Paterni: Moby Dick e la teologia del profondo

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Il libro Face of the Deep: A Theology of Becoming di Catherine Keller è una delle opere più importanti delle teologie femministe e del Processo contemporanee. Pubblicato nel 2003, il testo (ri)propone una radicale reinterpretazione della dottrina della creazione, opponendosi alla tradizione classica della creatio ex nihilo (creazione dal nulla) e sviluppando invece l’idea di una creatio ex profundis, cioè una creazione che emerge dalle profondità caotiche del Tehom, l’abisso acquatico primordiale della Genesi.

Keller parte da un dettaglio del testo biblico di Genesi 1:2:

“La terra era informe e vuota… e le tenebre ricoprivano l’abisso”.

In ebraico, abisso è tehom. Per Keller, la tradizione teologica occidentale ha sistematicamente rimosso o represso questo elemento caotico originario, preferendo l’idea di un Dio onnipotente che crea il mondo dal nulla assoluto. Questa rimozione del Caos originario non è neutrale: secondo l’autrice, ha avuto conseguenze filosofiche, politiche e sociali enormi.

Il libro sostiene infatti che la dottrina della creazione dal nulla:

  • favorisce una concezione autoritaria del potere, rafforzando modelli patriarcali;
  • separa Dio dal mondo, giustificando gerarchie rigide;
  • reprime il femminile, il corpo, la materia e l’ambiguità.

Keller vuole invece recuperare il Profondo (Deep) come simbolo di generatività, relazionalità, apertura alla differenza.

In The Face of the Deep, Catherine Keller usa spesso il romanzo Moby Dick come riferimento simbolico e filosofico, non come semplice esempio letterario.

[Pubblicato nel 1851, il libro di Melville ottenne molte critiche negative, pochi apprezzamenti, nessun successo di pubblico. Solo negli anni ’20 del Novecento fu riscoperto e riconosciuto come importante precursore del Modernismo.]

In particolare Keller:

  • dedica un capitolo a Leviathanic Revelations: Melville’s Hermeneutical Journey, dove legge la balena di Melville come figura del Deep (l’Abisso, il Caos primordiale, il Tehom biblico);
  • interpreta il mare e la balena come simboli di qualcosa di originario, fluido e incontrollabile, contro l’idea classica di un ordine creato in modo rigido “dal nulla”;
  • usa Ismaele e la navigazione del romanzocome metafora di una ricerca conoscitiva aperta, non dominatrice: il pensiero deve “entrare nell’Abisso” invece di volerlo controllare.

Per Keller, la Balena/Leviatano non è solo un mostro: è l’emblema dell’alterità profonda del reale, del Caos creativo e dell’oceano di possibilità da cui emerge il mondo.

Quindi Moby Dick nel libro funziona sia come commento filosofico-teologico al tema dell’Abisso, sia come contro-mito rispetto all’idea occidentale di ordine assoluto, sia come immagine della relazione tra umani, natura e mistero.

Vediamo in estrema sintesi i contenuti principali del romanzo, usando la splendida traduzione di Ottavio Fatica (Einaudi, 2015).

Ismaele, infreddolito e affamato, trova ospitalità alla locanda Spouter (Sfiatatoio).

Nel corridoio buio scorge “un dipinto a olio enorme, a tal segno affumicato e in tutti i modi sconcio che, a guardarlo sotto quelle luci sbieche e difformi, soltanto dopo un accurato esame, una serie sistematica di visite e d’interrogatori puntigliosi del circondario, era dato arrivare in certa qual misura a intenderne il soggetto. Masse impenetrabili di ombreggiature e ombre tali da farti sulle prime quasi credere che nel New England, al tempo delle streghe, un artista giovane e ambizioso avesse tentato di sbozzare lo stregonesco Caos. Ma dopo seria, ponderata e insistita riflessione, e specialmente dopo aver spalancato la finestrella verso il fondo dell’atrio, giungevi infine alla conclusione che, per quanto folle, un’idea del genere potesse non essere del tutto ingiustificata. (…) Ma, un momento: non ha una sia pur vaga somiglianza con un gigantesco pesce? Col grande Leviatano in carne e ossa?”. Il quadro, che fa pensare ai dipinti di Turner, anticipa i contenuti del romanzo.

Così come il celebre sermone, tenuto dal Pastore Mapple nella Cappella dei Balenieri di New Bedford, che è incentrato sulla storia biblica di Giona. È un potente manifesto di fede e resa calvinista alla volontà divina, dove il profeta che fugge da Dio simboleggia l’uomo che cerca di sfuggire al proprio destino. Il sermone anticipa il tragico viaggio della baleniera Pequod e l’ossessione del Capitano Achab, che sfida la natura e l’ignoto, richiamando la disubbidienza di Giona. Mapple pronuncia una condanna per chi cerca di placare le tempeste mandate da Dio. “Tutte le cose che Dio vuol farci fare sono per noi gravose – ricordatelo – tant’è che egli ricorre piú spesso al comando che alla persuasione. E se obbediamo a Dio dobbiamo disobbedire a noi stessi; la gravosità dell’obbedienza a Dio consiste in questo: nel disobbedire a noi stessi”.

Orson Welles nei panni del pastore Mapple, nel film di John Houston (1956)

In un celebre capitolo intitolato The White of the Whale, Ismaele offre una dettagliata fenomenologia del colore bianco stesso: “A orripilarmi più di ogni altra cosa era il colore bianco della balena”. Dopo aver catalogato la convenzione di identificare il bianco con tutto ciò che è dolce, onorevole e sublime, sottolinea che “in altri casi il bianco perde tutta quella strana aureola che lo circonfonde nel Corsiero Bianco e nell’Albatro. Che cos’è di preciso a respingere e spesso a urtare l’occhio nell’albino, tanto da riuscire a volte inviso agli stessi parenti e amici? È il bianco che lo ammanta, espresso dal nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri uomini, non ha deformità di qualche conto, eppure basta quel bianco esteso ovunque a renderlo stranamente disturbante. Come mai?”

[Qui è opportuno ricordare che in certa letteratura americana di influenza puritana il bianco diventa il colore del gelo spirituale, dell’espressione fisica dell’inconoscibilità di Dio e del terrore del Suo giudizio.]

Il rifiuto del bianco si esprime anche in senso raziale, visto il rapporto con Queequeg, il ramponiere dell’isola di Kokovoko (“un’isola remota a sud-ovest. Non è riportata su nessuna carta; i luoghi veri non lo sono mai”) con cui Ismaele deve condividere la camera: “Vada per l’amico pagano, pensai, visto che la bontà cristiana si è rivelata solo una vuota cortesia”. Queequeg li dichiara presto “sposati”, intendendo, per usare un’espressione del suo paese, che erano amici intimi. E non manca una certa atmosfera omoerotica. Ismaele a sua volta – dopo aver ragionato secondo la regola d’oro che se desiderava che Queequeg si unisse a lui nella sua fede calvinista, doveva a sua volta unirsi a Queequeg nel suo culto pagano – si inginocchia con lui davanti al suo idolo portatile. Secondo Keller, in Moby Dick l’intera fantasia del dominio maschile bianco occidentale sul mondo appare come una muta vacuità condannata, una proiezione “imbiancata”.

Queequeg (interpretato da Friedrich von Ledebur, nel film di J. Houston)

[Le implicazioni politiche del libro era già stato sottolineato da Charles Olson nel suo celebre saggio Call me Ishmael, del 1947. In particolare, vi si sottolineava l’identità democratica dell’equipaggio multirazziale, sottomesso al potere degli armatori. Altri hanno interpretato l’accettazione del Diverso da parte di Ismaele come un’anticipazione del finale del romanzo.]

Ed ecco Achab, con la sua ambizione di dominio che, come per il suo omonimo biblico, lo perderà. “Statemi ancora a sentire marinai… andiamo un po’ più a fondo. Maschere di cartapesta, altro non sono tutti gli oggetti visibili. Ma in ogni accadimento, nel vivo dell’azione, nel fatto inoppugnabile, un che d’ignoto ancorché raziocinante preme dietro la maschera irrazionale imprimendovi la sua effigie. Se s’intende portare un colpo, dovrà trapassare la maschera! Come fa un prigioniero a venir fuori se non abbatte il muro? Per me quel muro è la balena bianca: me l’hanno addossato contro. A volte penso che al di là non ci sia nulla. Ma basta e avanza. M’aggrava; mi soverchia: in lei scorgo una forza oltraggiosa, retta da imperscrutabile malizia. È quell’imperscrutabilità che più di tutto ho in odio: e la balena bianca sia il mandante o la balena bianca il mandatario, su di lei io sfogherò quell’odio. E non venitemi a parlar di blasfemia: se m’insultasse, colpirei il sole. Ne avesse il sole facoltà, anch’io l’avrei: con la rivalità a presiedere il creato, una certa qual correttezza rientra nello scambio. Non che da questa correttezza io mi lasci asservire, amici miei. Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini”.

Gregory Peck come capitano Achab (nel film di J. Houston)

E insiste… fino allo scontro decisivo, alla fine cui lo porta la sua hybris: “- Volto le spalle al sole. (…) Da tutti i vostri confini più remoti riversatevi ora qui, prodi marosi dell’intera mia esistenza trascorsa: alto un frangente coroni la mia morte! Ti vengo incontro rollando, balena che tutto distruggi ma non riporti vittoria; fino all’ultimo io lotterò con te; dal cuore dell’inferno ti pugnalo; in nome dell’odio ti sputo in faccia l’ultimo respiro. Affondino tutte le bare e tutti i carri funebri in una pozza comune! E non potendo aver né l’una né l’altro, strascinami, anzi straziami mentre ancora ti do la caccia, pur legato a te, balena maledetta! Così, getto la lancia! – Scagliato il rampone, la balena colpita balzò in avanti; la lenza corse la scanalatura a velocità bruciante: s’impigliò. Achab si chinò a liberarla; la liberò; ma la volta volante lo accalappiò al collo e senza emetter suono, finì sbalzato fuori dalla lancia prima che l’equipaggio si accorgesse che non c’era più. Un attimo dopo, la pesante gassa impiombata dell’ultimo tratto del cavo schizzò via dalla tinozza vuota, abbatté un rematore e percuotendo il mare disparve nei suoi abissi”.

Ecco: “la profondità intrisa di morte del Tehom non irrompe attraverso la superficie dei fenomeni, il muro di balene della molteplicità. Non è qualcosa che giace sotto la superficie delle apparenze, ma un ‘vuoto’ che si conferma e si frammenta in ogni onda del divenire. Due condizioni ce ne tengono nascosta la natura: la sua infinita complessità, che precede e supera sempre la nostra capacità di conoscerlo; e la nostra radicata paura del ‘vuoto’ ”.

[Nell’analisi di Olson, Melville è influenzato da Shakespeare, di cui era lettore. La figura del Capitano Achab viene assimilata a quella di Re Lear: entrambi sono monarchi tragici, divorati dall’orgoglio e in aperta ribellione contro le forze della natura e del cosmo. I monologhi di Achab ricordano poi quelli di Macbeth: sia Macbeth che Achab condividono un’angoscia comune fatta di ambizioni malvagie, ed entrambi subiscono il tormento dell’isolamento dall’umanità.]

Ismaele, al contrario, non sfonda muri ma “si protende a tentoni”… verso un Altro che inizialmente aveva temuto ma che ora, forse, ammira. “Che cosa fosse la balena bianca per Achab, s’è già accennato; che cosa, a volte, fosse per il sottoscritto resta invece da dire”. Chi (cosa) è Ismaele? Uno (qualcosa) che dalla nave – che, distrutta dal Leviatano, è diventata bara e poi zattera – “è scappato per raccontarvelo”: accetta il Caos, non se ne fa un nemico, e il Caos non gli è ostile.

Catherine Keller legge il romanzo come un viaggio dentro il Deep: l’Abisso materiale, spirituale e interpretativo che la cultura occidentale ha cercato di dominare o cancellare.

Per la tradizione teologica dominante, il Caos deve essere sconfitto da Dio per creare ordine. Keller invece ci dice che Melville mostra qualcosa di diverso: che il Caos non è semplicemente un male: il mare profondo, noumenico, è anche creativo, generativo, vitale. E che, soprattutto, la realtà resta irriducibile al controllo umano.

La balena bianca diventa quindi simbolo dell’alterità radicale del mondo, mentre in Achab Keller vede la volontà maschile occidentale di imporre un significato assoluto al reale: non sopporta l’opacità del mondo: vuole un ordine puro, senza ambiguità.

Ismaele è il contrario di Achab. Ascolta. Osserva. Accumula interpretazioni diverse. Accetta di non raggiungere un significato definitivo. Keller lo vede come esempio di un’ermeneutica dell’Abisso: non tentare di conquistare il profondo, ma attraversarlo restando aperti all’incertezza. La balena è troppo piena di significati per essere ridotta a uno solo: Achab vuole cristallizzarla. Ismaele sopravvive perché lascia aperta l’interpretazione.

In conclusione, Keller usa Melville per proporre la sua idea di creatio ex profundis: non creazione da un nulla vuoto, ma emergenza dal profondo caotico delle relazioni. L’Oceano di Moby Dick mostra interdipendenza e pluralità, ma anche, inevitabilmente, instabilità e rischio. Il divino non appare come sovrano che elimina il Caos, ma come Presenza che lavora dentro il Profondo.

[Se consideriamo che Achab aveva battezzato l’arpione destinato a Moby Dick ‘In nomine diaboli’, Ismaele sarebbe una figura positiva secondo l’ortodossia. Ma Ismaele è stato anche considerato, all’opposto, una sorta di Anti-Cristo, quasi un Cristo gnostico, con qualche caratteristica femminile.

All’ordine: ”Barra sopravvento! In rotta per il giro del mondo!”, lui riflette: “Il giro del mondo! C’è di che andarne fieri al solo udirlo: ma dove porta tutto questo circumnavigare? Attraverso innumerevoli pericoli di nuovo solo al punto di partenza, dove coloro che ci siamo lasciati dietro al sicuro sono sempre stati innanzi a noi”.

La possibilità di due interpretazioni così diverse e addirittura opposte è uno dei motivi di grandezza del romanzo. Secondo Nino Arrigo “Capire Moby Dick significa accettare le sue ambivalenze e i suoi paradossi, accettare l’idea che la morte è vita e la vita morte, che la realtà è apparenza e l’apparenza realtà, accettare l’idea che il mondo ha un senso… perché ne ha due”.]

Massimo Paterni
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nato a Firenze, dove si è laureato in Medicina, occupandosi poi di Dipendenze e di Disagio Giovanile, sia dal lato clinico che da quello dell’insegnamento, è stato membro del Comitato Regionale di Coordinamento Dipendenze; per la provincia di Siena è stato responsabile della Sezione Dipendenze, membro del Consiglio dei Sanitari, membro del Comitato Etico. Oltre a numerosi contributi per riviste scientifiche, ha pubblicato in volume monografie su disegnatori: Magnus (Glittering Images, 1984); Crepax (Glittering Images, 1986); testi scientifici: Introduzione alla Neuropsichiatria Infantile (Istituto Cavour, 1992); L’incontro con L’Altro – Per un’esistenza libera dalle dipendenze (Promozioni Culturali, 1993); testi di narrativa per giovani adulti: I libri di Tartessia (Tipheret, 2012). Una trilogia intitolata Come se Dio ci fosse è in corso di stampa presso Diogene Multimedia.

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Massimo Paterni
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