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Prefazione al primo volume, di A. Cavadi
Sin da ragazzo ho sognato di scrivere un romanzo, convinto che la narrativa veicoli le idee filosofiche in maniera più efficace della saggistica. Poiché ho abbondantemente superato la soglia dei sette decenni, mi sono rassegnato all’inattuabilità del mio sogno. Unico conforto: constatare che altri riescano dove a me non è stato concesso. Ecco perché, quando mi sono passate per le mani le pagine di questo volume, ho avvertito un senso di gioioso sollievo: il mio amico Massimo Paterni aveva preparato per noi lettori un banchetto intellettuale, estetico e direi anche spirituale davvero prezioso. (Uso ‘spirituale’ nell’accezione più laica dell’aggettivo: talmente ‘laica’ – priva di pregiudizi – da potersi permettere la trattazione anche di tematiche teologiche).
Almeno a prima vista non si tratta di un romanzo comunemente inteso, ma di una serie di racconti. Solo che, quando si entra nelle storie, ci si accorge che, in realtà, narrano tutte la medesima vicenda che ritorna quasi ossessivamente: c’è sempre qualcuno alla ricerca del senso del sacro nella vita, ma Dio continua a tacere.

Da uno sguardo all’indice di questo primo volume si intravede il filo conduttore delle vicende del monoteismo mediterraneo che lentamente, gradualmente, ma inesorabilmente, scalza e schiaccia i paganesimi precedenti: una traiettoria apparentemente trionfale di cui noi abitanti del XXI secolo possiamo misurare – nella stagione della secolarizzazione occidentale in tensione dialettica con fondamentalismi sempre più feroci – l’intrinseca ambiguità e, in ultima analisi, il fallimento. Siamo o no entrati nell’era del post-teismo? L’autore non dà una risposta. Forse, da osservatore oggettivo, lo teme, ma, da credente di inspirazione protestante, spera contro ogni speranza.
Intanto regala al lettore un godimento insolito: adotta, ogni volta, uno stile letterario consonante con i contenuti (teorici e più spesso storici) veicolati. Così il Prologo, di stampo nichilista è redatto come fosse un apocrifo di Borges. Nascita evoca gli elementi comuni a tutte le rinascite del Sole nel solstizio di inverno (da Horus, a Mitra, a Cristo) e, dunque, si snoda su un registro comunicativo arcaico. Segue una serie di tre racconti chiamata Espansione in cui si inanellano vicende cruciali – lunghe ben otto secoli ! – dal declino dell’Impero Romano d’Occidente all’ascesa dell’Impero Bizantino sino all’esplosione dell’Impero islamico e alla rifondazione in Europa del Sacro Romano Impero. Queste tre storie si possono leggere come una sola in tre tempi, ma, poiché fra la prima e l’ultima passano più di otto secoli, Paterni modula la lingua in maniere differenti: asciutta nel primo episodio con protagonista un soldato romano; morbida e orientaleggiante nel secondo che sembra tratto da Mille e una notte; shakespeariana nel terzo e ultimo incentrato sulle stragi e ingiustizie consumate da Carlo Magno per riunire quasi tutto l’Impero d’Occidente sotto l’egida di ciò che egli ritiene essere la fede cristiana.
Alla fine, come accade nelle opere riuscite, si ha la benefica sensazione che l’immersione nel passato (per quanto gradevole) non sia stata una fuga dal presente, piuttosto una presa di distanza provvisoria per ritornarvi con più lucida consapevolezza: Homo sapiens non è stato mai privo d’insipienza, ma nei recessi più oscuri dell’anima dei singoli e dei popoli non si è spenta l’utopia di una convivenza meno crudele e addirittura fraterna.
Augusto Cavadi
Prefazione al secondo volume, di A. Cavadi
Il libro che avete in mano è il secondo di una trilogia: dunque è stato preceduto da un altro (un prequel direbbero i cinefili) e sarà seguito da un altro ancora (un sequel). Tuttavia ciascuno dei tre volumi può essere letto a sé. Anzi, per molti versi, persino ciascun capitolo può essere fruito autonomamente. Infatti c’è un filo comune a tutti i racconti della trilogia, ma ogni perla della collana ha una fisionomia inconfondibile.

Il filo comune è la domanda più teologica che si possa immaginare (l’eventuale esistenza di un Dio, quale concepito dai grandi monoteismi della storia, attenuerebbe minimamente l’angoscia d’esistere?), ma le risposte che si rincorrono nei diversi racconti inanellati sono del tutto ‘laiche’ (non nel senso banale dell’anti-confessionale bensì nell’accezione adulta dell’apertura critica a trecentosessanta gradi).
L’autore (reale) finge di pubblicare un manoscritto di un certo Basilio che avrebbe improntato ogni racconto ad uno dei generi letterari (e a una delle poetiche) in cui si sarebbe imbattuto nelle scorribande di lettore onnivoro: dai fumetti al fantasy e, più in generale, alla letteratura fantastica (Lovecraft, Howard, Tolkien, Ballard, Melville); dai grandi del panorama mondiale (Shakespeare, Borges, Mann, Conrad) a ‘minori’ non meno cari ai lettori italiani, e toscani in particolare, come Fucini e Pratesi.
Già nel primo racconto, Fiaba del Pifferaio e della Balena, s’incontrano due protagonisti di peso: infatti il primo personaggio allude all’Angelo ribelle e il secondo a Dio stesso. Sullo sfondo, l’avvenimento storico (per quanto incredibile) della crociata dei Fanciulli – che ha probabilmente ispirato la fiaba popolare del Pifferaio di Hamelin – e, tra le righe, fa capolino l’inspirazione gnostica.
Il secondo racconto (Dov’eri tu quand’Io fondavo la Terra?) è incentrato sul punctum crucis di ogni ‘teodicea’: se Dio è buono e onnipotente, da dove il male dell’universo? Una domanda che ogni ebreo si è posto ogni volta che il suo popolo ha patito persecuzioni e stermini e che – per un ribaltamento dei ruoli imprevedibile – oggi molti, che ebrei non siamo, ci poniamo alla vista dei genocidi perpetrati da esponenti politici apicali dello Stato d’Israele.
Il terzo racconto (L’ultimo lupo), infine, sonda la domanda antropologica che da sempre fa da pendant alla domanda teologica: in che misura l’essere umano può considerarsi libero? E, di conseguenza, responsabile del bene e del male che compie? Ha ragione il protagonista ad affermare: “Io non sono Redento, io sono Lupo Malatesta. È Dio che non mi ha voluto Redento, Lupo mi ha voluto, e Lupo mi avrà”?
Queste rapide anticipazioni sulla sequenza delle narrazioni sono, spero, sufficienti a lasciar intravedere la profondità delle tematiche affrontate da Massimo Paterni. Sarebbe però fuorviante supporre che esse costituiscano il pregio maggiore del volume: il quale è sì un prezioso esempio di pensiero poetante (se intendiamo ‘poesia’ nell’accezione di Benedetto Croce come sinonimo di creazione artistica), ma è anche e ancor più un testo di letteratura raffinata e godibile. Può senz’altro suggerire riflessioni speculative e intuizioni penetranti, offerte però su un vassoio di chicche gradevolissime. E se un libro suscita pensieri e provoca emozioni estetiche, cos’altro sarebbe da chiedergli?
Augusto Cavadi
Prefazione al terzo volume, di A. Cavadi
“Non c’è due senza tre” recita un antico adagio. Ma Massimo Paterni conclude con questo volume la trilogia dal titolo complessivo Come se Dio ci fosse non per confermare il detto, bensì per chiudere un percorso circolare, anche se costituito da tre tappe leggibili indipendentemente l’una dalle altre.

Nel racconto Solo il mare un intellettuale dei nostri tempi ha modo di trascorrere un periodo di studio fra i monaci del Monte Athos: un’occasione preziosa per meditare sul perché l’unico Dio di Abramo si sarebbe rivelato, in maniera differente, a tre popoli quasi perennemente in guerra fra loro sino ad oggi (in cui assistiamo, quasi non ne avessimo visto abbastanza, anche a conflitti fra tradizioni diverse all’interno di ciascuna delle tre confessioni religiose). Da qui la domanda, in certo senso inevitabile, se l’Occidente non sia segnato dalla difficoltà/impossibilità di sperimentare il trascendente.
Il secondo racconto, I venti del tempo, si squaderna su un registro tutto femminile: il monolite di 2001 Odissea nello spazio (simbolo maschile) diventa una struttura uterina, come tutti i simboli onirici del sogno di Magdalena. E anche qui, come in altri passaggi, emerge una delle numerose vene della trilogia: la tematica gnostica che implica, tra l’altro, una certa relativizzazione della natura materiale rispetto alla prevalenza della natura spirituale. Di conseguenza – se non erro – la barriera fra sogno e veglia si fa sottile sin quasi a dissolversi: se è la mente la sostanza principale, che importa stabilire la consistenza ontologica dei suoi oggetti? Reale davvero sarebbe non ciò che si vede con gli occhi del corpo e si tocca con le mani, ma quanto il nostro spirito immortale concepisce. Lo gnosticismo è sempre in procinto di farsi idealismo ‘magico’.
È nel corpo di questo racconto, e poi nella conclusione del libro, che Basilio, il protagonista letterario, ha modo di sintetizzare la propria visione-del-mondo: su Dio, e su Cristo, sono possibili varie interpretazioni più o meno ipotetiche, ma decisive sono le nostre posture etiche. Qui si dispiega il titolo della trilogia: vivere Come se Dio ci fosse significa “vivere come se tutto il bene e tutto il male che facciamo… o anche solo che pensiamo… andassero davvero a finire da qualche parte”. Siamo alla sommità della saggezza possibile? Si potrebbe obiettare che, ancora più elevato, è l’animo dichi persegue ciò che plausibilmente ritiene bene per tutti pur nella convinzione che nessuna Memoria eterna lo archivi. Ma bisogna ammettere che non è facile arrivare a queste altezze vertiginose di gratuità.
Non è forse superfluo ribadire, in conclusione, ciò che ho ritenuto opportuno sottolineare nelle prefazioni ai due volumi precedenti: la profondità speculativa dei temi trattati non scoraggia nessuna tipologia di lettori perché l’autore sa veicolarli su un registro comunicativo tanto cesellato quanto gradevole. D’altronde, se dessimo anche ad adolescenti e adulti gli omogeneizzati con cui alimentiamo i neonati, non gli procureremmo alcun beneficio. Personalmente sono dispiaciuto di non saper scrivere libri del genere, ma orgoglioso di essere almeno in grado di apprezzarli e di nutrirmene.
Augusto Cavadi
Postfazione di L.Tomassone
Con queste novelle filosofiche – o anche teologiche – l’autore ci porta là dove tutte le cose prendono vita, che siano alberi o gatti, il mare o i mobili di casa che, pure loro, ci scelgono. E, cosa forse più sorprendente di tutte per le barriere di incomunicabilità che sperimentiamo ogni giorno, in questo mondo fantastico in cui tutto comunica, persino gli esseri umani parlano tra loro raccontandosi le loro vite, i significati che vi intravedono.
In realtà la comunicazione più profonda ognuno e ognuna la crea scavando dentro di sé, questi racconti stessi sono scritti per andare nell’intimo, là dove abita un divino forse non ancora mutilato di parti di sé. Là dove anche un oggetto transizionale come la conchiglia raccolta su un pianeta lontano aiuta ad ascoltare le verità inascoltate, quelle che consolano e spiegano per sole allusioni.
I racconti che l’autore ci propone oscillano dall’orrore che richiama anche troppo vivamente la ferocia del tempo presente, e la consolazione dolce di un tempo pacifico che riallinea l’essere umano con la natura, perché riallinea anche il divino alla sua complessità.
Quel dio silenzioso e mutilato, lontano e terribile, che ha bisogno di recuperare la sua dimensione femminile e complessa per tornare a vivere e relazionarsi.
L’incipit di questo volumetto è terribile, ma interessante se comparato alle considerazioni finali. Mentre infatti all’inizio i due governanti che si preparano a lanciare bombe per fare strage di altri esseri umani decidono di farlo affidandosi poi al giudizio esterno e minaccioso del divino, nelle conclusioni l’appello alla responsabilità di chi agisce è forte e chiara. Non si può fare del male (o del bene) senza badare alle conseguenze di ciò che si attiva.
Seppure nella vita ci sia sempre ciò che, venendo dall’esterno, ci condiziona, l’autore è convinto che il bene e il male che facciamo abbia importanza, “vada a finire da qualche parte”, e soprattutto dia origine a delle storie, le faccia accadere, “le crei”.
Nei tempi estremi che viviamo, questi pensieri richiamano le convinzioni profonde di Etty Hillesum che dal campo di deportazione nazista sente di poter fare la differenza, di poter essere quel poeta che sempre è necessario là dove donne e uomini soffrono: “in me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia… il cuore pensante di un intero campo di concentramento”. (Diario 2 ottobre 1942, la sera).
Dunque, fare spazio, far avvenire le storie, creare ricadute di bene, aiutati dagli altri esseri che abitano con noi il mondo, senza che noi ce ne accorgiamo. I personaggi di Massimo/Basilio proprio per questo hanno antenne attente, sentono gli scricchiolii degli alberi e delle case, come possono fare solo i poeti.
Ma anche vivere con la leggerezza necessaria a sapere che ciò che facciamo può avere effetti inaspettati su popolazioni lontane anni luce, su altri pianeti e di future generazioni. E non è anche questa poesia? Che incide su lettori inattesi e futuri, che lascia spazi di aria salmastra e tempestosa, e brecce in antiche mura, da cui passano il rumore e la luce del mare.
Ho condiviso con l’autore molte delle letture che lo hanno portato ad approfondire la figura della Sophia divina, della Ashera di Jahvè, di componenti femminili dimenticate nelle religioni occidentali.
Esse altro non sono che tessere di un mosaico che riporta a piena complessità un divino che abita il mondo, e che pare possa essere avvicinato solo con l’animo teso tra dubbio e poetica, tra desolazione per il male e amore che impregna la vita.
Non si può credere a un divino violento e vendicativo, ma narrarlo come benevolo e consolante sarebbe una ulteriore menzogna. L’autore ci orienta perciò alla complessità, alla dinamica divina di una mutazione continua, trasformazione insita nel vivente, che ha bisogno di sentire e sentirsi. Non un divino muto e cieco, inanimato o lontano, ma impastato di esistenza. E noi, donne e uomini amanti, atterrite o appassionate, siamo invitate a uscire dall’apatia così funzionale ad un’economia delle cose, agli interessi di pochi. A uscire dalla violenza delle nostre vite privilegiate, a percepire la precarietà e il senso del limite dell’esistenza, in cui alla fine ogni momento in cui accade il bello, conta, per noi e per dio.
L’autore di queste novelle infatti fa accadere qualcosa, in noi e nel mondo, e anche la presenza divina che ha bisogno del vivente per accadere, vi è coinvolta pienamente.
Letizia Tomassone
