
  • Transnistria – entità separatista russofona in conflitto con la Moldavia; truppe russe nella regione.
  • Nagorno-Karabach – conflitto fra Azeri e Armeni in atto. Azerbaigian, diventato importante fornitore di gas, ha accordi con UE, ma ha forti tensioni con la Turchia sia per motivi commerciali, sia per il suo appoggio informale ad Israele. Ha solidi accordi anche con la Cina.
  • Kosovo e Serbia – sono di nuovo in tensione. Russia, Cina e Iran sono fortemente legati alla Serbia.

MEDIO ORIENTE

  • Israele/Gaza – Hamas sostenuto dall’Iran, contrario agli accordi di Abramo e favorevole alla Via della Seta. Russia interessata a spostare l’attenzione dall’Ucraina. Palestinesi sacrificati e abbandonati anche dai Paesi Arabi. Houti in Yemen e Hezbollah in Libano parti del conflitto per procura fra Iran e Israele.
  • Yemen – in a atto una guerra civile, anche con armi italiane, con situazione umanitaria dei bambini molto preoccupante.
  • Siria – guerra civile di fatto ancora in atto. Conflitto commerciale con la Russia.
  • Iraq – instabilità fra Sunniti e Sciiti sfruttata dall’Iran.

AFRICA

  • Libia – guerra civile in atto. Crescente presenza della Russia in sostegno di Haftar. Pechino e Tripoli hanno una partnership strategica. Italia e Occidente sempre meno influenti.
  • Sudan – dal 2023 è in atto una guerra civile con la partecipazione di Russia, Emirati e Iran. In Darfur il conflitto fra popolazioni nere sedentarie e arabi nomadi si protrae da più di venti anni, e conta ormai più di 700.000 vittime civili. Le armi provengono un po’ da tutto il mondo, Italia compresa.
  • Congo – anche qui lunga guerra civile, con imponente presenza (commerciale) della Cina e crescente (militare) della Russia. Anche l’Isis è ancora forte.
  • Etiopia – forti conflitti interni e separatisti, con investimenti primari sia economici che militari della Cina.
  • Conflitti minori – Somalia, Repubblica Centroafricana, Sahel, Mozambico.

ASIA

  • Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Filippine –interessi cinesi. Taiwan importante per gli USA, ma sacrificabile.
  • Corea del Nord – da sempre sostenuta dalla Cina, ora in avvicinamento anche alla Russia.
  • Myanmar – guerra civile.
  • Kashmir – conflitto India/Pakistan. La regione è di grande importanza per la Cina.

AMERICA LATINA

  • Haiti, Venezuela, Messico – preponderantepresenza di cartelli narcotraffico. In funzione anti-USA, Russia, Cina e Iran con Maduro.

Cartelli messicani “affratellati” con ‘ndrangheta.

OCEANIA

  • Nuova Caledonia – territorio francese semi-autonomo, grande produttore di nichel, guardata con interesse da Russia e Cina.

ARTICO

Con lo scioglimento dei ghiacci, si aprono nuove vie commerciali e nuovi giacimenti. Sotto osservazione da Cina, Russia, USA. Quali conseguenze per l’Occidente e per l’Italia?

Maurizio Molinari – La nuova guerra contro le Democrazie – 2024

RUSSIA – fallito il tentativo di blitz con il quale sperava di rovesciare il governo di Kiev in una settimana, sostituendolo con uno fantoccio, è ora impegnata in una guerra ibrida con l’Europa. Attacchi informatici, politica intimidatoria con sconfinamenti, fake news, interventi in campagne elettorali, minacce nucleari… Ha basi militari in Libia, Mali, Burkina Faso, Niger, Sudan. Controlla il flusso di migranti.

IRAN – già in guerra contro Israele (e Paesi arabi) per sabotare gli Accordi di Abramo, ora in conflitto aperto con gli USA. Sostiene azioni terroristiche in tutto l’Occidente. Ambisce al controllo di parte dell’Africa ed all’arma nucleare. Come in tutta l’area, problemi per i Curdi.

CINA – guerra commerciale e territoriale contro USA. Ha una enorme base militare a Gibuti ed investimenti in tutta l’Africa, Libia compresa.

EMIRATI – presenti anche militarmente in Corno d’Africa e Sudan, dove competono con Russia ed Iran. Gli interessi commerciali italiani sono sempre più ostacolati.

Futuro dell’Italia (Limes 03-2025)

“L’Italia può mantenere una duplice rilevanza per via del Nord manifatturiero integrato nel circuito euro-occidentale e della centralità nel Mediterraneo, rotta essenziale per rifornire Israele. Può costruire collaborazioni settoriali con Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Turchia. A patto, verosimilmente, che si assuma responsabilità dirette in specifiche aree geografiche, a partire da Balcani, Nord Africa e Mar Rosso. Su questo si parrà la nostra nobilitate”.


SECONDA PARTE: Medioriente, Russia, Cina

MEDIO ORIENTE

  • Limes 09-25, 03 e 05-26 ed altri numeri precedenti.
  • Contro il progresso (Sizek, Slavoj – 2025)
  • Pane e cannoni (Rampini, Federico – 2026)

Nonostante alcuni interessi ‘di convenienza’ in comune con Russia e Cina, la Repubblica Islamica ambisce principalmente al ruolo di coordinamento sciita, con Israele come unico nemico confrontabile in concreto. Tuttavia, come nota Rampini, l’ostilità del regime iraniano verso gli Stati Uniti non è un accidente della storia recente, né una reazione episodica a singoli eventi. È il risultato di una stratificazione di traumi, errori, illusioni e calcoli strategici che affondano le radici nel secondo dopoguerra e culminano nella rivoluzione islamica del 1979. Da allora l’antiamericanismo non è stato un semplice strumento retorico del potere di Teheran: è diventato un pilastro identitario, un collante interno e una leva di proiezione esterna. Se si cerca il punto in cui la diffidenza iraniana verso l’Occidente diventa rancore, bisogna tornare al 1953. La nazionalizzazione del petrolio voluta dal primo ministro Mohammad Mossadeq tenta di riprendere il controllo delle proprie risorse dopo decenni di sfruttamento britannico. La reazione di Londra è drastica: il petrolio persiano è vitale per la sua economia dissanguata dalla guerra. Gli Stati Uniti, inizialmente ambivalenti, finiscono per aiutare la Gran Bretagna in nome della lotta al comunismo. L’operazione «Ajax» – il rovesciamento di Mossadeq con la complicità dei britannici e della Cia – contribuisce a riportare al potere lo scià. Da quel momento l’America è percepita come garante di una monarchia autoritaria. Il paradosso storico è evidente: nel tentativo di impedire una deriva filosovietica, Washington pone le basi per un futuro regime teocratico radicalmente antiamericano. La rivoluzione del 1979 non è all’inizio un movimento monolitico. Attorno a Khomeini si coagulano forze molto diverse: marxisti, nazionalisti, intellettuali occidentali affascinati dall’idea di una rivolta «anti-imperialista». In Europa, una parte significativa dell’intellighenzia interpreta la rivoluzione iraniana come una variante esotica della contestazione occidentale. Il clero sciita è esaltato e trasfigurato attraverso categorie marxiste: come avanguardia dei «dannati della terra» contro l’Occidente capitalista. Un errore di prospettiva colossale. Khomeini e il suo entourage usano abilmente il linguaggio della liberazione per rassicurare l’opinione pubblica occidentale. In esilio in Francia, l’ayatollah promette pluralismo, minimizza il proprio ruolo politico, evoca qualche compatibilità tra islam e democrazia. Una volta tornato in patria, instaura rapidamente una teocrazia fondata sulla supremazia del clero.

La rottura con la sinistra è brutale: repressioni, esecuzioni, chiusura delle università, purghe ideologiche. L’Iran diventa una Repubblica islamica con un impianto costituzionale che concentra il potere nella Guida Suprema. Uno dei passaggi decisivi per la proiezione esterna della Repubblica islamica è la manipolazione della questione palestinese. All’inizio il leader palestinese Yasser Arafat (marxista, ateo, anticlericale) e la sua organizzazione Olp credono di trovare in Khomeini un alleato naturale. L’illusione dura poco. Nei piani dello ayatollah la Palestina è lo strumento per proiettare l’Iran sciita nel mondo arabo sunnita. Sostenendo Hamas e Hezbollah, Teheran costruisce una rete di milizie che consente di combattere Israele senza uno scontro diretto.

Nasce così l’«Asse della Resistenza»: un sistema di guerre per procura che permette all’Iran di esercitare la propria influenza in Libano, Siria, Iraq, Yemen e a Gaza. L’antagonismo verso l’America diventa parte di una strategia più ampia: espellere la presenza occidentale dal Medio Oriente e sostituirla con un’egemonia sciita. Dal 1983 in poi si susseguono attentati e uccisioni di funzionari, militari e civili americani, in Libano e altrove. Hamas non è un semplice attore locale: ha sostegno finanziario, addestramento e armi dall’Iran. Dal 7 ottobre 2023 in poi, la guerra «indiretta» non si è mai realmente fermata: si contano oltre cento offensive contro forze statunitensi nella regione. L’Iran aveva però sempre evitato il confronto diretto con gli Stati Uniti, preferendo costruire una rete di proxy: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, milizie sciite in Iraq e Siria, Houthi nello Yemen. Strategia che si è trasformata con l’intervento americano e con l’evidenziarsi ancora una volta della inadeguatezza della narrazione occidentale del cambio di regime.

A Teheran è morta l’idea di americani, israeliani e alcuni europei di incarnare il Bene e di doverlo generosamente esportare a popoli oppressi via guerre e/o colpi di Stato. Nel caso specifico, Trump e Netanyahu hanno preso quello Stato – deposito di plurimillenaria cultura imperiale e fortemente identitario – per un regime. Scambiato la superficie con la sostanza.

L’arma atomica resta l’obiettivo di una repubblica irriformabile, che combatte per vincere e non dimentica i millenni persiani. Dopo le decapitazioni ai vertici, imperversano comandi di pasdaran regionali, pericolosi. Il popolo può non approvare il governo, ma per ora difende la patria, rinviando i conflitti interni. Poi, in privato ha le sue libertà; e non si fida dell’Occidente.

In esilio c’è comunque un mondo di oppositori.

Il suo più noto ‘alleato’ resta comunque Hamas, che Netanyahu ha tentato di elevare da banda di terroristi a rappresentante della Palestina. Causa persa: ha trattato l’orrore del 7 ottobre (scatenato ma non pienamente controllato dalle milizie di Hamas, con altre schegge assetate di vendetta) come una minaccia esistenziale. “Israele combatte per esistere, costi quel che costi”, ha affermato Ariel Bulshtein, consigliere speciale del premier israeliano sulle questioni internazionali. Neanche Sinwar avesse potuto conquistare Gerusalemme! La scelta di Netanyahu mirava a compattare la nazione per dedicarsi allo smantellamento del nuovo ’impero persiano sciita’. Scopo ultimo, fratturare l’Iran in staterelli ‘indipendenti’. E costruire il Grande Israele, con l’annessione della Cisgiordania (Giudea e Samaria…), dove i coloni, sostenuti da Smotrich, stanno conquistando con la violenza nuovi avamposti anche grazie all’appoggio delle forze di sicurezza, che in teoria dovrebbero controllarli. Con il progetto di lasciare all’Amministrazione Palestinese sei ‘isolotti’ di territorio.

E non dimentichiamo che lo Stato ebraico è, prima di ogni altra cosa, grande potenza atomica, dotato di almeno 90 testate nucleari – alcuni arrivano a stimarne 400 – lanciabili da terra (missili Jericho II e III), aria (F-16I e F-15, noti come «squadrone nucleare») e mare (sottomarini di fabbricazione tedesca classe Dolphin, domani Dakar, con missili Popeye, garanzia di rappresaglia contro l’aggressore anche se Eretz Yisrael fosse distrutta).

Crescono l’attrito con la Turchia e l’intesa con Cipro e la Grecia. Crescono i disturbi mentali nella popolazione e nell’esercito.

Cresce il timore negli ebrei occidentali, la loro conseguente comprensione delle politiche israeliane ed il loro allontanamento dalla sinistra.

Ma la vera battaglia per la vita o la morte non è tra lo Stato di Israele e Hamas o l’Iran, ma tra sionisti laici, pragmatici, e ultrasionisti ultrareligiosi, messianici. Il 7 ottobre 2023 sarà ricordato come il giorno in cui Israele ha abbandonato la solita ragion di Stato per gettarsi nelle terre incognite dell’irrazionalità, dell’irrealtà. Il massacro scatenato da Hamas e la terrificante risposta di Israele (strutture civili, cibo…) escludono il ripristino dello status quo ante quem. Abbiamo avuto un prima e avremo un dopo 7 ottobre. Il dopo sarà soprattutto determinato da Gerusalemme, in associazione o dissociazione con Washington. Nell’immediato, dalla improbabile disponibilità di Netanyahu a scendere dal piedestallo di inviato del Signore deputato alla liquidazione del Nemico terrorista per riscoprire il pragmatismo in cui un tempo eccelleva.

Nel frattempo, tutti vogliono un pezzo di Siria. Israele avanza nel Golan, la Turchia consolida l’influenza militare e infrastrutturale, i russi puntano sul petrolio, i paesi del Golfo investono in logistica, turismo, porti. E l’Italia commercia: per l’Italia, l’isolamento del Mediterraneo è un problema speciale: energetico, geografico e alimentare (urea e ammoniaca).

RUSSIA

  • Conversazione con IRINA ŠCˇERBAKOVA (Micromega 01-25).
  • Approfondimenti da Micromega 04-25, Limes 3-22, 10-25 e 6-26
  •  Repliche da: La rivolta antiliberale (Krastev, Ivan – 2019),
  • Perché l’Occidente odia la Russia (Ritz, Hauke – 2026)

Putin è al potere da 25 anni: solo Stalin ha governato più a lungo di lui. Durante questo periodo, il suo regime è diventato sempre più autoritario, trasformandosi in una vera e propria dittatura. Per lui, il cosiddetto «ordine liberale internazionale» non ha niente di nobile, è solo una proiezione della volontà americana di dominare il mondo (Monaco 2007, ma in questo ormai è solo un portabandiera…). Le elezioni russe, truccate i almeno pilotate, sono un paravento per conservare il potere. L’annessione della Crimea fu, fondamentalmente, un modo di ridare credibilità al sistema, dimostrando che Mosca poteva sfidare l’Occidente e restare impunita. Alle critiche mosse dall’Occidente contro l’annessione, Putin rispose con ironia: «Dicono che violiamo le norme del diritto internazionale. Innanzitutto, è un bene che almeno ricordino che esiste una cosa chiamata diritto internazionale; meglio tardi che mai».

Il discorso tenuto da Putin nel marzo 2014 per annunciare l’annessione della Crimea alla Federazione Russa riprendeva interi brani dei discorsi pronunciati dai leader occidentali per giustificare il distacco del Kosovo dal territorio serbo e li applicava alla Crimea, e queste imitazioni sovversive si sono ripetute spesso, anche per ricreare, almeno in superficie, la simmetria tra la Russia e gli Stati Uniti andata perduta con la fine della guerra fredda.

La fine della storia e l’ultimo uomo di Fukuyama non è mai stato un best seller in Russia, ma Lo scontro delle civiltà di Samuel Huntington sì. Gli intellettuali russi di orientamento nazionalista avevano approvato con entusiasmo la tesi del compianto professore di Harvard, secondo cui «la fonte primaria del conflitto in questo nuovo mondo non sarà né essenzialmente ideologica né essenzialmente economica. Le grandi divisioni all’interno dell’umanità e la fonte principale di conflitto saranno di carattere culturale».

Le decisioni cruciali, come quella di iniziare la guerra in Ucraina, vengono prese da una cerchia ristrettissima: Putin e due o tre persone intorno a lui, anche ispirate dal Club Valdai (Валдайский клуб – Valdayskiy klub), un think tank e forum di discussione russo, che sostiene una sorta di Teoria del Caos: il vecchio ordine non esiste più, è in atto un caos ingovernabile in cui la Russia deve sopravvivere, non esistono più grandi idee, etica e norme, conta solo la forza contro i nemici sia interni che esterni.

Tutto questo ha portato a una repressione crescente sul piano interno e a una politica sempre più aggressiva all’estero. Putin vuole mantenere il potere, e la guerra è il principale strumento per farlo, sia sul fronte interno che esterno. Il mito della “Grande Russia”, costruito nell’era putiniana, rappresenta una sofisticata operazione di ingegneria simbolica, in cui zarismo e socialismo reale cessano di essere sistemi ideologicamente opposti per diventare un’unica epopea nazionale caratterizzata dalla resistenza alle minacce esterne e dalla graduale costruzione della potenza russa, di cui l’invasione dell’Ucraina è l’ultima tappa Ma il Cremlino è cosciente di non poter farcela da solo, e ad oggi l’interlocutore più prezioso resta la Cina; poi l’India di Modi, che segue con largo distacco, e gli Stati Uniti di Trump, ancora lontana chimera. Tuttavia, secondo Fëdor Luk’janov, direttore di ‘Russia in Global Affairs’, l’amministrazione Trump non è così ingenua da pensare di poter comprare la Russia, e non considera la questione ucraina tanto importante da assumersi il rischio di conseguenze serie. Intende davvero liberarsi di questo problema per potersi dedicare ad altri che reputa più rilevanti.

Comunque sia, l’appoggio cinese ha avuto un costo: tutto l’estremo Oriente russo è ormai sotto una forte influenza cinese, e lo stesso vale per repubbliche centroasiatiche come Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Sul piano interno, il consenso resta alto (attorno ai due terzi della popolazione), ma consideriamo che ovunque e sempre più spesso movimenti di ultradestra, che fanno gli interessi dei più ricchi, ottengono largo consenso anche dalle classi popolari. Dietro questi comportamenti non ci sono motivazioni economiche, ma prevalgono fattori culturali (quali la difesa di un’identità nazionale, razziale, religiosa e di genere) che in Russia sono sentiti molto più che altrove. Anche il tema della sicurezza pesa: per l’opinione pubblica russa la Repubblica Federale è il nemico numero uno. La Germania nucleare potrebbe essere la linea rossa di Mosca, che probabilmente non vedrebbe male una Jalta 2.0.

Sul piano estero, la Russia resta interessata a varie regioni ex-sovietiche ed africane, all’Artico, alla Serbia. L’Iran le è di notevole importanza. In Africa compete con la Cina. Nel decennio trascorso, gli insorti islamici legati ad AQMI (al-Qaida nel Maghreb Islamico) hanno organizzato una serie di colpi di Stato militari nell’Africa centrale (Niger, Mali, Burkina Faso) con l’aperto sostegno dei russi del gruppo Wagner. I media globali hanno adottato due diverse narrazioni degli eventi. I media filorussi li interpretano come ribellioni popolari contro il neocolonialismo francese, legato alle élites corrotte locali. I grandi media occidentali vedono in essi un complotto in ampia scala di AQMI e Russia per creare un impero antioccidentale e antiliberale nell’Africa centrale. Entrambe le storie sono vere…

REPLICHE

E l’Occidente? Purtroppo, sembra che oggi siano gli Stati Uniti ad imitare sovversivamente la Russia.

Il concetto di Occidente come lo intendiamo oggi deriva dagli esiti delle due Guerre Mondiali e dalle alleanze seguenti, e infatti declina dalla caduta dell’Unione Sovietica.

L’Europa, nata dalla Pace di Vestfalia del 1648 ma screditata a causa delle guerre, si era rifugiata sotto l’ala americana, ma ora è incredula di fronte al tramonto della sua idea di ordine mondiale. La Iugoslavia, il Golfo, la Libia, l’Afghaistan dimostrano come gli ideali di civiltà e diritto europei siano stati da subito utilizzati per acquisire potere politico e imperiale.

Dal canto loro, dopo la caduta del Muro, gli Stati Uniti erano convinti del loro monopolio (economico, della forza, del diritto), e oggi non accettano che questo fosse solo un sogno.

Gran parte dell’influenza mondiale degli USA si basa sulla valutazione del petrolio in dollari. Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi avevano cercato di trattarlo in euro… ma la destabilizzazione di Stati ‘scomodi’ si attua di continuo con mezzi non militari: interferenze politiche, propaganda, menzogne. Perfino all’interno (Kennedy, King, X…) ed in Europa (favore alla costituzione di filosofie di sinistra non comuniste, postmoderne e ‘deregolanti’, che rivalutavano perfino certi aspetti ‘trasvalutanti’ di Nietzsche, rischiando di fatto di portare ad una vera e propria dissoluzione dello stesso concetto di Europa).

Oggi, Trump non solo ritiene che mentire spudoratamente sia un metodo del tutto legittimo per prevalere nelle molteplici competizioni della vita. È anche convinto che i suoi nemici dicano la verità non in ragione di un’imparziale dedizione alla sincerità, ma perché (e quando) è nel loro interesse farlo. Alternando con opportunismo verità e bugie, Trump in ogni caso «proietta la propria sregolatezza» sugli altri,e ciò significa supporre che tutti gli altri facciano la stessa cosa. Per questo motivo, si rifiuta categoricamente di considerare moralmente superiori coloro che dicono la verità. Che abbiano ragione o torto, i suoi detrattori hanno programmi faziosi.

Ma, pensiamoci: come starebbe l’Europa nei BRICS?]

CINA

  • The Cina Wave – Rise of a civilizational state (Weiwei, Zhang, docente di Relazioni Internazionali in Cina – 2012).
  • Approfondimenti da La rivolta antiliberale (Krastev, Ivan – 2019)

Weiwei ritiene la Cina una Civiltà-Stato-Nazione di cui il governo è garante e custode, legittimato per consenso (superiore al 70%) e merito. Considera valide le argomentazioni del filosofo Zhao Tingyang, che oppone il concetto di Essere platonico a quello di Fare confuciano. Alle obiezioni mossegli da Francis Fukuyama, (politologo convinto sostenitore del mercato) ad un congresso, rispose:

«I diritti individuali possono essere perseguiti in Occidente anche a scapito dei diritti collettivi, come è successo nel caso della libertà di espressione esercitata da un disegnatore danese che ha colpito il diritto collettivo alla libertà religiosa di un miliardo di musulmani. Nella cultura cinese, si nasce all’interno di ruoli sociali tradizionali: quello di figlio, di figlia, di padre, madre, collega; i diritti e i doveri sono sempre correlati. Sinceramente, sento che la cultura cinese può arricchire la concezione individualista dei diritti umani propria dell’Occidente».

Citando ancora Zhao Tingyang, ritiene possibile un controllo centrale sulla ‘Tianxia’ (Tuto quello che esiste sotto il cielo), di confuciana memoria. Esempio compiuto ne è lo Stato cinese: vastissimo territorio, enorme popolazione, antichissima tradizione, ricchissima cultura, unica lingua, unica società, unica politica, unico controllo economico che regola la convivenza di diverse etnie, religioni (Uiguri…), sistemi economici (Hong Kong, Macao… e Taiwan), guardando sia all’antico che oltre l’orizzonte. Posta questa base, nella Tianxia le scelte politiche interne agli stati-nazione sarebbero considerate una questione di sovranità nazionale, i problemi politici esterni agli stati-nazione sarebbe considerati dominio della sovranità mondiale, che dovrebbe considerare le esigenze planetarie.

Applicazione pratica di questo è la Global Governance Initiative, lanciata nel 2025, cui si collegano la Belt and Road Initiative (Bri o nuove vie della seta), la Global Development Initiative (Gdi), la Global Security Initiative (Gsi) e la Global Civilization Initiative (Gci): progetti presentati sotto ogni punto di vista quali beni comuni per tutto il genere umano, e in quanto tali aperti a tutti i paesi del mondo. Ciascuna iniziativa copre un ambito specifico: lo sviluppo economico, il benessere delle popolazioni, la cooperazione in materia di sicurezza, gli scambi culturali. L’idea cinese che la gestione degli affari globali debba poggiare sull’autorità morale, e non sul potere coercitivo, ha una base etica. È la nozione confuciana di «governo attraverso la virtù», dove l’accento sulla benevolenza giustifica il richiamo a uno sviluppo centrato sulle persone, sulla prosperità comune, sulla sicurezza collettiva. È un tratto che si ritrova in tutte le iniziative internazionali della Repubblica Popolare. La governance globale non è solo una risorsa strategica, ma un progetto morale incentrato su armonia, benessere e partecipazione.

La Cina segna la fine dell’Età dell’imitazione dell’Occidente, perché sia la sua storia sia il suo successo attuale dimostrano che, mentre l’introduzione di valori estranei «senza alternative» prevedibilmente suscita una reazione nazionalista, «prendere in prestito» i mezzi tecnici in modo mirato porta prosperità, sviluppo, controllo sociale e la possibilità di rinnovare l’influenza e il prestigio internazionale di un paese. Senza intraprendere o simulare una riconfigurazione politica sul modello occidentale, i cinesi stanno surclassando l’Occidente in molti settori. Al tempo stesso, non mostrano alcuna inclinazione a insegnare ad altri paesi come vivere.

L’ascesa di una Cina isolata per scelta, ma aggressiva sulla scena internazionale, insegna che la vittoria dell’Occidente nella guerra fredda non ha segnato solo la sconfitta del comunismo, ma anche una forte battuta d’arresto per il liberalismo illuminato. Il liberalismo, in quanto ideologia che esalta la competizione politica, intellettuale ed economica, è stato fatalmente indebolito dalla perdita di un rivale di pari livello che vantava lo stesso impegno laico e postetnico e che traeva anch’esso origine dall’Illuminismo europeo. Senza un centro di potere alternativo che gli contestasse il diritto che accampava sul futuro dell’umanità, il liberalismo si è innamorato di se stesso e ha smarrito la strada.

Da “Globalismo e Democrazia” (Streeck, Wolfgang – 2021)

Sembra infatti evidente il conflitto, da un lato, tra il tentativo di neutralizzare, liberalizzare e separare la democrazia dalla società a favore di una mercato-tecnocrazia globale (o quantomeno continentale) e, dall’altro, il contro-movimento “di popolo” in difesa della democrazia, quale istanza egualitaria e plebiscitaria a tutela di quest’ultima contro lo sdoganamento, da parte di certa politica, di una nuova spinta capitalistica, non temperata dalla scelta. L’idea di ridurre la democrazia nazionale perché incompatibile con la globalizzazione, trasferendo le sue funzioni di governo a banche centrali indipendenti, ha potenti sostenitori, e l’Europa rischia di diventare un’impotente religione civile. Una sintesi utile alla “deglobalizzazione” dovrebbe far ricorso ad una microstatualità particolaristica ma coordinata, un policentrismo che sviluppi un’economia mondiale più equa e democraticamente controllata, che tenga conto dei beni collettivi globali.

Da “La crisi del capitalismo democratico” (Wolf, Martin – 2024)

La Cina non è soltanto una superpotenza economica in ascesa. Ha costruito quella che, almeno finora, si è rivelata una combinazione incredibilmente efficace di economia di mercato dinamica e Stato totalitario. Con il suo piano di «riforma e apertura» all’insegna del pragmatismo, ha sfruttato i mercati e il know-how esteri su vastissima scala. A questa strategia si sono accompagnati il risparmio forzato, il tasso d’investimenti più alto nella storia, soprattutto in infrastrutture, un rapido miglioramento e ampliamento delle competenze della forza lavoro e l’urbanizzazione di massa; non fa proselitismo ideologico come lo faceva l’Unione Sovietica e, diversamente da quella sovietica, l’economia cinese presenta un grado molto elevato di integrazione internazionale. Condividiamo un pianeta piccolo e fragile, un sistema economico complesso e interdipendente e il dovere morale di aiutare le persone vulnerabili ovunque si trovino. In tutti gli ambiti che si possano immaginare – il clima, la biosfera, le malattie, lo sviluppo economico, il debito internazionale, la stabilità finanziaria, lo sviluppo tecnologico, la pace e la sicurezza. Sarà quindi indispensabile avviare una cooperazione con la Cina per rispondere alle sfide globali comuni. Raggiungerla sarà estremamente difficile, ma si dovrà operare nell’ottica di promuovere la fiducia reciproca.

Per finire, un ricordo di Giada Messetti, che seguiva un corso di cinese:

 «Una mattina, a fine lezione, un compagno di corso si è alzato in piedi e dal banco si è rivolto al docente chiedendogli a voce alta: «Prof, ma è vero che in Cina mangiate i cani?». Mi ricordo di aver provato un po’ di disagio per quella provocazione ma anche un misto di orrore e disgusto all’idea che si potessero davvero mangiare i migliori amici dell’uomo. Il professor Xu ha sorriso e mentre continuava a raccogliere i suoi libri e appunti dalla cattedra ha risposto serafico: «Sì, è vero, mangiamo i cani». Poi ha fatto una lunga pausa, ha alzato la testa, ha guardato il mio compagno dritto negli occhi e ha aggiunto: «Però noi non mangiamo i cavalli».


PARTE TERZA: Approfondimenti sulla Cina

Approfondimenti tratti da:

  • Il nostro futuro si scrive in Cina (Pieranni, Simone –  2020)
  • La Cina Nuova (Pieranni, Simone – 2021)
  • La Cina è già qui (Messetti, Giada – 2022)
  • La Cina resta un giallo (Limes 09-2023)
  • La Crisi Del Capitalismo Democratico (Wolf, Martin – 2024)
  • La trama cinese (Domino 07-2025)
  • La Cina ha vinto (Aresu, Alessandro – 2025)
  • Il tempo della Cina (Limes 12-2025)
  • La Cina spiegata all’Occidente (Arlacchi, Pino – 2025)Storia e futuro dell’ordine mondiale (Acharya, Amitav – 2025)Lo scisma d’Occidente (Limes 04 – 2026)

SITUAZIONE INTERNA

La ‘democrazia’ cinese (per noi autarchia) è molto diversa dalla nostra: i governanti non vengono eletti dal popolo, ma «rispondono ai bisogni del popolo» (esempi di richieste accolte: dal 2021 esiste una legge sulla privacy, ma Internet resta in mano al Governo; l’orario di lavoro è stato regolamentato, ma quello dei dipendenti privai resta problematico; esiste un piano per l’uguaglianza maschio/femmina, che è già superiore a quella giapponese; è permesso il cambio di sesso; il costo massimo dei matrimoni è stabilito per legge, perché nessuno si senta umiliato).

Non esiste divisione dei poteri; l’AI viene utilizzata dai giudici nell’interpretazione delle leggi, come in ogni altro aspetto della vita.

(WeChat è ormai indispensabile per collegamenti e pagamenti. Agenzie come Terminus gestiscono interi quartieri di Pechino, usando il riconoscimento facciale, e progettano vere smart-cities, totalmente automatizzate. Il sistema digitale mondiale si sta sinizzando.)

Non è possibile criticare troppo aspramente il governo, e i gruppi che si organizzano in questo senso non vengono seguiti dalla popolazione. Tuttavia vi sono proteste sindacali anche drammatiche (vedi proteste COVID), di cui la rigorosa programmazione statale (che include una forma di capitalismo controllato) tiene conto: la Cina deve infatti evitare il neijuan, o «involuzione» economica e sociale, pena la fine del compromesso secondo cui la popolazione accetta il necessario primato del partito in cambio dell’aumento del benessere.

Lo stato sociale non è ancora a livello di alcuni paesi europei, ma negli ultimi 30 anni ha raggiunto il 95% della popolazione (ma il 35% delle spese sanitarie resta a carico dei pazienti). L’istruzione è stimolata anche con il finanziamento pubblico di ripetizioni private: i genitori hanno il dovere di stimolare i figli in questo senso. Per accedere ai corsi post-laurea gli esami sono severissimi; si svolgono anche all’estero, USA soprattutto, anche con sussidi statali per i meritevoli indigenti. Ma la popolazione benestante è ancora avvantaggiata (alloggi).

I figli hanno il dovere di prendersi cura dei bisogni emotivi dei genitori, anche se istituzionalizzati (legge sulla Pietà Filiale).

Problemi reali sono la corruzione, la criminalità organizzata, la differenza fra città e campagna. Negli ultimi 5 o 6 anni, però si sta verificando un ritorno dei millennials verso la campagna di origine, dove portano il loro know-how (vedi il riconoscimento facciale nelle stalle…).

Si registra oggi in un nascente problema di sovrapproduzione, soprattutto in settori green… Zero emissioni nel 2060?

L’esperimento dei ‘crediti sociali’.

POSIZIONE INTERNAZIONALE GENERALE

I progetti mondiali non sono espansionistici, ma tutti imperniati sul soft-power.

La guerra viene sempre vista negativamente, e perfino la violenza fisica è delegittimata nel confucianesimo; il ricorso a quella privata, poi, è minimale (0,44-0,53 omicidi su 100.000 contro 1,0-2,0 in Europa), rendendo per questo indicatore la Cina uno dei paesi più sicuri del mondo.

L’estraneo viene considerato un problema da risolvere, non un nemico da combattere. La divisione fra ‘barbari’ e cinesi è fluttuante, non c’è interesse verso la sopraffazione dello straniero, non ci sono genocidi nella storia cinese…

ma vediamo allora il Tibet. Storici e sociologi cinesi si irritano assai quando si parla loro di questo argomento, specie se lo si definisce genocidio.

[Dopo corsi e ricorsi, il Tibet fu definitivamente annesso alla Cina nel 1720, con lo status di entità semiautonoma amministrata dal Dalai Lama. Nel 1951 i Cinesi di Mao entrarono nel territorio senza turbolenze, trovandovi un fossile medievale vivente: il Dalai Lama regnava da monarca assoluto, sostenuto da due gendarmerie (laica e religiosa), che somministravano punizioni fisiche sommarie, con uso della frusta fino ai limiti del decesso. La popolazione era schiava dei monasteri, che erano in continuo scontro violento tra loro per il possesso della ricchezza, in mano a pochi lama di alto rango. Non c’erano scuole né ospedali; i medici, pochissimi e costosi, erano tutti stranieri. La popolazione viveva in uno stato di degrado fisico e morale: poligamia e poliandria generavano di continuo figli di nessuno, con mortalità infantile fino al 70%. Le donne erano discriminate perfino sul piano religioso, dovendo rinascere uomo per aspirare al Nirvana.

Il recupero del Tibet avvenne in tre tempi; il primo, pacifico e caratterizzato da grande comprensione; il secondo, scatenato dalla rivolta anticomunista di Lhasa del 1957 (totalmente gestita dai benestanti), incluse l’uso delle armi, che fu ampiamente esagerato dai resoconti occidentali. Infine, nel 1959, iniziò la vera riforma socialista del paese, ma non ci furono genocidio né controllo forzato delle nascite, visto che oggi la popolazione è triplicata e l’aspettativa di vita raddoppiata.]

Gli interessi mondiali della Cina includono: Taiwan; il Sud-Est asiatico, dove vivono trenta milioni di cinesi (preoccupati Giappone e Corea); l’Artico, dove Pechino cerca risorse e rotte verso Occidente, con in mente l’avvicinamento alle coste dell’America – deterrenza nucleare tornata necessaria, sostenuta sempre più dalla AI (capacità MAD = mutua distruzione assicurata entro 2030), ma senza desiderio di conflitto – e l’immobilizzazione di Mosca, con la quale l’alleanza è solo di comodo.

Potrebbe abbandonare l’Iran per i data center sauditi.

La fascinazione africana per la Cina resta profonda, ma gli stati alleati cominciano a non credere più all’immagine dell’egemone benevolo e disinteressato, vedi esempio del Kenya. Per questo Pechino sta lanciando un vasto programma di informazione in diversi paesi del Continente, Tanzania in testa, ai quali offre il paradigma della Repubblica Popolare, mostrando i limiti del modello di sviluppo occidentale ed enfatizzando sovranità nazionale, sviluppo economico e stabilità politica. Gli effetti sulla governance africana sono variabili; esiste il rischio di percezione di ingerenza politica e vi è concorrenza con altri attori internazionali. Inoltre, la replicabilità del modello cinese in contesti locali diversi non è garantita: in alcune realtà africane, le dinamiche socioculturali, le strutture tribali e le tradizioni politiche possono entrare in tensione con i princìpi di centralizzazione e disciplina partitica promossi da Pechino, generando possibili frizioni e resistenze locali. Vi sono ovviamente timori per l’occidentalizzazione delle nascenti democrazie africane.

POSIZIONE VERSO USA, EUROPA E ITALIA

Sul piano economico, ecco punti chiave dell’analisi di Zheng Yongnian, direttore dell’Institute for International Affairs e cattedratico alla Chinese University of Hong Kong:

– «L’ossificazione del pensiero progressista in un’ideologia dogmatica ha condotto alla morte cerebrale della società occidentale. Di conseguenza, le sue istituzioni accademiche non hanno prodotto idee nuove e significative dagli anni Sessanta».

– «Il declino del pensiero critico, alimentato dall’ortodossia progressista, ha favorito una serie di politiche economiche fallimentari, in particolare quelle di matrice neoliberista, che hanno disconnesso la società dall’economia».

– «Smantellando la dottrina progressista sia sul piano interno sia in politica estera, Trump simula una reazione anti-ideologica e anti-élite. Gli Stati Uniti sotto Trump conservano punti di forza strutturali significativi. Le prime iniziative di deregolamentazione hanno posto le basi per l’innovazione nella nascente quarta rivoluzione industriale. Sebbene il modello cinese abbia guadagnato popolarità a livello globale, la regolamentazione in Cina limita la competitività con la nuova linea USA».

Dalla prospettiva di Pechino, il punto non è se l’Europa si avvicinerà alla Cina, ma se continuerà ad agire come appendice degli USA. Da tempo il governo cinese considera il Vecchio Continente pilastro naturale di un ordine multipolare finalizzato alla stabilità internazionale. La Nato è vista come un relitto della guerra fredda. La Cina la accusa di oltrepassare costantemente il proprio mandato originario e l’ha messa in guardia dal «destabilizzare l’Europa e tentare di fare altrettanto con l’Asia-Pacifico». Non serve che le tensioni con il Vecchio Continente scompaiano, ma che diventino meno americanizzate. Se gli attriti si basassero sugli interessi anziché sulle alleanze, la Cina guadagnerebbe spazio di manovra diplomatico. L’Europa non deve essere necessariamente filocinese. Deve smettere di funzionare come un’estensione stabile della postura anticinese degli Stati Uniti. L’autonomia strategica europea si adatterebbe molto meglio alla visione del mondo multipolare preferita dalla Repubblica Popolare.

Roma ha lasciato le nuove vie della seta nel 2023 e contestualmente ha stretto rapporti con Giappone e India in ambito securitario. Tuttavia Pechino non intende rinunciare alla sua presenza in Italia, né alle capacità tecnologiche nostrane, specialmente in campi come Spazio, dimensione sottomarina e agroalimentare. Prova ne sono i 31 accordi firmati recentemente da università italiane e cinesi, alcune delle quali contribuiscono esplicitamente al potenziamento della macchina militare dell’Impero del Centro. L’attenzione della Repubblica Popolare per il nostro paese è confermata pure dalla presenza qui di 11 «stazioni di polizia d’oltremare». Vale a dire di un imprecisato numero di funzionari del ministero della Pubblica sicurezza (responsabile delle attività di polizia e dell’intelligence interna) incaricato di controllare la comunità cinese, di riportare in patria presunti fuggitivi e di raccogliere informazioni nella Penisola. Naturalmente tenuto conto del nostro fondamentale ruolo di piattaforma tra cuore dell’Europa e Africa.

L’Italia, infatti, ospita le principali basi avanzate americane nel Mediterraneo: Aviano, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, la sede della Sesta Flotta a Gaeta, il comando di Napoli con giurisdizione su Nord Africa e Balcani. Sigonella ospita i giganteschi droni che conducono missioni di ricognizione nel Mar Nero e nel Golfo Persico. In queste condizioni, Roma non ha autonomia di manovra strategica: qualsiasi azione che metta anche indirettamente a rischio la disponibilità di questi assetti provocherebbe una reazione americana ingestibile per qualsiasi governo nazionale. Non si tratta di scegliere tra Europa, Stati Uniti, autonomia nazionale, o magari Cina, ma di costruire una sintesi che oggi non esiste. Ed è proprio qui che si colloca la vera difficoltà.

RUOLO FUTURO

Tenendo però conto che, secondo Amitav Acharya:

  • le paure occidentali di un nuovo ordine mondiale basato sulla diffusione di una visione ‘sinica’, e magari sul sistema tributario del passato, sono esagerate rispetto alle reali possibilità mondiali della Cina;
  • nessuna civiltà può progredire senza confronto e sintesi con le altre;
  • il Sud Globale, a dispetto dell’opinione dominante in Occidente, in passato ha offerto modalità alternative a volte migliori di quelle attuali;
  • l’ordine mondiale del futuro sarà multipolare, necessariamente fondato su più civiltà, non su una sola dominante; saranno importanti sia l’economia che la forza;
  • senza un autonominato coordinamento, ma anzi con equilibrio e rispetto reciproco, esistono fondate speranze che caos e conflitti saranno limitati, a vantaggio di nuove condizioni di stabilità, prosperità e giustizia.

Per l’Occidente, la sfida non è «contenere» la Cina in senso ideologico, è impedire che trasformi la propria ascesa in un progetto egemonico coercitivo sull’Eurasia. È una distinzione cruciale. Non si tratta di frustrare lo sviluppo altrui, bensì di difendere un equilibrio che ha garantito decenni di stabilità relativa. Qui la lezione di Tucidide si intreccia con quella di Kissinger e Kennedy: la prudenza non è debolezza, è lungimiranza.

Massimo Paterni
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nato a Firenze, dove si è laureato in Medicina, occupandosi poi di Dipendenze e di Disagio Giovanile, sia dal lato clinico che da quello dell’insegnamento, è stato membro del Comitato Regionale di Coordinamento Dipendenze; per la provincia di Siena è stato responsabile della Sezione Dipendenze, membro del Consiglio dei Sanitari, membro del Comitato Etico. Oltre a numerosi contributi per riviste scientifiche, ha pubblicato in volume monografie su disegnatori: Magnus (Glittering Images, 1984); Crepax (Glittering Images, 1986); testi scientifici: Introduzione alla Neuropsichiatria Infantile (Istituto Cavour, 1992); L’incontro con L’Altro – Per un’esistenza libera dalle dipendenze (Promozioni Culturali, 1993); testi di narrativa per giovani adulti: I libri di Tartessia (Tipheret, 2012). Una trilogia intitolata Come se Dio ci fosse è in corso di stampa presso Diogene Multimedia.

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Massimo Paterni
nato a Firenze, dove si è laureato in Medicina, occupandosi poi di Dipendenze e di Disagio Giovanile, sia dal lato clinico che da quello dell’insegnamento, è stato membro del Comitato Regionale di Coordinamento Dipendenze; per la provincia di Siena è stato responsabile della Sezione Dipendenze, membro del Consiglio dei Sanitari, membro del Comitato Etico. Oltre a numerosi contributi per riviste scientifiche, ha pubblicato in volume monografie su disegnatori: Magnus (Glittering Images, 1984); Crepax (Glittering Images, 1986); testi scientifici: Introduzione alla Neuropsichiatria Infantile (Istituto Cavour, 1992); L’incontro con L’Altro – Per un’esistenza libera dalle dipendenze (Promozioni Culturali, 1993); testi di narrativa per giovani adulti: I libri di Tartessia (Tipheret, 2012). Una trilogia intitolata Come se Dio ci fosse è in corso di stampa presso Diogene Multimedia.

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